LA SCATOLA VUOTA DELLA PRESIDENZA IRLANDESE SUL BILANCIO EUROPEO
IT IS A CLEAS-MEALLAIDH (UNA PRESA IN GIRO IN GAELICO)
La Presidenza di turno del Consiglio dei ministri UE (di seguito: Consiglio), assunta fino al 31 dicembre 2026 dal governo irlandese, ha presentato sabato 10 ottobre ai Rappresentanti Permanenti presso l’Unione europea il progetto di una scatola negoziale (negotiating box - LINK) di cinquantuno pagine con cui intenderebbe proporre al Parlamento europeo di avviare negoziati interistituzionali sul Quadro Finanziario Pluriennale (QFP in italiano o MFF in inglese).
Sulla base del ricatto formulato congiuntamente da Consiglio europeo e Commissione europea i negoziati dovrebbero chiudersi entro il 31 dicembre 2026 perché, in caso contrario, “non ci saranno investimenti a partire dal 1° gennaio 2028” (dixit il commissario al bilancio Piotr Serafin il 7 ottobre a Strasburgo).
Facciamo un po' di chiarezza nella confusione politica e istituzionale che regna fra le istituzioni europee e dunque nello scarso dibattito pubblico europeo limitato alla bolla di Bruxelles e dintorni.
Il carattere pluriannuale del bilancio europeo - con un metodo di programmazione finanziaria non più annuale nato a metà degli anni settanta negli Stati Uniti e poi tracimato nel mondo - fu concepito nel 1987 all’interno delle Comunità europee (l’Unione europea, pur inizialmente suddivisa in tre ibridi pilastri, vedrà la vita solo nel 1993 con il Trattato di Maastricht, n.d.r.) con il primo pacchetto finanziario quinquennale 1988-1992 presentato dalla Commissione Delors.
Dal 1993 - sulla base di una decisione assurda ed arrogante del Consiglio europeo ma accettata supinamente dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo - il QFP è diventato settennale (1993-1999, 2000-2006, 2007-2013, 2014-2020, 2021-2027) e ciò avviene da allora a partire da una proposta di regolamento presentata sempre dalla Commissione europea (a cui i Trattati tuttavia non le attribuiscono formalmente questo potere di iniziativa) che si conclude con un accordo unanime del Consiglio preventivamente approvato dal Parlamento europeo (art. 312 TFUE, che non c’era nel Trattato di Maastricht).
In teoria, il Consiglio europeo potrebbe chiedere all’unanimità al Consiglio di votare a maggioranza qualificata applicando l’art. 48 par. 7 TUE ma l’articolo 353 TFUE, ignorato dai più, stabilisce che questa clausola nota come la “passerella” non si applica
- né all’art. 311 TFUE dedicato alle risorse proprie - lasciando così intendere che il riferimento in nota della presidenza irlandese alle proposte della Commissione europea su cinque nuove entrate ma non alle maggiori richieste del Parlamento europeo è una presa in giro (it is just a mockery in inglese o it is a cleas-meallaidh in gaelico)
- né all’art. 312 par. 2 TFUE dedicato all’adozione del QFP
- né all’art. 352 TFUE relativo all’avvio di nuove azioni non previste fra i poteri di azione dell’Unione europea
- né infine all’art. 354 TFUE relativo alla sospensione del diritto di voto nelle istituzioni intergovernative di un governo il cui Stato viola i valori comuni all’Unione europea.
Nonostante la natura di atto normativo del QFP sottoposto ad una procedura legislativa (“speciale” perché il Consiglio lo adotta all’unanimità e il Parlamento europeo non ha un formale potere che una volta si chiamava di “codecisione”), il Trattato di Lisbona non prevede un negoziato formale fra i due rami di quella che dovrebbe essere l’autorità di bilancio che di fatto non lo è perché il Parlamento europeo non ha il potere di emendare né la proposta della Commissione europea né quella del Consiglio e tanto più quella del Consiglio europeo e non ha poteri in materia di risorse proprie.
Vale la pena di attirare l’attenzione delle nostre lettrici e dei nostri lettori su due aspetti non marginali dell’attuale procedura relativa al QFP e cioè il fatto che
- con la sola eccezione del negoziato condotto da Tony Blair nel secondo semestre 2005 come primo ministro inglese e Presidente di turno del Consiglio, l’accordo fra Parlamento europeo e Consiglio è stato sempre raggiunto a pochi giorni dalla scadenza del precedente QFP,
- il potere di decisione normativa è passato di fatto e dopo il Trattato di Lisbona dalle mani del Consiglio a quelle del Consiglio europeo, a cui il Trattato vieta tuttavia (art. 15 TUE) di esercitare qualunque funzione legislativa, mettendo così in atto nei rapporti fra Consiglio e Parlamento europeo un iniquo dialogo fra sordi perché il Consiglio non prende alcuna decisione se il QFP non viene adottato dai Capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo.
Il Parlamento europeo ha reagito con durezza (LINK) al progetto di scatola negoziale presentata dalla presidenza irlandese il 10 ottobre sapendo tuttavia che essa dovrà passare dalle forche caudine di due Consigli europei, uno a metà ottobre in una riunione formale con quattro temi all’o.d.g. (QFP, difesa, politiche migratorie, allargamento e riforme) e uno a fine novembre in un vertice informale dove intorno al tavolo dei Capi di Stato e di governo ci saranno almeno due o tre “anatre zoppe” (gli spagnoli, gli svedesi e i rumeni).
La strada dei negoziati si farà più impervia nel 2027 in un anno elettorale che coinvolgerà Estonia, Francia, Grecia, Italia, Lituania, Polonia e Slovacchia se non ci saranno altre elezioni anticipate insieme alla scadenza di tre presidenze europee: Parlamento europeo, Consiglio europeo e BCE.
Se il Parlamento europeo dovesse accettare il ricatto di Piotr Serafin l’Assemblea dovrebbe attendere la decisione formale del Consiglio europeo del 17 dicembre 2026 a Bruxelles, che potrebbe essere annunciata in aula e in visioconferenza a Strasburgo da Antonio Costa, e votare alla maggioranza dei membri (360 su 719 dato che la Presidente non vota) una breve risoluzione dei gruppi politici nei quali si dica “sentite le dichiarazioni del Presidente del Consiglio europeo le approva e passa al successivo punto all’ordine del giorno”.
Teoricamente la maggioranza detta europeista (PPE, S&D e Renew) dispone in aula di 400 voti ma non tutti i parlamentari europei partecipano normalmente al voto e fra di essi ci sono molti parlamentari che appartengono ai paesi che fanno parte dei diciassette “amici della coesione” che hanno contestato a fine maggio (LINK) sia la proposta della Commissione europea del 16 luglio 2025 che l’ormai inesistente scatola negoziale della presidenza cipriota.
Su questa presa di posizione, il Movimento europeo in Italia ha inviato una lettera ai diciassette Rappresentanti permanenti “amici della coesione” (LINK) sottolineandone il sostegno costruttivo a risorse proprie “autentiche, eque, semplici e non regressive” e facendo riferimento ai policy papers presentati al Ministero degli esteri e della cooperazione italiano dallo stesso Movimento europeo, dal Centro italo-tedesco per il dialogo europeo Villa Vigoni e dal network Centre for European Policy.
Contrariamente agli Stati Uniti dove non esiste il regime dei dodicesimi provvisori, in Europa la mancata approvazione della legge di bilancio negli Stati e nell’Unione europea apre un periodo di gestione temporanea ma giuridicamente e finanziariamente ineccepibile in cui valgono mensilmente i livelli della legge di bilancio precedente e viene prorogata la validità dei precedenti regolamenti relativi ai fondi di gestione diretta e indiretta attraverso i quali si attua il bilancio.
Si sa anche da tempo che - a causa delle difficoltà in molti Stati membri nell’attuazione e nella rendicontazione dei fondi dedicati alla coesione economica, sociale e territoriale - la loro gestione e la loro validità vengono normalmente prorogate di uno o due anni dopo la loro scadenza.
E’ opinione comune fra gli esperti ma anche nei poteri locali e regionali che l’idea della Commissione europea di “semplificare” il bilancio attraverso l’accorpamento dei fondi e la loro rinazionalizzazione non faciliterà la loro gestione rendendo più difficile e meno trasparente il rapporto fra l’amministrazione europea, che ha risorse umane quantitativamente limitate, ed indebolendo l’impegno verso le aree interne nonostante il teorico obiettivo annunciato dalla Commissione europea a maggio 2026 del “diritto di restare” (Right to stay).
Lasciamo alle nostre lettrici e ai nostri lettori lo studio delle cinquantuno pagine della scatola negoziale chiedendo loro di inviarci le loro valutazioni che pubblicheremo in un unico dossier.
Attendiamo le reazioni dei parlamenti nazionali che chiederanno conto ai capi di governo dei loro orientamenti prima del Consiglio europeo del 15-16 ottobre da una parte sulla “fermezza” dei cosiddetti “frugali” prendendo atto del fatto che, nonostante l’ipotesi irlandese di tagli con l’accetta, i contributi nazionali aumenteranno per l’inflazione e per il rimborso del debito contratto con il NGEU e d’altra parte sulla determinazione degli “amici della coesione” nel contrastare le conseguenze dei tagli per i fondi di coesione e per la PAC affermando di fronte ai propri elettori l’inaccettabilità di quei tagli.
Ci permettiamo di proporre a chi ci legge nelle diverse lingue europee tre ipotesi di azioni complementari rivolte principalmente al Parlamento europeo ma anche alle autorità legislative nazionali e alle fondazioni e partiti europei:
- la richiesta alla Commissione europea di ritirare le proposte del 16 luglio 2025 e quelle successive e presentare un nuovo progetto di regolamento che fissa il QFP chiedendo che esso valga fino al 31 dicembre 2032 e non fino al 31 dicembre 2034 con una revisione periodica nel primo semestre del 2030 con una nuova Commissione europea ed un nuovo Parlamento europeo,
- l’avvio di una iniziativa politica urgente per la convocazione di assise interparlamentari entro la primavera del 2027 e che potrebbe coincidere con i settanta anni dai Trattati di Roma in cui siedano suddivisi per famiglie politiche europee parlamentari europei, parlamentari nazionali ma anche rappresentanti di assemblee legislative territoriali considerando i poteri irrisori del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali sul QFP,
- la convocazione da parte del Parlamento europeo di una Conferenza sul modello di quella sul futuro dell’Europa in cui siano rappresentati i portatori di interessi europei su beni pubblici transnazionali con funzioni deliberative.
Così facendo rafforzeremo la democrazia europea, faremo uscire dalla chiusa bolla di Bruxelles e dintorni il dibattito su uno strumento politico e non solo finanziario essenziale per il futuro dell’Europa e daremo attuazione al messaggio del Parlamento europeo: “è cambiato il mondo, cambiamo il bilancio europeo” (LINK).
Roma, 12 ottobre 2026 ![]()






















