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Ripresa europea dopo il virus: superare l’impasse

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Il cul de sac in cui si è cacciato l’Eurogruppo del 7-8 aprile dopo sedici ore di negoziati multilaterali e bilaterali è stato provocato dai veti reciproci olandese contro l’Italia e italiano contro i Paesi Bassi.

I Paesi Bassi, come è ormai noto all’opinione pubblica, sono radicalmente ostili alla proposta di titoli di debito pubblico europeo per far fronte alle conseguenze finanziarie del COVID19, sotto qualunque forma lessicale (Eurobond, Coronabond, European Recovery Bond) e senza nemmeno avviare una discussione sull’autorità che dovrebbe emetterli e chi dovrebbe garantirli nel caso di insolvenza.

Secondo il governo italiano, per bocca del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte cha ha improvvidamente minacciato che “l’Italia andrà avanti da sola” se non fossero creati gli Eurobond (poi ribattezzati European Recovery bond), l’unico accordo possibile è legato alla istituzione di titoli del debito pubblico europeo garantiti o dalla Banca Centrale Europea o dalla Commissione o dalla Banca Europea degli Investimenti mentre la “linea del Piave” (o la “linea Maginot” a seconda dell’esito della battaglia finale) si colloca nel rifiuto irremovibile dell’uso del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

I Paesi Bassi, ma anche gli altri paesi “frugali” e più in generale la Commissione europea, sostengono che esistono già vari strumenti per far fronte all’urgenza finanziaria degli Stati membri (ovvero, secondo il parere del governo dell’Aja, dei paesi che hanno la colpa di aver accumulato in passato un debito pubblico eccessivo come l’Italia). Questi strumenti che secondo questo fronte renderebbero inutili gli Eurobond sono:

1)  Il nuovo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) da 750 miliardi di euro della BCE che si aggiunge al Quantitative Easing (QE) di 240 miliardi e a quello, deciso a marzo, di 120 miliardi aggiuntivi (la BCE ha acquistato a marzo 12 miliardi di euro di titoli italiani e 2 miliardi di euro di titoli tedeschi, impegnandosi ad acquistare entro la fine dell’anno altri 220 miliardi di titoli italiani);

2) La linea di credito di 200 miliardi della BEI già approvata dall’Eurogruppo, a cui si aggiunge l’intervento della Commissione attraverso i programmi COSME (Competitiveness Enterprises and Small Sized Enterprises) e Innovfin (EU Finance Innovator);

3) La sospensione del Patto di Stabilità e crescita (tenendo conto del fatto che nella crisi del 2008-2010 di aiuti alla crescita non se ne sono visti);

4) L’introduzione della flessibilità nelle regole finora inflessibili per gli aiuti di Stato su cui è fondata la recente decisione del governo italiano a favore delle imprese;

5) L’utilizzo immediato dei fondi strutturali UE ancora disponibili che, per l’Italia, sarebbero scaduti alla fine dell’anno;

6)  Il programma SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) dotato in totale di 100 miliardi di euro contro la disoccupazione. A questo proposito va sottolineato però il fatto che solo una piccola parte di questa somma verrà dal bilancio europeo, che il programma interverrà solo con prestiti a tasso agevolato e che non è prevista per ora alcuna seria politica europea di lotta alla disoccupazione strutturale su cui l’Organizzazione internazionale del lavoro ha lanciato recentemente un forte allarme;

7) Infine il Fondo di solidarietà europeo, che la Commissione europea propone di ampliare per permettere ai paesi più colpiti di accedere a un sostegno supplementare, e gli aiuti alla ricerca per un vaccino europeo contro le pandemie.

Il nodo del MES

A tutto ciò si aggiunge il famoso MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), uno strumento intergovernativo istituito nell’ottobre del 2012 per l’Eurozona come versione permanente del Fondo europeo di stabilizzazione finanziaria (ESFS), creato nel giugno 2010 per contrastare l’emergente crisi finanziaria.

Il MES ha a disposizione vari strumenti fra cui programmi di aggiustamento macro-economico, acquisti sul mercato primario, acquisti sul mercato secondario, linee di credito cautelative, prestiti per la ricapitalizzazione indiretta di banche e ricapitalizzazione indiretta di istituti bancari. L’organismo concede prestiti rimborsabili sulla base di garanzie concesse pro quota dagli Stati membri (l’Italia è il terzo “garante”) che ne ricavano dei dividendi che tornano nelle casse dello Stato garante.

Il MES è intervenuto finora con 254 miliardi di euro di prestiti a favore di Grecia, Irlanda, Cipro, Portogallo e Spagna mentre l’Italia – contrariamente a quello che ha affermato spudoratamente Matteo Salvini secondo cui il governo italiano avrebbe versato al MES in 5 anni 63 miliardi di EURO per ricapitalizzare banche tedesche – ha depositato 14 miliardi come garanzia per prestiti rimborsabili.

Rispetto allo ESFS, il MES non prevede più l’intervento della troika (formata come è noto da Commissione europea, BCE, FMI), di cui si conoscono fatti e misfatti durante la crisi del debito greco, mentre prevede rigide condizionalità nel caso di prestiti con programmi di aggiustamento macro-economico con una “potenza di fuoco” finanziaria (e dunque non solo per questi programmi) che potrebbe giungere in totale fino a 700 miliardi di euro.

È noto che, per far fronte alla crisi finanziaria provocata dal COVID 19, l’Italia non ha bisogno di prestiti con programmi di aggiustamento macro-economico ma di prestiti per far fronte ad una crisi di liquidità – che non ha nulla a che fare con il suo alto debito pubblico – attraverso acquisti di titoli italiani sul mercato primario o sul mercato secondario o linee di credito cautelative con delle regole che – tenuto conto dell’emergenza sanitaria – sarebbero legate alla condizione che i prestiti sarebbero finalizzati solo alla lotta contro la pandemia.

Quattro condizioni

Assieme alla BCE e alla BEI, il MES potrebbe così aggiungere immediatamente un suo intervento con la creazione di titoli di debito pubblico che, per evitare uno scontro puramente lessicale, potrebbero essere battezzati Coronabond e condizionati strettamente alla contingenza e al tempo del Coronavirus.

Il governo italiano potrebbe accettare questo intervento – condizionato – del MES a quattro condizioni:

  • 1) L’accelerazione della sua comunitarizzazione già prevista entro il 2017 e cioè il suo inserimento nei meccanismi dell’UE per farlo uscire dalle secche del metodo intergovernativo mettendolo sotto il controllo della Commissione europea (e dunque del PE) e facendone uno strumento di tutta l’UE (dato che la crisi economica e sociale colpirà in egual misura tutti i ventisette membri dell’UE e non solo i diciannove dell’Eurozona);
  • 2) La trasformazione del MES in una Cassa Depositi e Prestiti Europea (CDPE) con il compitodi emettere a medio termine dei Sustainable Bonds per aiutare soprattutto gli enti locali e regionali insieme con le PMI (i più colpiti dalla crisi) nella realizzazione degli obiettivi dello sviluppo socialmente sostenibile e come strumento comunitario di accompagnamento dello European Green Deal (che dovrebbe diventare uno European Green and Social Deal);
  • 3) L’uso del « Fonds de solidarité temporaire », proposto dal governo francese per un periodo da cinque a dieci anni, per emettere a medio termine – ma con una data vincolante di entrata in vigore – degli EUROBOND (garantiti dal Fondo e non dagli Stati membri) come strumento di accompagnamento dello European Recovery Plan reso indispensabile per l’opera di ricostruzione europea dopo la devastazione provocata dalla pandemia;
  • 4) Un accordo Parlamento europeo-Consiglio sul Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), che dovrebbe iniziare il 1° gennaio 2021, sulla base della proposta che sta preparando la Commissione von der Leyen – per sostituire il progetto di regolamento presentato dalla Commissione Juncker il 2 maggio 2018 – fondato su una sua periodicità quinquennale (2021-2025) e non settennale (2021-2027) e su risorse proprie: quelle esistenti (dazi, prelievi agricoli, quota dell’IVA, imposte sugli stipendi della funzione pubblica europea) e nuove (web tax, border carbon adjustment, lotta all’elusione fiscale, tassa sulle transazioni finanziarie) che sostituiscano gradualmente i contributi nazionali degli Stati membri facendo uscire l’UE dal dibattito sterile fra contributori netti e paesi beneficiari, gettando le basi di un bilancio europeo ambizioso per contribuire alla rinascita dell’economia europea e sapendo che le risorse non saranno veramente “proprie” fino a quando non saranno decise a maggioranza dal Consiglio insieme al Parlamento europeo (no taxation without representation).

Sappiamo bene che le risorse finanziarie sono necessarie ma non bastano per evitare “lo scioglimento dell’Unione”, riprendendo l’allarme lanciato da Romano Prodi e contenuto nei molti appelli diffusi in queste settimane di crisi, e che lo scontro sui soldi deve trasferirsi rapidamente in un conflitto – forse ancora più aspro – sul contenuto politico e democratico del progetto di integrazione europea mentre ci avviciniamo alla scadenza dei settanta anni dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950.

Per colmare il vuoto che separa i valori esistenti nelle società europee dai meccanismi imprigionati nelle procedure di decisione, un vuoto che allontana le cittadine e i cittadini dalle classi politiche al potere, suggeriamo di cambiare le istituzioni in senso federale.

È difficile forse, ma la democrazia è questo!

 

Pier Virgilio Dastoli

08/04/2020

 

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