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La nave della Guardia Costiera italiana “Bruno Gregoretti” è ormeggiata al Molo NATO del porto di Augusta dopo aver accolto a bordo i 131 naufraghi (fra cui sedici minori) sopravvissuti alla strage avvenuta venerdì a centoventi km a est di Tripoli, “la peggiore tragedia in mare dall’inizio del 2019” come ha detto Filippo Grandi.

Mentono sapendo di mentire

Prima Matteo Salvini e poi Danilo Toninelli hanno dichiarato che attendono “una risposta dall’UE” prima di ordinare di far sbarcare i sopravvissuti in un porto italiano. I due ministri italiani sanno perfettamente che la Commissione europea non dispone di alcun potere coercitivo per imporre ai governi dei paesi membri la cosiddetta ricollocazione dei migranti e dei richiedenti asilo perché i capi di Stato e di governo, fra i quali il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, hanno deciso di comune accordo – nel Consiglio europeo del giugno 2018 – che le ricollocazioni sarebbero avvenute solo su base volontaria così come essi, violando l’articolo 15 del Trattato di Lisbona, hanno ordinato ai loro ministri di adottare eventuali modifiche al Regolamento di Dublino all’unanimità contravvenendo alle regole della procedura legislativa ordinaria che prevede il voto a maggioranza qualificata nel Consiglio e la codecisione del Parlamento europeo.
Matteo Salvini e Danilo Toninelli sanno perfettamente che, come è avvenuto in altre circostanze simili, il commissario europeo Dimitris Avramopoulos – responsabile per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza – si è immediatamente attivato per ottenere la disponibilità di altri governi europei, oltre all’Italia ad accogliere, su base volontaria, parte dei naufraghi sapendo che il nostro paese non è “il campo profughi di Bruxelles” ma che è invece il quinto paese europeo come numero assoluto di rifugiati e il quindicesimo paese europeo in percentuale sulla popolazione residente.

Il silenzio della ministra Trenta

Al di là di queste due questioni che riguardano l’onestà – o meglio la disonestà – intellettuale di Salvini e Toninelli che mentono sapendo di mentire, è urgente e necessario chiarire all’opinione pubblica e al mondo politico italiano due aspetti, diciamo così, contingenti e tre aspetti di carattere generale.
L’equipaggio della nave della Guardia Costiera “Bruno Gregoretti” dipende gerarchicamente dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta e, salvo errore od omissioni, abbiamo ascoltato – e letto sui giornali – il maramaldeggiare di Matteo Salvini e i balbettii di Danilo Toninelli mentre la ministra Elisabetta Trenta si è distinta in un silenzio assordante, tanto più esecrabile se si considera che la nave “Bruno Gregoretti” è ora ormeggiata in una zona militare del porto di Augusta.
Se il silenzio assordante continuasse nelle prossime ore, dovremmo attenderci – come è avvenuto in passato – un intervento prima informale e poi ex officio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nelle sue funzioni di Comandante Supremo delle Forze Armate per ottenere che i naufraghi – che vivono in una situazione fisica e psicologica drammatica – vengano sbarcati al più presto e ricoverati in una struttura protetta in attesa che siano esaminate individualmente le loro domande di asilo.

I risvolti giudiziari

A questa situazione militare contingente si aggiunge un aspetto giudiziario, penalmente rilevante, che – nel perdurare della permanenza dei naufraghi sulla “Bruno Gregoretti” – richiederebbe l’intervento del Procuratore Sabrina Gambino della Repubblica di Siracusa per esaminare la sussistenza del reato di sequestro di persona sulla base dell’articolo 605 del codice penale che prevede la procedibilità di ufficio.
Ci sono due aspetti di carattere generale che sono stati evidenziati recentemente da Padre Ripamonti, presidente del Centro Astalli, e da Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite UNHCR per i rifugiati.
Il primo riguarda la necessità e l’urgenza di un’azione europea per dare attuazione nel Mediterraneo alla Convenzione di Amburgo del 1979 sulla ricerca e sul salvataggio in mare. L’assurda decisione presa dal Consiglio UE a fine marzo 2019 di prorogare la missione “Sophia” fino al 30 settembre 2019 “escludendo l’uso di mezzi navali” non è stata denunciata con adeguata veemenza dalle forze politiche europee che proclamano a parole il loro impegno a favore dei rifugiati.

Un drammatico fallimento

Di fronte alle ripetute stragi nel Mediterraneo e al drammatico fallimento della proclamata politica di Matteo Salvini di “chiudere i porti”, la presidenza finlandese del Consiglio UE e l’Alto Rappresentante per la politica estera e della sicurezza dovrebbero proporre ai ministri degli esteri e della difesa una revisione delle regole di ingaggio delle navi della missione “Sophia” che metta al centro la ricerca e il salvataggio in mare.
In secondo luogo, come ha chiesto il Centro Astalli, occorre attivare un piano di evacuazione dei migranti dalla Libia dove la loro vita è in pericolo, prevedendo percorsi di ingresso legale in Europa per i migranti economici e aprendo canali umanitari per chi scappa da guerre, persecuzioni e estrema povertà.
In terzo luogo occorre rilanciare con Ursula von der Leyen la proposta, avanzata nel 2014 da Emma Bonino, di un(a) Vicepresidente della Commissione con la responsabilità per le migrazioni e le relazioni con i paesi del Mediterraneo segnalando così ai governi nazionali che la gestione delle politiche migratorie non è una questione che riguarda gli affari interni e la sicurezza nazionale ma le politiche di accoglienza e le relazioni con quella regione vicina all’Europa da cui dipende il nostro futuro politico, economico, sociale, ambientale e culturale insieme alla nostra pace.

Pier Virgilio Dastoli

28 luglio 2019

 

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La fretta è in ogni caso una cattiva consigliera e la fretta nell’elezione del Presidente della Commissione europea, due settimane dopo la proposta adottata dal Consiglio europeo, ha condotto alla maggioranza di nove voti ottenuta nell’aula di Strasburgo da Ursula von der Leyen.

Inutilmente erano giunti ai capi dei gruppi politici ed alla candidata-presidente appelli affinché l’elezione fosse rinviata a settembre per costruire un accordo di programma fra una maggioranza parlamentare coesa e la nuova Presidente gettando così le basi di un rapporto di fiducia politico e non solo numerico.

Vediamo di trarre alcune valutazioni complessive dal risultato del voto parlamentare.

1. Il metodo degli Spitzenkandidaten, inventato da Martin Schulz nel 2013 nell’illusione di conquistare la poltrona di presidente della Commissione togliendola ai popolari in maggioranza nel Consiglio europeo, è apparso inconsistente alla prova di un quadro politicamente più frammentato dopo le elezioni del 26 maggio. E’ inesatto sostenere che l’elezione di Jean-Claude Juncker fu la vittoria della democrazia parlamentare contro il potere dei governi perché Juncker fu imposto al congresso PPE di Dublino da Angela Merkel per contrastare la candidatura di Michel Barnier e perché dopo le elezioni europee del maggio 2014 ci fu un accordo di potere fra PPE e PSE (che avevano ancora la maggioranza assoluta in Europa) per portare Juncker alla presidenza della Commissione e confermare Martin Schulz alla presidenza del PE.

2. Durante tutta la legislatura 2014-2019 nessuna delle tre istituzioni politiche (Consiglio, Parlamento, Commissione) si è attivata responsabilmente per proporre ed adottare – in applicazione del Trattato – delle modalità di cooperazione interistituzionale necessarie per definire di comune accordo il profilo del candidato alla presidenza della Commissione.

3. Il Parlamento europeo avrebbe potuto rivendicare, dopo il 26 maggio, il rispetto del metodo degli Spitzenkandidaten se una maggioranza politica parlamentare si fosse espressa a favore di uno dei candidati (sulla base del principio secondo cui il sistema elettorale europeo è proporzionale e – in mancanza di un partito con una maggioranza assoluta – di coalizione e non maggioritario e che deve essere eletto il candidato che raccoglie intorno a sé il consenso della maggioranza assoluta dei membri del PE) “imponendolo” al Consiglio europeo. Le riunioni dei capi-gruppo si sono invece concluse senza accordo.

4. Il nome di Ursula von der Leyen è stato il frutto di un compromesso franco-tedesco dopo il fallimento dell’accordo di Osaka raggiunto da Macron, Merkel, Sanchez, Rutte e Conte sul pacchetto Timmermans-Michel-Lagarde-Weber-Georgieva.

5. Incapaci di trovare un accordo su uno Spitzenkandidat, i gruppi politici nel Parlamento europeo sono stati tanto più incapaci di definire – di comune accordo – un’agenda strategica 2019-2024 intorno a cui costruire una maggioranza europeista e un rapporto di fiducia con la nuova Commissione. Lo dimostra il fatto che socialisti e liberali hanno inviato alla candidata-presidente due lettere sulle rispettive priorità politiche senza nemmeno consultarsi.

6. Al di fuori del Parlamento europeo i “partiti europei” hanno dato un’ennesima prova della loro inconsistenza: qualcuno ha detto che è più facile immaginare di trovare tracce di vita su Marte che nei partiti politici europei.

7. La maggioranza di solo nove voti che ha consentito l’elezione di Ursula von der Leyen non è dovuta al voto contrario dei due gruppi nazionalisti (ID e ECR) – perché il loro voto non è stato mai cercato ed anzi è stato da lei dichiarato non gradito – ma al fatto che sono mancati alla candidata settantacinque voti nella “sua” maggioranza e che non è riuscita a dare un vero segnale di cambiamento portando nella maggioranza anche i Verdi (che avevano invece formato con liberali e socialisti il cosiddetto “cordone sanitario” per impedire l’elezione di candidati sovranisti nelle presidenze delle commissioni parlamentari).

8. La neo-presidente dovrà ora attivarsi politicamente, già prima del negoziato per la scelta dei commissari, per recuperare il dissenso che si è manifestato nei gruppi che l’hanno votata e per tentare la difficile carta di allargare la maggioranza verso i verdi evitando che prevalgano nel PPE i tentativi di sostituire ad un accordo di “centro-sinistra” un accordo di “centro-destra” che è stato in parte tentato da Manfred Weber sollecitando il voto dei deputati della Lega.

9. Nel Parlamento europeo si dovrà costituire invece un vero accordo su un’agenda strategica 2019-2024 – un percorso non facile se si tiene conto che nel 2014 i gruppi politici non furono in grado di concordare una posizione comune sul programma legislativo della Commissione Juncker – che sia alla base del voto di fiducia alla Commissione.

10. Insieme al programma, la maggioranza politica dovrà indicare con chiarezza alla presidente della Commissione che non accetterà commissari espressi dalle forze politiche nazionaliste che hanno votato contro l’elezione di Ursula von der Leyen usando il potere di veto che il Parlamento europeo ha nei confronti dei singoli commissari.

17 luglio 2019

Pier Virgilio Dastoli

 

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Il negoziato per la definizione dei vertici delle istituzioni europee è molto complicato, come vediamo in queste ore. Ciò dipende dai contrasti politici tra gli stati e gli schieramenti, ma anche dalle farraginosità e dalle contraddizioni del metodo che si è andato consolidando. Vediamo come e perché.

Sovranisti divisi all'EuroparlamentoLa procedura di formazione della Commissione europea è stata modificata nel corso degli ultimi venticinque anni, a partire dal Trattato di Maastricht, con un rafforzamento parallelo dei poteri del suo Presidente e del ruolo del Parlamento europeo a cui i trattati di Roma avevano attribuito – anche dopo la sua elezione diretta nel 1979 – il solo ruolo negativo di costringere l’intero collegio a dimettersi se l’Assemblea avesse adottato una mozione di censura.

Il Trattato di Lisbona

Con il Trattato di Lisbona, che riconosce il fatto che l’Unione è una organizzazione sui generis, di Stati e di cittadini è stato stabilito che a partire dal 2014:

- Il Consiglio europeo – tenuto conto delle elezioni europee e dopo aver effettuato delle consultazioni appropriate (senza precisare con chi) – propone al PE un candidato alla presidenza della Commissione decidendo a maggioranza “super-qualificata”, che non si applica alle decisioni legislative dove vale il calcolo della maggioranza qualificata ma si applica invece all’elezione del Presidente del Consiglio europeo, alla nomina dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, all’adozione di sanzioni contro un paese membro che viola lo stato di diritto e al passaggio dal voto all’unanimità a quello a maggioranza in particolare nella PESC. In una Unione a 28 la maggioranza super-qualificata richiede il voto favorevole di 21 paesi membri che rappresentano il 65 % dell’insieme della popolazione europea e cioè almeno 334 milioni di cittadini. A contrario, una minoranza di bloccaggio deve riunire almeno otto paesi che rappresentino 179 milioni di cittadini con l’obiettivo di escludere sia una minoranza di bloccaggio dei quattro-cinque grandi (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna) che un’alleanza dei “piccoli”. Secondo questi calcoli i paesi di Visegrad non possono riunire una minoranza di bloccaggio anche nel caso in cui ad essi si associasse l’attuale governo italiano.
- Il Presidente della Commissione proposto dal Consiglio europeo deve essere eletto dal PE con la maggioranza dei suoi membri (376 in una Unione a 28). Nel caso in cui la sua candidatura fosse respinta, il Consiglio europeo avrebbe un mese di tempo per proporre un nuovo candidato secondo la stessa procedura. Il Trattato non prevede nessuna soluzione nel caso di un prolungato braccio di ferro fra Consiglio e Parlamento anche se, nel corso delle molte riflessioni sulle riforme istituzionali qualcuno aveva lanciato l’idea di uno scioglimento anticipato del PE senza essere capace di indicare l’autorità europea incaricata di scioglierlo.

I membri della Commissione

- La lista dei membri della Commissione è adottata dal Consiglio (a maggioranza semplice) di comune accordo con il Presidente della Commissione eletto che si sottopone con i suoi colleghi al voto di fiducia del PE (alla maggioranza dei voti espressi) prima della nomina di tutto il collegio da parte del Consiglio europeo a maggioranza super-qualificata. Durante i lavori della Convenzione sulla Costituzione europea era stata avanzata l’idea che ogni governo avrebbe dovuto offrire al Presidente eletto una rosa di nomi (nel rispetto dell’equilibrio di genere) lasciandogli il potere di scegliere i suoi commissari in ragione della loro competenza, del loro impegno europeo e delle loro garanzie di indipendenza ma il Trattato di Lisbona ha mantenuto i criteri eliminando la “rosa” così come la Costituzione europea aveva previsto una composizione della Commissione corrispondente ai 2/3 degli Stati membri con un principio che è rimasto nella lettera del Trattato ma che è stato accantonato dal Consiglio su richiesta del governo irlandese.
Da notare il fatto, previsto dal regolamento del PE ma non dal Trattato, che i singoli commissari devono passare attraverso delle rigorose audizioni davanti alle commissione parlamentari competenti per i “portafogli” che saranno loro attribuiti su scelta autonoma del Presidente della Commissione e che il voto negativo di una commissione costringe di fatto il Presidente a scegliere un altro commissario dello stesso paese o a proporre un altro “portafoglio”.

Come si vede la procedura è molto complicata e presenta vistose contraddizioni sui sistemi di voto nei vari passaggi e con equilibri politici, geografici e geopolitici facilmente superabili in un quadro interistituzionale coerente ma che rischia di paralizzarsi di fronte alla frammentazione emersa dalle elezioni del 26 maggio.

Gli Spitzenkandidaten

A queste complicazioni si è aggiunto il metodo degli Spitzenkandidaten immaginato dai partiti europei nel 2014 che , contrariamente a quel che pensava qualcuno, non ha rafforzato la democrazia parlamentare ma ha creato una graduale conflittualità fra un sistema di partiti europei ancora embrionale e il sistema di potere dei governi che si è consolidato con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Nel 2014 la conflittualità è rimasta latente perché ha funzionato nel Consiglio europeo e fra i partiti la “grande coalizione” europea fra popolari e socialdemocratici che per vent’anni hanno ottenuto la maggioranza assoluta nel Parlamento europeo. La conflittualità è esplosa a vari livelli (fra i partiti, nel Parlamento europeo, fra i governi, all’interno dei governi di coalizione) aprendo la via ad una potenziale paralisi interistituzionale che può essere risolta o consolidando il sistema intergovernativo consacrato di fatto con il Trattato di Lisbona o procedendo sulla via di un governo parlamentare che, per sua natura, dovrà avere inevitabilmente poteri federali.

2 Luglio 2019
Pier Virgilio Dastoli

 

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David Sassoli ha detto, nel suo discorso da neo-presidente del Parlamento europeo, che “dobbiamo essere tutti impegnati, comunque la pensiamo, nel costruire la casa della democrazia europea” e che bisogna “affermare la centralità del Parlamento europeo, la sua autonomia e il valore della democrazia che esso rappresenta”.

Ursula von der Leyen ha promesso di impegnarsi per mantenere e, se possibile, migliorare in futuro il meccanismo degli Spitzenkandidaten.

La democrazia si costruisce attraverso un’equa separazione dei poteri fra esecutivo, legislativo e giudiziario. In un sistema tendenzialmente federale come non può non essere un’unione di stati e di cittadini, deve prevedere anche un meccanismo costituzionale di check and balance necessario per salvaguardare i diritti dei cittadini.

La riforma dell’Unione

In attesa della riforma dell’Unione, ci sono alcuni passaggi politicamente rilevanti su cui il Parlamento europeo può affermare la propria centralità già nella fase che dovrà condurre all’entrata in funzione della nuova Commissione sapendo che il (la) presidente deve ottenere la maggioranza assoluta dei membri (376) con un risultato non scontato se si tiene conto dei malumori nel gruppo S&D e del voto contrario dei gruppi I&D di Le Pen e Salvini e ECR (i conservatori) mentre il voto di fiducia sull’intera Commissione avviene alla maggioranza assoluta dei votanti, che potrebbe comprendere i deputati della Lega e i polacchi del PiS a sostegno dei loro commissari ma escludere una parte di S&D contrari all’allargamento della maggioranza alla destra sovranista.Sovranisti divisi all'Europarlamento

Dovendo raggiungere la maggioranza assoluta dei membri, Ursula Von der Leyen dovrà presentarsi con un “suo” programma in cui affermi l’autonomia della Commissione davanti al Consiglio europeo che l’ha proposta e la centralità del rapporto politico con il Parlamento europeo per uscire dalla logica prevalentemente intergovernativa e intraprendere via della democrazia parlamentare.

Cinque impegni da prendere

Ciò vuol dire:

- Presentare un’agenda strategica 2019-2024 sostanzialmente diversa dall’inaccettabile compromesso unanime adottato dal Consiglio europeo il 20 giugno (vedi la proposta di agenda strategica suggerita dai movimenti europei in Italia, Spagna, Francia, Germania, Grecia, Malta e Cipro: movimentoeuropeo.it)
- Indicare date e priorità per la presentazione delle proposte legislative necessarie alla realizzazione dell’agenda strategica
- Affermare la sua volontà di cambiare la struttura della Commissione scegliendo solo tre vicepresidenti (sviluppo sostenibile; democrazia, diritti e cittadinanza; affari esteri, della sicurezza e della difesa) e sostituendo il segretario generale nominato da Jean Claude Juncker in pieno dispregio dello statuto
- Annunciare che presenterà una nuova proposta di prospettive finanziare pluriennali fondate su una periodicità quinquennale 2021-2025) e non più settennale
- Affermare che proporrà un accordo interistituzionale sul miglioramento del metodo degli Spitzenkandidaten e su una procedura di concertazione finanziaria fra Consiglio, PE e Commissione relativa alle risorse proprie in attesa che la riforma del Trattato introduca il principio no taxation without representation. Fra l’elezione del(la) Presidente e il voto di fiducia sull’intera Commissione ci saranno le audizioni dei candidati commissari la cui proposta di “portafogli” da parte di Ursula von der Leyden sarà il segno della sua volontà – o mancanza di volontà – di affermare la sua autonomia da Consiglio e la sua decisione di sbarrare la strada ai sovranisti e dunque chiudere la porta ad un allargamento della maggioranza parlamentare verso i gruppi I&D e ECR.

Spetta invece al PE affermare la propria centralità dichiarando che esso intende essere un “legislatore del futuro”, riprendendo il cammino costituente avviato da Altiero Spinelli e dal suo Club del Coccodrillo a Strasburgo il 9 luglio 1980.

5 Luglio 2019
Pier Virgilio Dastoli

 

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“Cambieremo l’Europa, rimedieremo a tutti i danni fatti in questi anni e il governo non cade” disse Matteo Salvini il 27 maggio baciando il rosario e rivendicando di aver raccomandato alla Madonna “l’Italia intera”.

Il governo non è ancora caduto perché Conte e Tria hanno assestato il bilancio del 2019 per rispettare le raccomandazioni della Commissione europea ed evitare così l’avvio di una procedura di infrazione lasciando alla prossima Commissione il compito di giudicare la manovra di bilancio del 2020 e la sua compatibilità con le regole europee se le previsioni di crescita del PIL annunciate dall’Italia dovranno essere riviste al ribasso e se Salvini otterrà di inserire nella manovra la flat tax.

Italia marginale

Nonostante il risultato in Italia delle elezioni europee, è molto difficile pensare che l’Europa sarà cambiata come vorrebbe la Lega anche se il suo programma europeo non ha chiarito cosa debba essere concretamente cambiato nelle regole europee al di là di una generica protesta contro il rigore finanziario, come e quando queste regole debbano essere cambiate lasciando aperta la scelta fra il ritorno alla piena sovranità dell’Italia (“prima gli Italiani”) e la convinzione che l’internazionale sovranista avrebbe vinto le elezioni conquistando il potere necessario per “cambiare l’Europa”.

Sappiamo ormai che, dopo essere rimasti politicamente marginali in molte elezioni nazionali (Belgio, Finlandia, Svezia, Danimarca, Spagna, Slovacchia, Croazia), i sovranisti rappresentano nel nuovo Parlamento europeo un elettore europeo su cinque, che è fallito il patetico appello di Salvini da Piazza del Duomo “sovranisti di tutta Europa unitevi” e che essi rimarranno separati in due gruppi e mezzo: Identità e democrazia con il Raggruppamento nazionale, la Lega, l’Alternativa per la Germania, i conservatori “riformisti” a cui si sono associati gli italiani Fitto e Meloni e i Non-Iscritti, un buco nero in cui sono precipitati i 5 Stelle insieme alla provvisoria pattuglia dei brexiter di Nigel Farage.

Insieme nella difesa delle apparenti sovranità nazionali ma appartenenti a sgangherate famiglie politiche europee, i nazionalisti non sono stati nemmeno in grado di scegliere un loro Spitzenkandidat comune, un’idea che forse ha allignato nella mente di chi ha sognato di invadere le strade e le piazze d’Europa con la sua foto nella divisa di un ufficiale dell’Europol e la scritta in tutte le lingue: “Salvini for President”, “Salvini président”, “Salvini Praesident”, “Salvini Elnoek”, “Salvini Prezydent” e così via.

Questione di metodo

Nonostante l’assenza di uno Spitzenkandidat sovranista, il destino del metodo immaginato dai partiti europei nel 2014 per imporre al Consiglio europeo un’elezione maggioritaria – non prevista dal Trattato – è stato rapidamente segnato ancor prima delle elezioni europee per quattro ragioni di fondo:

- l’assenza di liste transnazionali che avrebbero potuto essere capeggiate per ciascuna famiglia politica europea da uno Spitzenkandidat che avrebbe messo in gioco la sua visibilità e la sua credibilità davanti a tutti gli elettori;
- lo scarso entusiasmo dei partiti nazionali (ciascuno impegnato in campagne elettorali domestiche) ad usare l’immagine del comune Spitzenkandidat europeo nella loro propaganda (chi ha visto in Italia gigantografie del PD con la foto di Frans Timmermans o di Forza Italia che allo slogan “Berlusconi Presidente” avevano preferito “Weber presidente” ? Crediamo nessuno così come nessuno ha visto queste gigantografie negli altri paesi europei con l’eccezione del Pvd’A nei Paesi Bassi per Timmermans e della CSU in Baviera per Weber)
- L’annuncio fatto da Emmanuel Macron a marzo 2019 nel Consiglio europeo di primavera, condiviso da molti suoi colleghi, che egli non avrebbe accettato l’automaticità del metodo maggioritario scelto nel 2014 dai partiti europei
- L’opinione, largamente condivisa anche nel suo partito europeo, che Manfred Weber non possedeva la statura per diventare presidente della Commissione europea.

Il piano B

Sono noti tutti i passaggi istituzionali che hanno portato alle decisione sui vertici europei del 2 luglio attraverso il cosiddetto “metodo Osaka” riassunto da Federico Fubini su Il Corriere della Sera. Secondo questa ricostruzione un mini-vertice a cinque (Macron-Merkel-Rutte-Conte-Sanchez) sarebbe giunto ad un accordo su un pacchetto che prevedeva il belga Michel alla presidenza del Consiglio europeo, Timmermans alla presidenza della Commissione, Weber alla presidenza del PE, Lagarde alla BCE e una esponente PPE dell’Europa centrale al posto di Federica Mogherini.

Si può discettare a lungo sulla teoria secondo cui Frau Merkel fosse perfettamente cosciente della rivolta del PPE contro il candidato socialista alla Commissione e che la cancelliera e Monsieur Macron avessero già in tasca il piano B adottato dal Consiglio europeo del 2 luglio.

Giuseppe Conte si è comportato ad Osaka come la Monaca di Monza rispondendo sciaguratamente di sì al direttorio franco-tedesco salvo essere rapidamente smentito da Salvini e Di Maio.
La rivolta dei Quattro di Visegrad, rivendicata da Conte per coprire la marcia indietro imposta dai suoi vice e il prevedibile veto unanime del PPE contro il “metodo Osaka” ha condotto al piano B che conosciamo con la sola eccezione del soprassalto di autonomia politica del Parlamento europeo con l’elezione di David Sassoli al di fuori degli accordi intergovernativi.

In sintesi

- Avremo una Commissione Von der Leyen frutto in primo luogo della ritrovata intesa franco-tedesca a cui si accompagnano gli accordi sulle presidenze del Consiglio europeo e della BCE scelte da Macron, le “alte” vicepresidenze agli ex-Spitzenkandidaten Timmermans e Vestager e l’Alto Rappresentante allo spagnolo Borrell scelto da Sanchez
- La Commissione Von der Leyen si colloca in una linea di continuità con quella presieduta da Juncker soprattutto in materia economica (Qualcuno ricorda che Ursula Von der Leyen pretendeva che i greci vendessero il loro oro per pagare il loro debito?)
- Avendo ceduto alla necessità di un accordo con i paesi di Visegrad, la nuova Commissione dovrà pagare pegno sul fronte della difesa dello stato di diritto. (E’ sparita misteriosamente dopo le elezioni la proposta della Commissione, annunciata da Timmermans, di un nuovo e più efficace strumento giuridico sul rispetto dello stato di diritto)
- La maggioranza parlamentare potrebbe allargarsi a destra perché i deputati polacchi del PiS saranno portati a sostenere una Commissione con un loro membro mentre i parlamentari italiani di Lega e 5 Stelle dovranno fare lo stesso per sostenere il “loro” commissario alla concorrenza. Che cosa faranno in questa situazione di un’inedita maggioranza eteroclita i parlamentari S&D ?
L’Europa, per ora, non cambia ed anzi il sistema europeo rischia di bloccarsi nell’inerzia della continuità.

Pier Virgilio Dastoli

3 luglio 2019

 

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