L’ASSEMBLEA CONFERMA PIER VIRGILIO DASTOLI ALLA GUIDA DEL MOVIMENTO EUROPEO ITALIA

 

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Si è svolta lunedì 7 aprile a Roma, presso la sala conferenze di Esperienza Europa-David Sassoli, l’Assemblea del Movimento europeo Italia.

Nel corso dei lavori, Pier Virgilio Dastoli è stato rieletto Presidente per la sesta volta dal 2010, ricevendo il mandato a guidare l’organizzazione fino alla primavera del 2028.

L’Assemblea ha affrontato diverse questioni organizzative e finanziarie, tra cui l’approvazione di alcune modifiche statutarie, l’ingresso di Europa Verde – Verdi come nuovo componente con quattro rappresentanti, e l’approvazione dei bilanci consuntivo 2024 e preventivo 2025.

Ampio spazio è stato dedicato al dibattito sull’importanza di rafforzare l’Unione Europea in settori chiave, con particolare attenzione alla difesa comune, alla politica estera e alla costruzione di una democrazia sovranazionale.

Tra le iniziative future previste, una conferenza pubblica a Perugia sul ruolo internazionale dell’Europa e una manifestazione a Bruxelles per mobilitare il popolo europeo in vista delle prossime sfide.

 

 INTERVENTO DI PIER VIRGILIO DASTOLI

PRESIDENTE ELETTO DEL MOVIMENTO EUROPEO

Roma, Spazio Sassoli 7 aprile 2025

Care amiche e cari amici,

Su proposta del Consiglio di Presidenza avete deciso per la sesta volta dal 2010 di confidarmi l’incarico di presiedere la nostra organizzazione fino alla primavera del 2028.

Vi ringrazio per la rinnovata fiducia in vista dell’elezione del nuovo Consiglio di presidenza che dovrà rispettare l’equilibrio di genere e generazionale scegliendo rappresentanti delle nostre componenti che si impegnino con continuità ad un’azione collettiva per rappresentare il Movimento nelle loro organizzazioni.

La guerra alle porte dell’Unione europea

L’ultima Assemblea elettiva si svolse il 27 gennaio 2022 mentre al confine fra la Russia e l’Ucraina si ammassavano i carri armati di quella che era stata l’armata rossa per la cosiddetta “operazione speciale” che sarebbe stata annunciata da Vladimir Putin la notte fra il 24 e il 25 febbraio 2022.

Vladimir Putin era convinto che in poche settimane il popolo ucraino avrebbe accolto i soldati di Mosca come dei liberatori e che Vlodymyr Zelensky, eletto alla presidenza il 21 aprile 2019 con il 73,22% dei voti contro il 25% del presidente uscente Porosenko, prendesse la via dell’esilio e cioè della fuga come gli era stato suggerito da varie capitali che si dicevano pronte ad accoglierlo.

Così non è stato perché gli ucraini hanno mostrato una inaspettata capacità di resistenza che dura da più di tre anni e che non sarebbe stata possibile se sul terreno della guerra non ci fosse stata la determinazione dell’Ucraina fino al sacrificio di trecentomila vittime fra morti e feriti insieme alle vite di settecentomila giovani russi mandati a morire da Vladimir Putin per una causa che non li riguarda.

Nella Assemblea del 27 gennaio 2022 adottammo una dichiarazione intitolata “Rifiutiamo la guerra e costruiamo la pace” – in cui chiedevamo all’Unione europea di agire con urgenza e con una sola voce per la convocazione di una seconda Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa ma fummo ascoltati solo dal Presidente Sergio Mattarella che rilanciò inutilmente questa proposta davanti alla Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Non apriamo un dibattito su quel che è avvenuto in questi tre anni di guerra né su quel che era avvenuto negli anni precedenti con responsabilità gravissime dall’una e dall’altra parte sul fallimento degli accordi di Minsk e di chi non reagì con la necessaria forza contro l’aggressione di Mosca all’Ucraina nel 2014, le occupazioni russe della Crimea ed il controllo della Abcasia, della Ossezia del Sud e della Transnistria.

Queste occupazioni avrebbero reso necessarie azioni di peace enforcement come ci ricordò più volte Carlo Parietti e come avrebbe voluto proporre alle istituzioni europee David Maria Sassoli, l’uno e l’altro scomparsi a gennaio 2022 a cui dobbiamo rendere qui ancora una volta un commosso omaggio.

L’aggressione della Russia all’Ucraina non è stata un atto di guerra contro l’Unione europea né contro la NATO ma una inequivocabile violazione dell’art. 2 dello Statuto delle Nazioni Unite, condannata dalla Assemblea e dalla Corte Internazionale con inutili sanzioni che hanno confermato l’inadeguatezza del sistema internazionale con la sola eccezione del Consiglio d’Europa da cui la Russia è stata costretta ad uscire.

La difesa europea

Da alcuni mesi e di fronte alla prosecuzione della guerra in Ucraina – a cui si è aggiunto l’attacco terroristico di Hamas ad Israele il 7 ottobre 2023 e poi le carneficine nella popolazione civile palestinese che il Consiglio europeo del 20 marzo si è limitato a “deplorare” – è ripreso il dibattito sulla difesa europea accelerato dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il tema della difesa europea divide i governi e le forze politiche ed è apparentemente divisivo anche nel mondo federalista.

Scrissero Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi insieme ad Eugenio Colorni nel 1941 in una parte del Manifesto di Ventotene sfuggita alla esegesi che il parlamentare europeo Nicola Procaccini avrebbe suggerito a Giorgia Meloni:

“con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento (più avanti definito “rivoluzionario”) che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un saldo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali…”.

Ispirato dal Manifesto, memore del ruolo svolto da Altiero Spinelli e da Alcide De Gasperi al tempo della Comunità Europea di Difesa affossata dai sovranisti di destra e di sinistra francesi nel 1954 e attento alla situazione internazionale nel terzo decennio di questo secolo, il Movimento europeo è decisamente favorevole alla difesa europea.

La difesa europea deve essere uno strumento della politica estera e di sicurezza secondo un modello federale al servizio della pace sapendo che non basta creare una difesa europea per fondare uno stato federale così come non sono bastate le elezioni europee nel 1979 e la moneta unica nel 2002 per trasformare l’Unione europea in una federazione perché “l’Europa non cade dal cielo”, non evolve con il gradualismo costituzionale e non scivola su un immaginario piano inclinato.

Abbiamo ritenuto e riteniamo che sia errata la via dei riarmi nazionali suggerita nel Libro Bianco della Commissione europea sia perché i paesi membri europei non sono disarmati sia perché i riarmi nazionali sarebbero un ostacolo e non un primo passo sulla via della difesa europea.

Non condividiamo per questo quei passaggi delle due risoluzioni approvate dalla Assemblea il 2 aprile in cui il Parlamento europeo “si felicita vivamente” del Libro Bianco “solido e ambizioso” inizialmente chiamato ReArmEurope ed ora ribattezzato “European Defence Readiness 2030”.

A che ci serve la difesa europea

La difesa europea non deve servire per fare la guerra ma deve essere un deterrente per evitare o rendere impossibili le guerre, per gettare le basi di una autonomia strategica europea anche e non solo come risposta al preannunciato disimpegno di Donald Trump e per rendere finalmente efficienti e inter-operative le forze armate terrestri, aeree e navali europee.

La difesa europea serve per dotarci di strumenti comuni con investimenti in industrie europee come lo scudo spaziale, sistemi antimissile, satelliti europei e un insieme di mezzi, di tecnologie e di procedure tesi alla protezione dei nostri sistemi informatici in termini di confidenzialità, integrità e disponibilità dei beni o asset informatici (la cybersicurezza).

La difesa europea serve per mantenere (keeping), costruire (building) ma anche imporre (enforcement) la pace in Europa e nel mondo grazie alle missioni internazionali europee sotto l’egida delle Nazioni Unite.

La difesa europea deve essere anche civile come strumento di intervento per far fronte alle catastrofi naturali e deve essere accompagnata dalla creazione di un servizio civile europeo che sostituisca il servizio volontario europeo integrando e unificando i servizi civili nazionali.

La difesa europea deve prevedere regole vincolanti sulla vendita delle armi a paesi terzi – legate spesso a corruzione e criminalità e sempre a violazioni dei diritti fondamentali – come strumento per il rispetto dei trattati internazionali sulla limitazione e sulla riduzione degli arsenali militari (armi batteriologiche e chimiche, mine antipersona, munizioni a grappolo, armi nucleari, non militarizzazione di determinate aree, zone denuclearizzate, missili balistici…).

La difesa europea deve essere fondata su un comando unificato nel quadro di una sovranità condivisa come pilastro europeo nella NATO, con procedure comuni di educazione politica-militare, un unico bilancio europeo finanziato da risorse proprie e dalla standardizzazione europea degli acquisti e delle produzioni, sottomessa ad una autorità politica sovranazionale secondo un modello democratico e federale.

Una iniziativa del Movimento Europeo

Suggerisco di promuovere in tempi rapidi e con personalità significative una nostra iniziativa sul ruolo internazionale dell’Unione europea in cui rilanciare l’idea della Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa insieme alla proposta che fu italiana ma che non fu mai effettivamente realizzata di una Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo.

Dovremmo organizzare una conferenza pubblica che potrebbe aver luogo a Perugia a fine maggio, a seguito della prossima Assemblea elettiva che avverrà  invece a Roma, coinvolgendo i promotori delle “piazze per l’Europa” a partire dall’Appello dei Sindaci, gli scienziati contro il riarmo Carlo Rovelli e Flavio del Santo, il presidente della CEI Matteo Zuppi e i rappresentanti di altre fedi religiose, Roberto Saviano che si è dichiarato disponibile al dialogo con noi e che si è espresso a favore dell’esercito europeo, le reti delle organizzazioni giovanili, le organizzazioni rappresentative della società civile ed il mondo dell’informazione e della cultura.

La conferenza pubblica dovrebbe essere l’occasione per discutere anche del “Patto per il Futuro” adottato dalla  Assemblea della Nazioni Unite nel settembre 2024 insieme alla “Dichiarazione per le generazioni future” partendo non solo dagli impegni sottoscritti ma anche dai loro silenzi che riguardano la democrazia o meglio il declino della democrazia nel mondo, la difesa della libertà di stampa, la protezione contro la disinformazione e l’indipendenza della magistratura, gli strumenti per creare uno spazio pubblico internazionale, il ruolo della finanza etica, la realizzazione della Agenda 2030, le politiche migratorie e, in cima a tutto ciò, la riforma del sistema delle Nazioni Unite su cui ci attendiamo una proposta dell’Unione europea.

Vi presenteremo entro la fine di aprile un progetto di programma contando sulla partecipazione attiva delle vostre organizzazioni e dei vostri dirigenti e militanti.

Le nostre priorità

Democrazia, spazio pubblico, finanza etica, Agenda 2030, politiche migratorie e sistema di governance fanno parte delle priorità su cui si era concentrato il nostro Libro Verde e da cui dobbiamo partire per monitorare l’azione delle istituzioni europee al fine di verificare in che misura le proposte che sono sul tavolo di chi decide siano coerenti con quello che abbiamo collettivamente discusso, elaborato e adottato un anno fa.

Il declino delle democrazie in Europa non può essere affrontato con discussioni teoriche ma deve essere collegato

  • al ruolo della rappresentatività politica nel Parlamento europeo che non può essere intermittente ogni cinque anni ma deve essere continua,
  • alle funzioni dei partiti europei che non hanno mai agito per contribuire alla formazione della coscienza politica europea e all’espressione della volontà delle cittadine e dei cittadini (art. 10 TUE) manifestata in negativo nell’alta percentuale di astensionismo elettorale,
  • alle ragioni della crescita dei movimenti sovranisti in cui il sovranismo alligna nell’estrema destra ma è presente anche a sinistra fra coloro che disprezzano il valore aggiunto dell’integrazione europea e che non hanno mai elaborato una loro teoria dello stato federale,
  • al carattere non vincolante del primato del diritto europeo e ad una inaccettabile tolleranza delle violazioni dello stato di diritto,
  • ai poteri limitati del Parlamento europeo che non decide sulle risorse proprie violando così il principio no taxation without represention così come in quasi tutti gli atti in cui il Consiglio vota all’unanimità e che non è coinvolto nei negoziati di adesione e la lista potrebbe essere ancora più lunga.

Noi siamo convinti che debba essere rafforzata la dimensione parlamentare nell’Unione europea anche attraverso una maggiore collaborazione fra il Parlamento europeo ed i parlamenti nazionali e, per questa ragione, abbiamo proposto che venga adottato il metodo delle assise interparlamentari su temi essenziali come la politica estera, il quadro finanziario pluriennale, la riforma dell’Unione europea ed il processo di adesione in cui dovranno essere coinvolto anche osservatori dei parlamenti dei paesi candidati.

Lo spazio pubblico è il luogo o dovrebbe essere il luogo della democrazia partecipativa ma i suoi strumenti sono inadeguati se si pensa alle enormi difficoltà di attuare le iniziative dei cittadini europei sia nella raccolta delle firme che nel fin de non reçevoir della Commissione europea alle pochissime iniziative che hanno superato un milione di firme.

Nel quadro della democrazia partecipativa dovrà essere rilanciato il metodo della Conferenza sul futuro dell’Europa con funzioni deliberative.

La riforma dell’Unione europea secondo un processo costituente, che abbia al suo centro il ruolo del Parlamento europeo, dovrebbe essere sottoposta ad un referendum pan-europeo come fu proposto nel 2002 dalla maggioranza dei membri della Convenzione sull’avvenire dell’Europa respinta dai governi che pretendono di essere i “padroni dei trattati” e che esercitano un potere di interdizione nella Convenzione rendendo questo strumento una trappola intergovernativa da cui fuggire anche nell’ipotesi puramente teorica che il Consiglio decida a maggioranza di accettare la richiesta formulata il 22 novembre 2023 da 295 parlamentari europei su 705 membri di avviare una procedura di parziale modifica del Trattato di Lisbona.

Al termine del processo costituente e sulla base dei risultati del referendum la riforma dell’Unione europea dovrebbe essere approvata ed entrare in vigore a maggioranza fra gli Stati ed i popoli che lo vorranno secondo la procedura che fu proposta nell’articolo 82 del progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea del 14 febbraio 1984 (“progetto Spinelli”).

Finanza etica e Agenda 2030, e cioè la parte europea che riguarda l’attuazione del Patto Verde Europeo, sono strettamente collegate all’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 con un piano per innalzare ad almeno il 50% l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dell’Unione europea entro il 2030 e verso il 55% rispetto ai livelli del 1990 introducendo nuove norme sull’economia circolare, sulla ristrutturazione degli edifici, sulla biodiversità, sull’agricoltura e sull’innovazione.

Come sappiamo e nonostante l’attuazione della maggior parte degli impegni adottati dal Parlamento europeo nel 2020, il Patto Verde Europeo e la partecipazione attiva della finanza etica rischiano di essere messi in discussione, rallentati, prorogati o addirittura annullati dall’azione demolitrice di alcuni governi e in particolare di quello italiano che ha recentemente legato le decisioni di Donald Trump sui dazi alla richiesta dì annullare il Patto Verde Europeo e di un negoziato bilaterale dell’Italia con gli USA in cui si fa finta di ignorare che la politica commerciale è una delle cinque competenze esclusive dell’Unione europea..

In questo quadro si colloca il tentativo di tutte le destre al Parlamento europeo (PPE, Patrioti, Conservatori e Sovranisti) di cancellare lo storico programma LIFE che finanzia dal 1992 progetti per l’ambiente e per il clima sostenendo le organizzazioni non governative impegnate nella convergenza ecologica.

Il riarmo nazionale potrebbe inoltre condurre l’Unione europea a passare – come è stato efficacemente sintetizzato – dall’area del mondo più avanzata in tema di welfare e cioè del benessere ad un’area fondata sul warfare e cioè su una economia di guerra.

Siamo in attesa di conoscere le proposte della vicepresidente Roxana Minzatu e del piano di risposta alle crisi in materia di salute, ambiente, protezione civile e digitale ma il segnale dato dal pacchetto “omnibus” su un insieme di misure legislative da prorogare, modificare o annullare suscita molti interrogativi e forti preoccupazioni come appare dalla decisione di una maggioranza del Parlamento europeo formata da PPE e ECR di applicare la procedura d’urgenza nella revisione delle direttive sulla due diligence e la corporate sustainability che erano già entrate in vigore nel 2024.

Poiché parliamo di welfare rivolgiamo ancora oggi un ricordo di gratitudine a Emilio Gabaglio che ci ha lasciato sei mesi fa il 7 ottobre 2024.  

Controllo democratico e “buio fitto”

Vi sottopongo due osservazioni complementari legate al tema della difesa su cui propongo alla Assemblea di esprimersi con due ordini del giorno.

Il primo ordine del giorno riguarda il controllo democratico sugli atti normativi che la Commissione europea intende presentare per dare seguito al suo piano di riarmo.

Il controllo democratico riguarda sia il Parlamento europeo che i parlamenti nazionali ma anche i poteri locali e regionali nel loro ruolo di consultazione esercitato attraverso il Comitato delle Regioni da una parte e i partner sociali con le organizzazioni rappresentative della società civile attraverso il Comitato Economico e Sociale dall’altra.

Se venisse accolta la proposta della Commissione europea di usare come base giuridica l’art. 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea il Presidente del Consiglio si limiterebbe ad informare il Parlamento europeo sulle decisioni prese.

E’ stupefacente il fatto che il Parlamento europeo, “felicitandosi” del nuovo strumento per un’azione di sicurezza per l’Europa (SAFE), si sia limitato a “deplorare il ricorso all’art. 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e l’assenza di partecipazione del Parlamento europeo” (par. 75 della risoluzione del 2 aprile 2025) dimenticando che le basi giuridiche dei regolamenti del NGEU consentirono di applicare la procedura legislativa ordinaria con il coinvolgimento dei parlamenti nazionali ed i pareri del Comitato delle Regioni e del CESE.

Il secondo ordine del giorno riguarda quel che potremmo chiamare – se mi consentite di usare quest’espressione– un “buio fitto”.

Come sapete e su proposta del vicepresidente Raffaele Fitto e del commissario Dan Jorgensen, è stato presentato dalla Commissione europea un progetto di revisione a metà percorso della politica di coesione economica, sociale e territoriale, che comprende anche i fondi per le strutture agricole e che riguarda la programmazione 2021-2027, con l’obiettivo di consentire agli Stati che lo vorranno di usare quei fondi per investimenti nelle infrastrutture e nelle tecnologie previste per un doppio uso militare e civile ma anche per la “sicurezza” delle frontiere e cioè la lotta all’immigrazione illegale, per sostenere grandi imprese pubbliche e non solo piccole e medie imprese, per consentire finanziamenti al 100% e un prefinanziamento del 30% sulle spese militari.

La difesa o, meglio, il riarmo diventerà così una delle cinque priorità strategiche dei fondi di coesione insieme alla competitività, agli alloggi, alla resilienza idrica e alla transizione energetica.

Tutto ciò rischia di ridurre gli interventi a sostegno delle aree interne e creare un problema di equità nella distribuzione territoriale dei fondi e diseguaglianze nel sistema degli aiuti di stato oltre che mettere in discussione l’obiettivo della coesione fissato dall’art. 3 del Trattato sull’Unione europea e dagli articoli 174-178 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che riguardano le regioni meno favorite, in ritardo di sviluppo e di riconversione delle regioni industriali in declino.

Il “buio fitto”, su cui inviteremo in modo pressante il Parlamento europeo a riflettere in quanto autorità legislativa e di bilancio, rischia di stravolgere non solo la programmazione finanziaria 2021-2027 ma di estendersi alla nuova programmazione finanziaria dal 2028 se la Commissione europea decidesse di usare questo pessimo esempio per gli orientamenti che presenterà nel prossimo luglio e se Parlamento e Consiglio decidessero di darle semaforo verde.

Dovremo inviare questi due ordini del giorno anche al Comitato delle regioni e al Comitato economico e sociale chiedendo loro di agire facendo uso delle prerogative che consentono loro di emettere pareri se lo giudicano opportuno (art. 304 e 307 TFUE) con la necessaria urgenza invitando ad un dialogo aperto le organizzazioni rappresentative della società civile.

Il bilancio europeo

Le questioni che abbiamo sollevato ci collegano al tema del Quadro Finanziario Pluriennale dal 2028 al 2032, se sarà accettata la proposta del Parlamento europeo di fissare una periodicità quinquennale e non settennale.

Stiamo lavorando in un gruppo di lavoro coordinato dal vicepresidente Giampiero Auletta su questo tema e dovremmo disporre di proposte precise entro la metà di maggio su entrate e spese.

Dovremo dedicare a questo tema il dibattito politico nella nostra assemblea a fine maggio al fine di presentare delle idee prima della comunicazione della Commissione europea prevista per metà luglio sui suoi orientamenti in vista dei negoziati con il Consiglio e il Parlamento europeo.

Le politiche migratorie

Una politica europea di accoglienza e di integrazione deve rispondere al rispetto dei valori dell’Unione europea come stato di diritto e al principio fondamentale della protezione della dignità umana proclamato dal primo articolo della Carta dei diritti fondamentali.

Il Movimento europeo, ispirandosi al modello di Riace, ha deciso di avviare un’azione europea fondata sui seguenti pilastri:

  • una petizione al Parlamento europeo sulla base dell’articolo 44 della Carta dei diritti fondamentali
  • la richiesta del Parlamento europeo alla Commissione europea di elaborare la proposta di una politica per l’integrazione delle persone di paesi terzi che vivono sul territorio dell’Unione europea coinvolgendo in questa iniziativa il Comitato delle Regioni e il Comitato Economico e Sociale.
  • la scelta della base giuridica dell’articolo 79.4 TFUE che attribuisce al Parlamento europeo e al Consiglio il potere di adottare misure politiche, giuridiche e finanziarie per incoraggiare e sostenere l’azione degli Stati membri con l’obiettivo di favorire l’accoglienza e l’integrazione delle persone provenienti da paesi terzi che vivono sul territorio dell’Unione europea inserendole nel quadro della politica di coesione economica, sociale e territoriale.
  • la promozione su iniziativa del Parlamento europeo di una Conferenza internazionale che coinvolga le istituzioni europee e nazionali insieme alle organizzazioni rappresentative della società civile e al mondo del lavoro e della produzione a valle della quale dovrebbe essere adottato un protocollo al Trattato di Lisbona che preveda un’ampia revisione delle politiche relative all’asilo e all’immigrazione ed il mandato alla Commissione europea di elaborare un piano di cooperazione allo sviluppo di tutto il Continente africano.
  • un collegamento delle iniziative europee con iniziative a livello nazionale intese a favorire la partecipazione della società civile nella messa in opera del Patto “migrazione e asilo” (a partire dal Piano nazionale inviato alla Commissione a dicembre 2024 dalla Strategia Nazionale da sottoporre entro giugno 2025) in vista della futura ripartizione dei finanziamenti pluriennali europei.
  • l’integrazione a livello locale dei migranti, secondo lo spirito e il modello Riace, attraverso la trasposizione della Direttiva “Accoglienza” e l’utilizzo dei fondi UE nel pieno rispetto dei diritti fondamentali (come richiesto dal Regolamento UE “Condizionalità”, dal Regolamento “Common Provision” e dal Regolamento Finanziario UE.

Conclusioni

A partire dalla prossima assemblea dobbiamo tutti insieme

  • coinvolgere altri attori della società italiana,
  • contribuire a creare nuove reti in Italia nelle nostre sedi regionali ma anche al di fuori del Movimento europeo,
  • innovare le modalità della nostra azione usando gli strumenti di partecipazione attiva offerti dall’Unione europea (ICE, petizioni, piattaforma digitale.),
  • comunicare tutti insieme con maggiore efficacia e determinazione diffondendo le nostre idee e proposte attraverso gli strumenti di informazione delle nostre componenti e invitando le nostre componenti ad usare i nostri strumenti di informazione (web, newsletter, facebook, instagram),
  • promuovere una maggiore solidarietà finanziaria delle nostre componenti perché la sostenibilità del Movimento europeo è fondata principalmente sulle quote sociali e solo sussidiariamente sui progetti europei che finanziano singole attività ma non il suo funzionamento,
  • cercare alleanze in Europa anche al di fuori del Movimento europeo internazionale.

ll Movimento europeo deve riappropriarsi del Manifesto di Ventotene nel suo valore intrinseco di un progetto, di un metodo e un’agenda per far fronte alle sfide di fronte alle quali si trovano oggi l’Europa e il mondo nella prospettiva di un processo costituente.

Dobbiamo avere l’ambizione e il coraggio di contribuire a mobilitare tutte le forze necessarie per far nascere una nuova Europa garante della cooperazione internazionale e della realizzazione degli obiettivi dello sviluppo sostenibile per la convergenza ecologica, la protezione dei diritti, la giustizia e la pace sulla via degli Stati Uniti d’Europa.

Buon lavoro a tutte e a tutti noi.