PER AGIRE L’UNIONE EUROPEA DEVE PROGRAMMARE IL PROPRIO FUTURO
L’Unione europea è una complessa ma non complicata organizzazione in cui l’esecuzione delle politiche è affidata largamente agli Stati membri o, a nome degli Stati membri, ai poteri sub-statuali e solo in misura molto ridotta alle istituzioni che noi chiamiamo per comodità sovranazionali ma che agiscono di fatto per delega degli Stati membri.
Si tratta del metodo o dell’ingranaggio inventato da Jean Monnet agli inizi degli anni cinquanta dello scorso secolo che ha funzionato egregiamente quando è stato necessario ed urgente creare il mercato comune del carbone e dell’acciaio (la CECA) ma che ha funzionato molto meno bene quando è stato necessario creare un mercato comune (MEC o CEE) per la libera circolazione delle persone, dei beni, dei capitali e dei servizi.
Il mercato è rimasto sostanzialmente bloccato fino a quando Jacques Delors ne ha fatto la priorità della sua presidenza decennale (1985-1995) ma che si è sbloccato solo parzialmente perché esistono ancora oggi ostacoli nella libera circolazione dei servizi e dei capitali mentre sono andati crescendo nuovi ostacoli nella libera circolazione dei beni e la libera circolazione delle persone è sottoposta a vincoli inimmaginabili all’interno di uno Stato membro.
Jean Monnet, il quale aveva inizialmente pensato che il mercato comune dell’energia atomica (EURATOM o CEEA) avrebbe costituito il settore di avanguardia dell’integrazione europea come lo era stato il mercato del carbone e dell’acciaio, non aveva previsto che le Comunità europee prima e l’Unione europea poi avrebbero dovuto reagire a delle sfide emergenziali in cui l’affidamento dell’esecuzione delle azioni agli Stati membri avrebbe creato fenomeni di inefficienza e diseguaglianze tali da mettere in pericolo la stessa esistenza di un’integrazione europea condivisa.
Lo abbiamo vissuto in un crescendo di problemi irrisolti nei primi venti anni di questo nuovo secolo
- con la crisi finanziaria che ha provocato conseguenze profonde nei sistemi sociali e l’esplosione di fenomeni di euroscetticismo,
- con il terrorismo di matrice o di ispirazione islamica sospinto anche da azioni temerarie degli Stati Uniti,
- con l’aumento dei flussi migratori durante i conflitti in Siria ma non solo in Siria che ha provocato irragionevoli paure ancestrali nelle popolazioni europee,
- con i disastri ambientali originati dalle cause di origine umana del cambiamento climatico e dall’inquinamento,
- con la pandemia provocata dal COVID ben più ampia delle precedenti epidemie che avrebbero dovuto essere per tutti un segnale di allarme,
- ed infine con sconvolgimento geopolitico provocato dalla brutale e imperialista aggressione ordinata da Vladimir Putin contro l’Ucraina con metodi che richiamano alla memoria le violenze del Terzo Reich.
L’Unione europea ha cercato di reagire a queste emergenze, non avendo avuto dagli Stati i mezzi per agire, ma
- la risposta alla crisi finanziaria è stata non solo inadeguata ma controproducente con strumenti sostanzialmente intergovernativi (il Fiscal Compact e il MES) affiancati da un pacchetto di regole (Six Pack, Two Pack e Semestre Europeo) scarsamente trasparenti e ben lontane da una vera politica macro-economica europea,
- la lotta al terrorismo è stata solo nazionale e il solo aiuto “sovranazionale” è venuto dal Mandato di Arresto Europeo,
- la gestione dei flussi migratori è rimasta affidata ai paesi di prima accoglienza con effetti politici e sociali dirompenti,
- e la transizione ecologica è solo embrionale nonostante l’avvicinarsi della scadenza del 2030.
Di fronte alla pandemia e alla guerra e cioè alle più gravi crisi di questo secolo l’Unione europea ha mostrato di essere capace di reagire alle sfide emergenziali ma è stata finora incapace di prevedere e programmare il proprio futuro e dunque di gettare le basi da una parte di una “unione della salute” e dall’altra di definire gli elementi essenziali della sua autonomia strategica e contribuire a costruire la pace uscendo dalla guerra.
Vorremmo limitarci oggi a sollevare alcune questioni relative alla risposta emergenziale di fronte alle conseguenze economiche e sociali della pandemia che, come sappiamo, si è tradotta nell’adozione di alcuni strumenti finanziari di cui il più importante è il Next Generation EU.
Si è molto discusso e si sta discutendo in queste settimane dei ritardi italiani nell’esecuzione del piano che, come è noto ai più, si chiama PNRR e cioè Piano Nazionale per il recupero e la resilienza e che riguardano sia gli investimenti finanziati con prestiti e sovvenzioni che dovranno concludersi entro il 31 dicembre 2026 sia le riforme che dovranno invece continuare a sviluppare nel tempo nel quadro delle missioni legate alla transizione digitale ed ambientale ma anche alla giustizia e alla pubblica amministrazione.
A causa dell’esistenza di questi ritardi, il governo italiano ha dovuto chiedere un mese ulteriore di valutazione da parte della Commissione europea per l’attribuzione della terza quota di finanziamenti pari a 19 miliardi di Euro relativi al raggiungimento dei 55 obiettivi previsti dal piano italiano.
Sulle ragioni e sulle conseguenze dei ritardi sono intervenuti recentemente nel suo rapporto periodico la Corte dei Conti così come lo Studio Ambrosetti suscitando legittime e forti preoccupazioni per le diseguaglianze generazionali, di genere e territoriali fra Nord e Sud ma anche per le difficoltà nella realizzazione delle riforme.
Tali difficoltà potrebbero essere solo in parte risolte con l’entrata in vigore del cosiddetto “Codice degli appalti” redatto dal Consiglio di Stato su incarico del governo Draghi che il ministro Matteo Salvini si è auto-attribuito quando le uniche modifiche introdotte nel codice da Salvini sono state quelle peggiorative ed in particolare quelle relative alle aggiudicazioni dirette.
Che in Italia esistano delle strozzature o degli ostacoli a cominciare dalle inefficienze della pubblica amministrazione è cosa nota e la responsabilità non è né del governo Meloni né dagli altri governi della precedente legislatura che, a vario titolo, hanno partecipato al negoziato del Next Generation EU e poi alla redazione del PNRR italiano.
Che ci fossero dei difetti nel PNRR presentato dal governo italiano a Bruxelles, e solennemente approvato a Roma da Ursula von der Leyen ivi compresi dei progetti molto discutibili come gli stadi di calcio di Firenze e Venezia, è indiscutibile a cominciare dalla mancanza di trasparenza nonostante le sollecitazioni della società civile affinché l’opinione pubblica possa monitorare l’attuazione dei progetti e dalla violazione degli obiettivi di una politica di informazione e comunicazione adeguata prescritti dalle regole della Commissione europea e approvate dai governi.
Sappiamo anche che il governo Meloni, già prima di essersi insediato nello scorso ottobre, si era cullato e forse si culla ancora nell’illusione che possa essere fatta slittare la scadenza dell’esecuzione degli investimenti al di là del 31 dicembre 2026 così come avviene alla fine di ogni quadro finanziario pluriennale per i fondi di coesione.
La Commissione europea ha ripetuto più volte che la flessibilità può essere applicata alla quantità e alla qualità dei progetti ma non alla scadenza del 31 dicembre 2026.
Il Presidente della Repubblica e la Corte dei Conti ci hanno ricordato che il successo della realizzazione del PNRR sarà una buona o meglio un’ottima cosa per l’Italia ma anche per l’Unione europea nel suo insieme perché il successo del Next Generation EU faciliterà la possibilità che alla conclusione del Quadro Finanziario Pluriennale nel 2027 l’Unione europea possa programmare il suo futuro con una adeguata capacità fiscale autonoma rispetto a quella degli Stati membri e non solo reagire alle emergenze.
Per avere un quadro dell’esecuzione del Next Generation EU al di là del dibattito italiano vale la pene di leggere quel che ha scritto Francesca Basso sul Corriere della Sera del 2 aprile nel suo ben documentato articolo “Francia e Germania più indietro dell’Italia – Solo la Spagna ha già incassato la terza tranche” con dati precisi sui rapporti fra prestiti e sovvenzioni insieme al pagamento o alla richiesta dei pagamenti da parte degli Stati membri.
La preoccupazione sullo stato di attuazione del Next Generation EU deve riguardare tutta l’Unione europea per due ragioni di fondo che concernono il suo “peccato originale” e le prospettive del rimborso del debito pubblico contratto dalla Commissione per finanziare la parte delle sovvenzioni e non dei prestiti entro il 2056.
Per quanto riguarda il “peccato originale”, la proposta iniziale della Commissione europea per agire – e non solo reagire – nella logica di una programmazione del futuro dell’Unione europea era fondata su un piano articolato fra due terzi di investimenti su beni pubblici europei eseguiti direttamente dalla stessa Commissione e solo un terzo affidato agli Stati membri sotto forma di sovvenzioni o prestiti.
La decisione del Consiglio europeo, accettata anche dal Parlamento europeo, è stata l’adozione di un Next Generation EU tutto consacrato a sovvenzioni e prestiti per progetti e investimenti nazionali.
Per quanto riguarda il rimborso del debito pubblico europeo contratto dalla Commissione europea su mandato dei governi esso può avvenire
- o attraverso i contributi degli Stati in una percentuale legata al Prodotto Interno Lordo Nazionale come avviene per la quota maggiore del bilancio europeo
- o attraverso nuove e vere risorse proprie come un dazio alle frontiere esterne sui prodotti ad alto contenuto di carbonio
- e/o attraverso una tassa sulle multinazionali del web o una quota di un’imposta nazionale come avviene per l’IVA
- e/o attraverso l’introduzione di risorse fiscali su settori ad alto impatto economico e sociale negativo come è stato proposto dal Movimento europeo insieme al Centro Studi sul Federalismo ed al Centro per l’Economia reale.
L’occasione per aprire un dibattito sui difetti strutturali del Next Generation EU e per consentire all’Unione europea di programmare il proprio futuro agendo e non solo reagendo deve essere data dalla revisione a metà percorso del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027.
Roma, 3 aprile 2023
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