PARTE SENZA BUSSOLA LA BARCA FRAGILE DEL NUOVO ESECUTIVO EUROPEO
Ursula von der Leyen parte con il suo equipaggio per un viaggio lungo cinque anni. Ma la sua barca esce dal porto molto più fragile di quella con cui salpò per la prima volta nel novembre 2019.
E’ molto più fragile perché è andato evaporando il consenso dei parlamentari europei da cui dipende il 50% della sua accountability con una frammentazione che ha colpito tutti i gruppi politici della sua maggioranza che – con qualche significativo mutamento nazionale – era la stessa che dette la fiducia al suo esecutivo cinque anni fa: popolari, socialdemocratici, liberali e una parte dei conservatori che nel 2019 appartenevano al PiS polacco ed ora erano i meloniani di Fratelli d’Italia.
Nel 2019 la grande maggioranza dei verdi si astenne nonostante la priorità dello European Green Deal: progettualità che non fu una sciagurata invenzione ideologica del vicepresidente olandese Frans Timmermans ma la risposta europea agli obiettivi dello sviluppo sostenibile e la bussola per realizzare l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
L’impegno per la transizione ecologica aveva del resto spinto i Cinque Stelle a sostenere Ursula von der Leyen a luglio 2019, con l’accorto voto favorevole di Giuseppe Conte al Consiglio europeo, e a confermare quel sostegno nel Parlamento europeo anche grazie alla rottura con la Lega di Salvini e alla designazione di Paolo Gentiloni con un portafoglio di peso che egli ha usato con determinazione e professionalità nell’interesse europeo che coincideva naturalmente con l’interesse italiano.
A novembre 2019 la barca di Ursula von der Leyen fu dunque sostenuta da 463 parlamentari su 705 membri dell’Assemblea. Ma dopo cinque anni le bizzarre logiche europee hanno fatto scendere il consenso a 370 voti su 720 membri dell’Assemblea con dissensi palesi fra i popolari, i socialdemocratici, i conservatori e i verdi divisi a metà per ragioni più nazionali che europee.
Sui due lati degli schieramenti vale la pena di sottolineare la coerenza europea dei liberali tutti a favore, con sei astensioni, e la compattezza ostile dei patrioti di Orban e dei sovranisti dell’AFD tedesca a cui si è aggiunto il voto contrario di tutte le sinistre.
Matematicamente si può discettare sul fatto se siano stati determinanti i 27 voti favorevoli dei verdi o i 33 voti favorevoli dei conservatori. Ma è evidente che la maggioranza semplice di 25 voti e quella assoluta (non necessaria) di 9 voti è dovuta alla inedita convergenza fra verdi e conservatori che ha compensato i 38 franchi dissenzienti ECR, 27 PPE, 25 S&D 18 verdi, le 36 astensioni e i 32 assenti.
Sappiamo anche che, contrariamente a quel che è avvenuto dal 2004 al 2019 quando un serio esercizio delle audizioni dei candidati-commissari impose ai Presidenti designati (Barroso, Juncker e Von der Leyen) e ai Governi di cambiarne otto, questi ultimi hanno fatto valere stavolta il peso del loro potere che vale più del 50% per evitare che incidenti politici provocassero una crisi istituzionale difficile da gestire a due mesi dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e con due guerre alle porte.
La seconda barca di Ursula von der Leyen è tuttavia drammaticamente fragile soprattutto perché non è chiara la bussola che la guiderà nei prossimi cinque anni in un viaggio europeo che sarà scosso, da una parte, dalle incertezze governative e dalle loro divisioni con un aumento delle coalizioni influenzate dalle pulsioni nazionaliste, dall’altra, dalla estrema variabilità delle alleanze occasionali nel Parlamento europeo. Si tratta di alleanze che rischiano di condurre l’Assemblea ad essere succube del Consiglio e del Consiglio europeo, annullando la dinamica istituzionale in cui, anno dopo anno, i piccoli passi dei Governi sono stati contrastati dall’ambizione europea del Parlamento europeo e dalla equidistanza delle Commissioni europee.
Non è chiara la bussola per quanto riguarda le transizioni gemelle ecologica e digitale, la realizzazione del Piano d’azione sociale adottato a Porto nel 2021, la dimensione europea della politica industriale – che deve essere coerente con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e non fondata su un’economia di guerra -, una politica di coesione rinnovata e rafforzata in una logica di lotta europea alle diseguaglianze, una politica migratoria comune che accompagni il rispetto dei valori europei con le necessità economiche di società demograficamente in declino, un piano di cooperazione con il Sud Globale – nella consapevolezza che esso sarà utile per realizzare la nostra autonomia strategica -, una politica estera e di sicurezza che sia il quadro al cui interno collocare la dimensione della difesa al servizio della pace.
Affinché il percorso segnato dalla bussola sia chiaro, la Commissione europea deve presentare un progetto ambizioso di un quadro finanziario quinquennale dal 2028 al 2032 che garantisca il sostegno e la valorizzazione dei beni pubblici europei, fondato su vere risorse proprie e su un nuovo debito pubblico europeo, agendo in stretta cooperazione con il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, immaginando forme innovative di democrazia partecipativa e deliberativa e l’apertura di un processo costituente per superare il Trattato di Lisbona prima dell’allargamento ai Paesi candidati.
Per non lasciare sola la Commissione europea in un vuoto istituzionale i parlamentari europei nei gruppi di ispirazione progressista dovrebbero riprendere l’idea di una risoluzione politica programmatica da presentare all’Assemblea nella sessione di gennaio 2025 sapendo che la “politica dei due forni” sostenuta dal Presidente del PPE Manfred Weber, di alleanze variabili che annullano il cordone sanitario può funzionare occasionalmente ma non è in grado di creare le condizioni di una coalizione di centro-destra che coinvolga i patrioti, i sovranisti e i conservatori.
Bruxelles, 1° dicembre 2024
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