UN ANNO DALLE ELEZIONI EUROPEE: E POI ?
E’ trascorso un anno dalle decime elezioni europee nel giugno 2024 e vale la pena di ricordare alle nostre lettrici e ai nostri lettori alcuni elementi politici dei dibattiti che precedettero il voto europeo, gli esiti di quel voto sulle istituzioni europee, lo sviluppo in un anno delle politiche europee e cosa ci aspetta nei prossimi mesi.
Durante la campagna elettorale europea, i partiti al governo in Italia – pur nelle distinzioni di ruoli e con diversi accenti sulle critiche all’Unione europea e alle politiche condotte nella nona legislatura – sottolinearono il fatto che, dopo un lunga fase di collaborazione fra le culture politiche di centro (popolari e liberali) e di sinistra (socialdemocratici e verdi), era venuto il momento di “rovesciare il tavolo europeo” (l’espressione fu utilizzata più volte dal leader di Forza Italia e vicepresidente del PPE Antonio Tajani, n.d.r.).
Si trattava di esportare nell’Unione europea il modello di governo in vigore in Italia, Svezia e Finlandia dove l’ormai pallido europeismo del PPE – erede di Adenauer, De Gasperi e Schuman – era evaporato in accordi con i nazionalisti-conservatori riuniti nel gruppo ECR senza disdegnare tuttavia un allargamento ad una parte dei sovranisti rappresentati in Italia dalla Lega, in Finlandia dai “veri finlandesi” e in Svezia dai “democratici svedesi” nell’idea che questi accordi non si sarebbero potuti allargare alle estreme destre illiberali in Francia (RN), Germania (AFD) e Ungheria (Fidesz).
L’embrione dell’ipotetico programma di una nuova maggioranza non era solo fondato sul recupero di pezzi delle sovranità nazionali apparentemente abbandonate ad uso e consumo della “burocrazia di Bruxelles” e dell’eccesso di regole europee ma era ispirato all’obiettivo di demolire le politiche europee che erano state al centro della nona legislatura a cominciare dalla cosiddetta ideologia ambientalista, dagli eccessi delle politiche migratorie di accoglienza, dall’insopportabile primato del diritto europeo, dalla priorità data all’Europa dei diritti e dunque dello Stato di diritto contro gli interessi del mercato e della finanza.
Le distinzioni fra i futuri alleati europei in materia di politica estera con i seguaci del vecchio e nuovo atlantismo – distante dallo storico equilibrio popolare della doppia fedeltà a Washington e a Bruxelles – da una parte e con le malcelate simpatie per le autocrazie succubi di Mosca dall’altra scompaiono nelle comuni frequentazioni italiane di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega nell’Internazionale Conservatrice finanziata dai Repubblicani statunitensi e ispirata dall’ideologo di Donald Trump Steve Bannon.
L’ipotesi di una nuova alleanza sul modello italo-finlandese-svedese non avrebbe dovuto essere sottovalutata dagli europeisti quando il Parlamento europeo votò il 22 novembre 2023 il rapporto sulla revisione del Trattato di Lisbona dove due terzi dei deputati del PPE tradirono in aula l’accordo raggiunto nella commissione per gli affari costituzionali per unire il loro voto a quello di sovranisti e nazionalisti con un misero risultato parlamentare di una esigua minoranza assoluta e di una risicata maggioranza dei votanti.
Nei mesi che precedettero le elezioni europee, del resto, il presidente del PPE Manfred Weber aveva accarezzato l’idea di Antonio Tajani – le cui più elevate ambizioni europee sono state più volte frustrate dalla realpolitik di Bruxelles – di “rovesciare il tavolo europeo” usando le sue affinità elettive con Giorgia Meloni che egli aveva incontrato più volte a Palazzo Chigi (e non a via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia) come leader dell’ECR e non come primo ministro per “europeizzare il modello italiano”.
Il risultato delle elezioni europee ha invece frustrato temporaneamente le ambizioni di chi immaginava una nuova maggioranza “senza le sinistre” perché l’egemonia elettorale del PPE limitata al 26% de deputati europei non è stata travolgente, i socialdemocratici hanno ottenuto un risultato dignitoso mentre i nazionalisti e i sovranisti si sono sparpagliati in tre gruppi rendendo matematicamente inevitabile il rinnovo sulla carta – ma non in un programma condiviso – della vecchia maggioranza europeista allargata a liberali e verdi pur puniti dalle urne.
Giorgia Meloni, maldestramente incoraggiata da Manfred Weber, si è così trovata per sua colpa isolata nel Consiglio europeo quando i leader del PPE (Tusk e Mitsotakis), di S&D (Scholz e Sanchez) e Liberali (Macron e Rutte) hanno scelto la via apparente degli Spitzenkandidaten negoziando fra di loro – da capi-partito e non da capi di governo – per confermare Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea insieme alla liberale Kallas agli affari esteri e Roberta Metsola alla presidenza del PE sostituendo l’ineffabile liberale belga Charles Michel con il socialista portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio europeo.
Si è trattato di una apparente applicazione del metodo degli Spitzenkandidaten perché il PPE ha deciso di imporre in anticipo la sua candidata nonostante le esplicite riserve di Emmanuel Macron e perché né Ursula von der Leyen né il socialista lussemburghese Schmit, candidato S&D, ci “hanno messo la faccia” non correndo alle elezioni europee.
Sappiamo che il Consiglio europeo ha imposto a Ursula von der Leyen l’agenda strategica 2024-2029 dei capi di Stato e di governo e sappiamo anche che S&D, Liberali e Verdi – giunti alle elezioni europee con programmi evanescenti come lo sono del resto i programmi di inesistenti partiti europei a cui il Trattato ha affidato il compito di contribuire alla formazione della coscienza europea delle cittadine e dei cittadini – hanno di fatto svenduto il loro sostegno alla nuova Commissione europea rinunciando a proporre al PPE un “patto di legislatura” o un contratto di coalizione come avviene nei paesi in cui le maggioranze parlamentari richiedono un accordo fra partiti culturalmente distanti.
La mancanza di questo contratto e la “politica dei due forni” di andreottiana memoria ha di fatto lasciato le mani libere a Ursula von der Leyen ed alla maggioranza assoluta di commissari del PPE (14 su 27), a cui si uniscono i commissari nazionalisti e sovranisti, che sta demolendo giorno per giorno e progetto per progetto le vaghe promesse contenute nei discorsi parlamentari a luglio e a novembre 2024 in piena coerenza con le priorità politiche del PPE ora rafforzate dal cambio di maggioranza in Germania e dai risultati delle altre elezioni nazionali negli ultimi dodici mesi.
L’obiettivo industriale della competitività, spogliato dalla dimensione sociale molto moderatamente rivendicata da Mario Draghi nel suo rapporto e poi a La Hulpe, ha progressivamente annacquato gli impegni sulla transizione ambientale mentre si avvicina la scadenza del 2030 aprendo la via alla crescita delle diseguaglianze che si possono combattere solo dando la priorità alla convergenza economica e sociale sulla competitività.
Con i “pacchetti Omnibus”, annunciati nel discorso programmatico a novembre 2024 e confermati nel piano d’azione 2025-2026, Ursula von der Leyen sta smantellando o ha programmato di smantellare pezzi della legislazione europea sull’ambiente, l’agricoltura, il digitale, l’energia con conseguenze sociali e sul rispetto dei diritti mentre si attendono gli effetti negativi degli investimenti nazionali ed europei nel settore della difesa sulla coesione economica, sociale e territoriale.
Il rispetto o, meglio, il mancato rispetto dei diritti è poi parte essenziale delle politiche migratorie e rivolte ai richiedenti asilo su cui la Commissione europea sta anticipando le norme del “patto” adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio a dicembre 2023 e che dovrà entrare in vigore fra un anno.
Chiudiamo per ora con gli annunci della Commissione europea sul QFP, a cui dedichiamo in questa newsletter un documento sulle proposte sulle nuove risorse proprie per beni pubblici europei.
Le scelte fatte dal Congresso statutario del Movimento europeo il 30 maggio per il rinnovo dei suoi organi interni sono radicalmente coerenti con un’azione strutturata, da oggi alla vigilia della preparazione delle prossime elezioni europee, a sostegno di un’Europa democratica, solidale e dei diritti che sia alternativa ad ogni forma di nazionalismo e di sovranismo.
Roma, 10 giugno 2025![]()
