Newsletter 11 Settembre/2025 – L’EDITORIALE

L’Europa che non c’è di Ursula von der Leyen

Alcuni dei nostri lettori e delle nostre lettrici ricordano forse il romanzo di James Matthew Barrie della “Isola che non c’è” di Peter Pan a cui lo scrittore inglese dedicò nel 1907 lo spettacolo teatrale sul “bambino che non vuole crescere”.

L’idea fu musicalmente ripresa da Edoardo Bennato nel 1992 in un album dove, insieme alla “Isola che non c’è”, ci sono canzoni i cui titoli potrebbero essere rappresentativi dello stato dell’Unione europea e del suo futuro come “la torre di Babele”, “non farti cadere le braccia” e “quando sarai grande”.

Ci è venuta in mente la “Isola che non c’è” sentendo e rileggendo il quinto discorso sullo “Stato dell’Unione” di Ursula von der Leyen e rispolverando dagli archivi della Commissione europea il suo primo discorso nel settembre 2020.

Esso fu caratterizzato dalla determinazione di assicurare alle cittadine e ai cittadini europei il bene pubblico della salute messa drammaticamente a rischio dalla pandemia ma anche dalla volontà di garantire il futuro della convergenza ecologica della società europea attraverso l’attuazione dello European Green Deal che aveva consolidato nel Parlamento europeo il rapporto di fiducia fra la sua prima Commissione e una ampia maggioranza europeista che comprendeva allora popolari, socialisti, liberali e verdi.

Dal settembre 2020 in poi l’Unione europea non è diventata grande ed anzi è tornata ad essere piccola piccola in uno stato che è stato definito di “irrilevanza” soprattutto davanti alle sfide di un mondo in ebollizione e l’isola immaginaria come luogo ideale di armonia e di felicità appare oggi a molti un sogno e l’utopia di Peter Pan.

Di fronte alle crisi interne ed esterne che stiamo vivendo ormai da cinque anni ci saremmo aspettati che Ursula von der Leyen non si limitasse a rivolgere un generico “appello all’unità” fra le istituzioni europee.

Era necessario e urgente che la Presidente della Commissione facesse una analisi impietosa dello stato dell’Unione accompagnando ad una onesta autocritica della inadeguatezza della gestione delle politiche europee da parte della sua prima Commissione europea la denuncia delle responsabilità di chi doveva tradurre le proposte in atti normativi e finanziari (il Consiglio europeo ed il Consiglio in quanto rappresentanti dei governi) ed un’indicazione ancora più impietosa dell’inefficacia e della inefficienza del sistema europeo così come è dal Trattato di Lisbona in poi e in vista dei futuri allargamenti.

A ben guardare, molte delle colpe di Ursula von der Leyen e delle sue due Commissioni sono solo in parte dovute all’Esecutivo europeo e dovrebbero essere attribuite invece in buona parte alle responsabilità dei governi a cominciare dal metodo che essi hanno voluto applicare al Next Generation EU la cui gestione è stata affidata solo agli Stati che appaiono incapaci di portare a compimento migliaia di piccoli e grandi progetti a quindici mesi dalla sua scadenza insieme alla paralisi delle decisioni nella politica estera e della sicurezza sottomesse alla regola della unanimità.   

Avevamo suggerito a Ursula von der Leyen che il suo appello fosse indirizzato a tutte le europee e a tutti gli europei ispirandosi a quello di Thomas Mann Achtung Europa nel pieno della Seconda Guerra Mondiale o che tenesse coerentemente conto delle proposte di Mario Draghi non solo sulla competitività ma anche sull’idea…quasi federalista che l’Unione si faccia “Stato”.

L’Europa di Ursula von der Leyen è rimasta una “isola che non c’è” e la sua “bussola sulla competitività” è inconsistente quanto lo era la bussola sulla difesa che Charles Michel fece approvare in fretta e furia dal Consiglio europeo nel maggio 2022 nell’illusione che la Russia ci considerasse capaci di esercitare una forte pressione militare.

Sul riarmo dell’Europa Ursula von der Leyen ha aperto il suo discorso con una visione senza prospettive partendo dall’affermazione che “l’Unione è in guerra” (Europa is in a fight), che sulla difesa abbiamo dietro di noi un periodo di successi e che ci prepariamo (Readness) a mieterne i risultati con consistenti investimenti europei privati e pubblici.

La Presidente della Commissione ha invece ricordato la messa in opera del programma Safe che è attualmente pendente davanti alla Corte di Giustizia per un ricorso del Parlamento europeo sulla sua base giuridica ignorando la torre di Babele fra i cosiddetti volenterosi e la censura del cancelliere Merz sull’invio di truppe europee in Ucraina (ground troops in Ukraine).

Sull’Ucraina e la Moldavia Ursula von der Leyen ha sorvolato sul fatto che i tempi delle adesioni saranno lunghi, che né l’una né l’altra potranno diventare membri a pieno titolo solo quando saranno finita la guerra nell’una e sarà messo fine alle minacce ibride e alle ingerenze della Russia nell’altra, che l’una e l’altra potranno entrare quando avranno realizzato le riforme interne e che è infine politicamente inimmaginabile che l’una e l’altra entrino nell’Unione europea prima dei candidati dei Balcani che attendono da anni di entrare in attesa davanti alle porte dell’Unione europea.

Sulla situazione a Gaza e l’escalation nei massacri perpetrati da Israele non solo a Gaza ma al di là dei suoi confini Ursula von der Leyen ha preso impegni come quello sugli accordi di associazione che sfuggono tuttavia e in buona parte alle competenze della sua Commissione per chiudere il contrasto con la vicepresidente Ribera e placare le ire dei gruppi politici.

Ha invece evitato di esprimere solidarietà alla Freedom Sumud Flotilla e di denunciare l’aggressione extraterritoriale di Israele al Qatar.

Sui dazi e sulle relazioni con gli Stati Uniti, la posizione difensiva di Ursula von der Leyen ha avuto solo il sostegno di Manfred Weber e le critiche più o meno demolitrici degli altri gruppi politici della maggioranza pur sapendo che in materia di politica commerciale e di accordi di associazione come il Mercosur il Parlamento europeo decide insieme al Consiglio.

Sulla transizione ecologica Ursula von der Leyen ha apparentemente placato gli animi dei Verdi con la frase ad effetto secondo cui “il futuro è dell’auto elettrica” e annunciando una per ora improbabile mini-Ecar sapendo di scavare così un solco con il provincialismo degli inarrestabili ritardi dell’industria italiana ma di avere il consenso della produzione tedesca che ha quasi raggiunto quella di Musk e della Cina.

L’impegno ambientale di Ursula von der Leyen è stata tuttavia moderato dalla scelta della “neutralità ecologica”, dal silenzio sui pesticidi nonostante la sentenza del Consiglio costituzionale francese e dalla priorità allo Industrial Deal rispetto al Green Deal mentre il silenzio è stato assordante sul futuro partenariato strategico con l’Africa in vista del settimo Vertice UE/UA del 24 e 25 novembre in cui gli accordi sui raw materials appaiono essenziali anche per una nuova alleanza con il Global South. 

Sulle politiche migratorie l’accento è stato nuovamente messo sulla protezione delle frontiere e sulle misure di allontanamento o, meglio, di respingimento secondo la logica dell’Europa dei muri che sostituisce quella dei ponti nonostante le sentenze della Corte di Giustizia e l’assenza di piani nazionali di accoglienza e di inclusione.

Contestata rumorosamente dai parlamentari sovranisti dei gruppi dei Patrioti a cui appartiene la  Lega e dei nazionalisti egemonizzato dall’AFD ma anche da alcuni conservatori dell’ECR a cui appartiene Fratelli d’Italia, Ursula von der Leyen ha deciso di prendere le distanze da Manfred Weber e dalla sua politica dei due forni sui temi della difesa dello stato di diritto e della democrazia confermando le regole della condizionalità sull’attribuzione dei fondi ma non ha annunciato nessuna misura concreta per interrompere le crescenti violazioni dei diritti fondamentali in Ungheria e in Slovacchia.

Sulle questioni finanziarie e del bilancio, oltre all’annuncio di una serie di nuovi fondi, Ursula von der Leyen non ha dato nessuna risposta alle critiche del Parlamento europeo sul Quadro Finanziario Pluriennale ed in particolare sull’idea della rinazionalizzazione delle spese secondo il modello del NGEU e tanto meno sul tema controverso delle nuove risorse proprie dove è forte l’ostilità di molti governi.

Nessuna seria risposta infine è venuta infine nel discorso sullo stato dell’Unione alla richiesta del Parlamento europeo di avviare un processo di riforma dei trattati per dare seguito ai suggerimenti contenuti nei rapporti Draghi e Letta e per preparare l’Unione europea alle conseguenze dell’allargamento confermando così che la Commissione si è piegata alla ostilità della maggioranza dei governi alla modifica dei trattati e che la sola via possibile appare sempre di più quella di un processo costituente nella prospettiva delle elezioni europee che avranno luogo nella primavera del 2029.

Roma, 11 settembre 2025 (anniversario del golpe militare contro la democrazia cilena, dell’attentato alle Torri Gemelle e dell’assassinio di Anna Lindh, ministro degli Esteri svedese)

coccodrillo

 

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