A 50 ANNI DALLA CONFERENZA DI HELSINKI: PERSEGUIRE LA PACE ATTRAVERSO LA POLITICA
(testo dell’intervento presentato a Roma, Istituto Luigi Sturzo, 30.9.2025)
Ringraziamo la Fondazione Basso, promotore di questa iniziativa, dell’invito fatto al Movimento Europeo di partecipare a questo ricco dibattito volto a inquadrare la realtà attuale e la strategia che aiuti a risolvere i drammatici nodi geopolitici che dobbiamo fronteggiare, prendendo le mosse dall’insegnamento della Conferenza di Helsinki di cui è caduto il cinquantenario il 1° agosto scorso.
Ho ascoltato sino ad ora riflessioni molto interessanti, in gran parte orientate in una prospettiva diversa da quella che io cercherò di offrirvi oggi.
Il Movimento Europeo in Italia reputa che i tempi così complessi e insidiosi che stiamo attraversando richiedano un approccio visionario. Non siamo i primi a sperimentare eventi drammatici. Il Manifesto di Ventotene -scritto nel 1941 “per un’Europa libera e unita” – richiama ciascuno alle proprie responsabilità:
«Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani».
Sono parole che sembrano scritte per l’oggi; sono state scritte in tempi parimenti drammatici e a questi attuali molto simili: l’Europa era allora teatro di una guerra di potenza; lo Stato di diritto era calpestato diffusamente e profondamente; l’ignavia di molti governanti aveva consentito queste derive.
Allora gli autori del Manifesto sollecitavano un approccio nuovo. Oggi dovremmo porci nella stessa prospettiva. Lo dobbiamo a fronte del fatto che non possiamo non riconoscere che la situazione attuale dell’Unione europea è l’esito di un approccio allora l’unico che sembrava possibile, ma che oggi si rivela deficitario. Abbiamo allora imboccato – con la Conferenza di Messina del 1955 – la via della cooperazione di stampo funzionalista. Si era reduci dal fallimento del tentativo di dar vita all’integrazione politica in Europa fra i sei Stati che avevano già fondato la CECA, dotata di un’Alta Autorità che incarnava perfettamente un modello soprannazionale di governo del mercato carbo-siderurgico. L’esito è che oggi nell’Unione, e tramite essa, cooperiamo, ma non riusciamo più a governare fenomeni e processi globali: appunto perché globali, le nostre singole piccole, talvolta irrilevanti, sovranità nazionali non sono utili, non sono abbastanza.
Anche oggi, come nel 1941, occorre qualcosa di diverso rispetto all’attuale assetto giuridico e politico sviluppato entro l’Unione europea: quest’ultimo ha dimostrato la propria incapacità di dare risposte costruttive alle sfide che pone la situazione geopolitica, questa sì del tutto nuova. É il nuovo che avanza.
D’altra parte questo esito è inevitabile: mai nessuna cooperazione di stampo confederale nelle materie squisitamente politiche della pace, della sicurezza e della difesa (insomma in materie che appartengono al dominio della politica estera) ha funzionato efficacemente. Nell’Unione europea abbiamo potuto navigare (a vista, in certi periodi; a gonfie vele in altri) poiché mai prima si erano poste le questioni di azione esterna dell’Unione come quelle attuali che portano l’attenzione appunto sulla guerra di aggressione in Ucraina, sull’esigenza di costruire la pace, sulla inviolabilità del territorio di Stati indipendenti e, con essa, sulla difesa di principi di diritto internazionali che ci governano dal 1945 in poi. Il (malinteso) principio di democrazia espresso dal criterio dell’unanimità di stampo tipicamente confederale è naturalmente e congenitamente inidoneo a consentire la presa di decisioni rapide, tempestive, come la temperie attuale pretende.
Allora il Movimento Europeo vuole rifarsi a un insegnamento che proviene direttamente dalla nostra Carta costituzionale: essa affronta la questione della pace in modo costruttivo. E’ l’articolo 11 che viene in rilievo. Vi si scrive che il nostro Paese ripudia la guerra, ma non la guerra tout court come alcuni lettori distratti o frettolosi pensano, limitandosi a leggere soltanto una prima piccola parte della norma. Ripudia la guerra come strumento di offesa agli altri popoli (la guerra di aggressione) e come strumento di soluzione delle controversie. La norma ci dice che la cooperazione internazionale rifugge dalla guerra di aggressione, e che occorre privilegiare il dialogo politico e diplomatico per la soluzione dei conflitti internazionali. La norma ci dice che le nostre forze armate non sono un pericolo per la pace; al contrario: sono un presidio democratico a difesa dello Stato. Non tutti i soggetti internazionali sono in grado di mettere al bando una guerra di aggressione e dunque le forze armate sono chiamate a difendere l’integrità del nostro Paese e la vita delle persone che in esso vivono.
La proposta del Movimento Europeo ambisce di essere all’altezza del “nuovo che avanza”.
Anzitutto ci si vuole rivolgere ai giovani anche nella prospettiva delle prossime elezioni del Parlamento europeo (2029): l’età permette loro di essere audaci, coraggiosi, innovatori …. e del nuovo, appunto, abbiamo bisogno.
E’ una proposta che si situa a due diversi livelli.
Anzitutto è una proposta indirizzata a sollecitare quei Paesi europei che non si accontentano di navigare a vista, che – proprio per il fatto di essere visionari – hanno compreso l’inanità, rispetto ai tempi di oggi. dell’attuale forma di cooperazione in Europa e vogliono sostenere un processo di federalizzazione. Il conseguimento di questo obiettivo richiede decisioni coraggiose: un autentico “cambio di passo” nel processo di integrazione, nella ricerca di una soluzione frutto di una visione realizzabile a medio/lungo termine ma da avviare immediatamente perché percorribile già da ora. Crediamo, insomma, che occorra aprire una stagione costituente che abbia come obiettivo la costruzione di un’autentica struttura federale, a partire da quegli Stati che decidano di valorizzare la sovranità di cui godono condividendola, facendola diventare, appunto, sovranità da essi condivisa in una sintesi politica più ampia, più alta, in grado di valorizzare il potenziale politico, sociale, culturale ed economico di cui l’Unione europea è indubbiamente portatrice. Si dovrebbe costruire una federazione “leggera”, flessibile (come è normalmente proprio di questo tipo di organizzazione dei pubblici poteri), rispettosa del principio di sussidiarietà orizzontale, verticale e circolare, ovvero capace di garantire: la rappresentanza degli attuali Stati membri che vi confluiranno (integrando al proprio interno le attuali sovranità nazionali in una superiore sovranità appunto condivisa); la rappresentanza dei cittadini tramite una loro diretta partecipazione ai procedimenti decisionali europei; il coinvolgimento delle autonomie territoriali; la formazione di partiti autenticamente europei; l’associazione dei sindacati e del mondo economico, nonché dei cittadini tramite le forme esponenziali di essi e, in generale, dei corpi intermedi che esprimono la vitalità della società civile, di quel demos europeo che già esiste ma che non riesce a far sentire la propria voce.
Si tratta di costruire un’unione federale che abbia al centro una strategia fondata sui valori oggi scritti nell’art. 2 TUE e dunque – per quanto riguarda l’azione esterna – organizzata sulla stessa logica sottesa all’articolo 11 della nostra Carta costituzionale.
Prefiguriamo – e proponiamo – una stagione costituente che ci riporti al secondo dopo guerra del secolo scorso (peraltro la situazione politica è molto simile), quando menti politiche illuminate predisposero le basi giuridiche di un assetto politico europeo federale, a partire dal Manifesto di Ventotene, dalla Dichiarazione Schuman e dal Trattato sulla Comunità europea di difesa, dal quale avrebbe dovuto originare una Comunità politica europea. L’attuale Unione europea è preziosa: ce lo ha ricordato spesso il Presidente Mattarella, da ultimo nel discorso alla 51° edizione del Forum Ambrosetti. Essa ha garantito in Europa otto decenni di pace e di prosperità economica, nonché – importantissimo – di sviluppo dei valori dello Stato di diritto. Ma essa, come è evidente nella temperie attuale, non è al momento in grado di evolvere verso l’integrazione politica. L’Unione deve essere conservata, ma di fianco ad essa deve poter nascere una iniziativa di cittadini, del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali che ottenga il consenso (possibilmente) di alcuni governi e che, appunto, inauguri una diversa prospettiva, quella dall’integrazione politica a partire anche da un numero limitato di attori politici e sociali. Si confida nella forza di attrazione che una simile iniziativa potrà in tempi brevi esercitare, così come l’esperienza ci ha insegnato a proposito delle diverse occasioni di maggior integrazione nate in Europa (si pensi allo “spazio Schengen”, alla moneta europea, alla Procura europea, al tribunale del brevetto comunitario, alla stessa CECA e ai Trattati di Roma: iniziative partite da un gruppo più limitato di Stati membri e ora di grande successo qualitativo e quantitativo)
La seconda proposta – che qui oggi tutti sembrano condividere – è quella di dare vita a un rinnovato sforzo di pace che – a partire dalle realizzazioni conseguite dalla Conferenza di Helsinky del 1973-1975 – riproponga in Europa un rinnovato sforzo di pacificazione, una “Helsinki 2”, che dia vita a una cooperazione internazionale vasta, organizzata come in origine in tre “cesti”: quello dedicato alla pace, quello sui diritti fondamentali della persona, quello in materia di cooperazione economica e sociale.
Il Movimento Europeo reputa che si tratti di lavorare entro l’attuale Unione europea nella prospettiva di rendere più coesa la sua azione esterna, anzitutto promuovendo, dentro le Nazioni Unite ai sensi dell’art. 21 del Trattato di Unione, questa iniziativa concreta di pace come risposta politica multilaterale. Rinnoviamo dunque un appello che, insieme a ANPI, ARCI, Rete Italiana Pace e Disarmo, Marco Tarquinio – abbiamo pubblicato il 20 giugno 2022 e che riprende l’invito del Presidente Mattarella fatto in Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il 27 aprile di quello stesso anno. La coesione esterna dovrebbe sin da ora dare vita anche a un sistema europeo di sicurezza fondato su una strategia che in materia industriale consenta il finanziamento di imprese di dimensione europea, non nazionale, sia in campo civile che nel settore della difesa, secondo logiche opposte a quelle perseguite oggi dalla Commissione europea con il regolamento SAFE e con la strategia Readiness 2030.
Nicoletta Parisi (Vice-Presidente del Movimento Europeo in Italia)
