Opportunità e rischi nel “federalismo pragmatico” di Mario Draghi
“Il futuro dell’Europa – ha affermato il 24 ottobre 2025 Mario Draghi a Oviedo nel ricevere il Premio Principessa delle Asturias (LINK) – deve essere un percorso verso il federalismo” in una “confederazione che non riesce a far fronte alle sue esigenze” aggiungendo tuttavia che esso “richiederebbe condizioni politiche che oggi non esistono” e che “le sfide che affrontiamo sono troppo urgenti per aspettare che emergano”.
Da qui la sua convinzione che occorra puntare su un “nuovo federalismo pragmatico…basato su temi specifici, flessibile e capace di agire al di là dei meccanismi più lenti del processo decisionale europeo” riunendo “coalizioni di volenterosi intorno a interessi strategici condivisi… in settori tecnologici forti che concordano su un regime comune che consenta alle loro imprese di crescere rapidamente…o nazioni con industrie della difesa avanzate che uniscono ricerca e sviluppo e finanziano appalti congiunti o leader industriali che co-investono in settori critici come i semi-conduttori o in infrastrutture di rete che riducono i costi energetici”.
Varrebbe la pena di ricordare e di ricordare a Mario Draghi che, per quanto riguarda i semiconduttori, l’Unione europea ha compiuto piccoli passi in avanti adottando nel 2023 un regolamento sui microchip allo scopo di raddoppiare la quota europea nel mercato mondiale entro il 2030 e mobilitando 43 miliardi di euro in investimenti pubblici e privati di cui 3.3 miliardi provenienti dal bilancio europeo.
Varrebbe anche la pena di ricordare e di ricordare a Mario Draghi che la politica europea delle reti dell’energia (RET-E) è stata avviata nel 2013 legandola all’obiettivo della riduzione delle emissioni entro il 2030 nella prospettiva della neutralità climatica entro il 2050 e nel quadro del Patto Verde Europeo con un sistema che intreccia decarbonizzazione, sicurezza e innovazione.
Varrebbe infine la pena di ricordare e di ricordare a Mario Draghi che, in materia di reti transeuropee (art. 172 TFUE), di politica industriale (art. 173.3 TFUE) e di ricerca e sviluppo tecnologico che comprende anche lo spazio (art. 182.1 TFUE), il Trattato di Lisbona ha introdotto la procedura legislativa ordinaria per l’adozione a maggioranza qualificata nel Consiglio e a maggioranza assoluta nel Parlamento europeo di azioni, misure e programmi-quadro in questi settori.
Ciò implica il controllo democratico parlamentare e a questi settori si potrebbe inoltre applicare il metodo della cooperazione rafforzata che implica un ruolo di garanzia della Commissione europea e la consultazione del Parlamento europeo.
Sorprendentemente, Mario Draghi ha sostenuto che le coalizioni di nazioni o di imprese potrebbero “contribuire a rinnovare lo slancio democratico dell’Europa stessa” perché i governi dovrebbero richiedere il consenso delle loro opinioni pubbliche nazionali.
Ancor più sorprendentemente Mario Draghi ha affermato che “se volessimo trasferire più poteri all’Europa questo modello non ci offrirebbe la legittimità democratica per farlo” come se l’attuale governance non offrisse già in un embrione da completare la legittimità democratica del Parlamento europeo che agisce e decide a nome dei cittadini che lo hanno eletto, la legittimità costituzionale della Corte di Giustizia che afferma il primato del diritto europeo al fine di garantire l’uguaglianza fra gli Stati membri e il ruolo della Commissione europea per l’affermazione degli interessi collettivi.
L’affermazione secondo cui i governi nazionali devono essere chiamati a ottenere il sostegno democratico dei loro cittadini per obiettivi condivisi specifici è molto vaga e in qualche modo ci inquieta per una certa visione confederale che dimentica la dimensione sopranazionale della costruzione europea e il valore aggiunto delle sovranità condivise.
Considerando le sue molteplici esperienze nazionali, europee e internazionali e tenuto conto della “inazione” che circonda le corpose proposte contenute nel suo rapporto sulla competitività e quelli di Enrico Letta sul mercato unico e di Niinistö sulla difesa, ci saremmo aspettati una precisa risposta alla domanda che egli ci ha posto: “perché non riusciamo a cambiare?”.
Ci saremmo attesi una riflessione sulle ragioni politiche, economiche e istituzionali che hanno finora impedito ai “volenterosi” di intraprendere la via apparentemente innovativa del “federalismo pragmatico” o ai leader industriali di co-investire nei semi-conduttori con accordi di partenariato con paesi dove esistono materie prime di cui l’Europa difetta o in infrastrutture di rete per ridurre i costi energetici.
Dei settori strategici citati da Mario Draghi solo quello militare sembrerebbe uscire dalla “inazione” se dobbiamo credere all’entusiasmo degno di miglior causa di Ursula von der Leyen quando ella esprime la sua personale soddisfazione per la “impennata delle spese nella difesa” nei Paesi europei – su cui Sergio Mattarella ha lanciato un convincente allarme davanti alla Comunità di Sant’Egidio il 26 ottobre – ciascuno per sé e ciascuno a scapito dei debiti pubblici nazionali con una visione e delle scelte che allontanano se non ostacolano l’obiettivo di una difesa comune.
Malgrado i modesti passi realizzati dall’Unione europea nei settori strategici indicati da Mario Draghi nella sua breve allocuzione di Oviedo, resta il fatto che – ad un anno dal suo rapporto sulla competitività – è difficile contestare l’allarme che egli lanciò il 16 settembre e prima al Meeting di Rimini e ancor prima a Coimbra sulla “inazione” che riguarda la decrescita europea, la crescita della dipendenza che minaccia la resilienza, la distanza dalle ambizioni in materia di clima, digitale e sicurezza e l’incapacità di finanziare i sistemi sociali in pieno invecchiamento.
Il suo modello – che ci ricorda la Europe à la carte di Louis Armand del 1965 nella piccola Comunità dei Sei e si limitò ad aprire la strada ai programmi COST in materia di ricerca resi poi più ambiziosi agli inizi degli anni Settanta dall’allora commissario europeo Altiero Spinelli – è la risposta efficace e pragmatica alla domanda “perché non riusciamo a cambiare?”
Non rischia di indebolire la solidarietà comunitaria, di aumentare le diseguaglianze, di ridurre la trasparenza, di marginalizzare il ruolo del Parlamento europeo e di allontanare la prospettiva federale per prepararla quando ci saranno le condizioni per realizzarla?
La volontà politica di agire affinché vengano mobilitate le forze per uscire dalle crisi non può essere il frutto di un sentimento condiviso dai leader ma deve essere fondata sulla capacità di elaborare delle proposte coerenti con l’interesse collettivo piuttosto che sulla somma di apparenti interessi nazionali, su un metodo di decisione che coinvolga come in ogni federazione gli stati federati ed i cittadini e su un potere esecutivo che si assuma la responsabilità della sua attuazione.
Durante settanta anni di storia dell’integrazione europea si sono immaginate varie ipotesi per uscire dalle fasi di “inazione”.
Essi sono andati dall’Europa a due o più velocità di Willy Brandt e Leo Tindemans alla geometria variabile di Jacques Delors e al suo ossimoro della Federazione degli Stati-nazione, dall’ipotesi di un nuovo trattato adottato a maggioranza del “progetto Spinelli” all’Europa a cerchi concentrici di François Mitterrand e poi al “magnete” tedesco (Kern Europa) di Schaeuble e Lamers per non parlare degli accordi di Schengen, del Protocollo Sociale di Maastricht e dell’euro.
Ciascuna di queste ipotesi era fondata sulla convinzione di dover rispettare l’obiettivo di un processo di progressiva integrazione del continente secondo un metodo democratico ed evitando la via della demolizione del metodo comunitario che era sottintesa nella Europe à la carte di Louis Armand.
In una fase transitoria dalla Confederazione alla Federazione – che sfrutti lo “slancio democratico” di cui ha parlato Mario Draghi a Oviedo – varrebbe la pena di lavorare sulla proposta di assise interparlamentari come spazio pubblico della democrazia rappresentativa accompagnate ed affiancate da una nuova sessione della Conferenza sul futuro dell’Europa come spazio pubblico della democrazia partecipativa e riflettere sull’idea di una consultazione popolare insieme alle elezioni europee nel 2029 per avviare un percorso costituente verso il federalismo europeo.
Roma, 27 ottobre 2025![]()
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