Newsletter 15 Dicembre/2025 – L’EDITORIALE

 

Dal Green Deal allo Industrial Deal:

prima c’era il Green ed ora c’è solo il Deal

Dopo mesi di triloghi fra i governi degli Stati membri e il Parlamento europeo e sette ore di negoziati in un rush finale, la presidenza danese del Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto il 9 novembre 2025 un accordo con la delegazione parlamentare guidata dal PPE svedese Joergen Warborn (relatore della commissione giuridica LINK) su due direttive concernenti l’impegno delle industrie europee sulla “dovere di diligenza  ai fini della sostenibilità ambientale” (CSDDD) e sul “rendicontazione societaria di sostenibilità ambientale” (CSRD) comprese nel pacchetto presentato dalla seconda Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, chiamato “omnibus”, con l’obiettivo dichiarato di ridurre gli obblighi di sostenibilità ambientale e di rendicontazione delle imprese giustificandolo con la necessità di semplificare le regole e eliminare il peso burocratico per le aziende (Consiglio e Parlamento raggiungono un accordo per semplificare i requisiti di rendicontazione e due diligence sulla sostenibilità e aumentare la competitività dell’UE – Consilium).

L’accordo raggiunto diminuisce ulteriormente il livello di impegni per le imprese già parzialmente demolito dalle proposte di modifica alle due direttive avanzate dalla Commissione europea mostratasi sensibile alle lobby industriali dando in buona parte ragione alla nuova maggioranza “Venezuela” fra PPE, Patrioti, Conservatori e Sovranisti che si sta sostituendo alla maggioranza “Ursula” fra PPE, S&D, Liberali e Verdi  nelle materie ambientali, delle politiche migratorie, delle riforme istituzionali e del sostegno alle organizzazioni rappresentative della società civile.

L’accordo fra la presidenza danese e la delegazione delle commissioni giuridica e industria del Parlamento europeo – che dovrà essere ratificato dalla Assemblea il 17 dicembre 2025 e poi dal Comitato dei Rappresentanti Permanenti entro la fine della settimana per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea entro la fine dell’anno come era stato promesso dal governo socialdemocratico danese – prevede che la rendicontazione sociale e ambientale si applichi solo alle imprese con più di 1000 dipendenti ed un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro rispetto alla soglia minima di 50 milioni di euro che era stata proposta dalla Commissione europea esentando così dalla rendicontazione oltre l’85% delle imprese che rientrano nella direttiva CSRD.

Ancor peggio avverrebbe con il testo definitivo della direttiva sul dovere di diligenza (CSDD) che si applicherà alle imprese con 5000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro al contrario della proposta della Commissione europea che prevedeva un livello di 1000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato annuo.

Seguendo e applicando l’orientamento della nuova maggioranza “Venezuela” l’accordo fra Consiglio e Parlamento ha eliminato completamente l’obbligo dei piani di transizione climatica.

Questo accordo si aggiunge e aggrava la progressiva demolizione del patto che era verde (Green Deal) e che è ora diventato industriale (Industrial Deal) con le decisioni sui pesticidi, sulla deforestazione e sulle prospettive di una modifica degli impegni relativi alla mobilità in tema di trasporto su strada che comprendeva il passaggio dalle auto a combustione alle nuove auto elettriche entro il 2035.

Dopo un lungo silenzio della società civile la risposta alle lobbies degli industriali e alla alleanza parlamentare di centro destra deve ora tornare nelle piazze con una mobilitazione che segua l’esempio dei “venerdì per il futuro del pianeta” (Fridays for Future) per difendere gli obiettivi della sostenibilità ambientale che sono una condizione della coesione sociale e territoriale ma anche della competitività del sistema industriale europeo contestando l’approccio rinunciatario della cosiddetta neutralità tecnologica.

Roma, 15 dicembre 2025coccodrillo