L’EDITORIALE
EUROPEI AL VOTO
In occasione di uno dei suoi dialoghi euro-cinesi, gli interlocutori dell’università di Shanghai dissero a Romano Prodi che una delle cause della instabilità del sistema politico europeo è legata all’inflazione di tornate elettorali locali, regionali, nazionali ed europee con risultati che spesso rovesciano gli equilibri governativi nella loro dimensione statale o, per quel che può valere nei meccanismi di decisione europei, nella dimensione comunitaria.
In effetti il sistema di democrazia liberale europea che è il fondamento della rappresentatività e della responsabilità delle nostre istituzioni è ben distante dalla autocrazia cinese dove il Presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping è di fatto al potere dal 2008 e, salvo imprevedibili sommovimenti interni, è destinato a rimanere presidente vita natural durante.
Lo è del resto Vladimir Putin che è alla testa, con diverse funzioni, della Federazione Russa dal 1998 essendo considerato un nuovo “zar” e rendendo così incolmabili le distanze fra le nostre pur limitate garanzie costituzionali dai regimi totalmente illiberali che governano – con differenti livelli di centralismo antidemocratico – i due terzi degli Stati nel mondo e rischiano di travolgere la democrazia liberale per antonomasia che governa a Washington dalla fine del colonialismo britannico.
Per ragioni non formali ma sostanziali queste autocrazie sono considerate dei rivali sistemici delle democrazie liberali dell’Europa occidentale e centrale che caratterizzano i nostri sistemi costituzionali in buona parte dell’Europa occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale e nell’Europa centrale dalla caduta del muro di Berlino nel 1989.
Sappiamo che la democrazia, in quanto costruzione umana, è per sua natura fragile come dovrebbero essere anche fragili i sistemi autarchici che appaiono tuttavia più stabili anche se più ingiusti e incapaci – al contrario di quel che ha sbadatamente sostenuto su Il Corriere della Sera l’11 dicembre il fisico Carlo Rovelli schierandosi fra i sostenitori nostrani di Donald Trump – di garantire la prosperità condivisa fra le sue cittadine e i suoi cittadini.
Fino alle elezioni europee, che avranno luogo a giugno 2029 coinvolgendo per l’undicesima volta oltre trecento milioni di elettori, tutti i paesi europei andranno alle urne nei prossimi quaranta mesi per rinnovare i parlamenti nazionali o i presidenti delle repubbliche con elezioni regionali e locali di metà percorso e stress-test di democrazia rappresentativa.
Nel 2026 si voterà per rinnovare i parlamenti nazionali in almeno cinque paesi membri dell’Unione europea, si eleggeranno tre presidenti, si rinnoveranno i governi di sei Laender in Germania e molti consigli comunali mettendo alla prova il cordone sanitario nei confronti della AFD così come si voterà in tutti i municipi francesi mettendo alla prova l’influenza del Rassemblement National e la coesione delle opposizioni di centro-sinistra.
Al di fuori dell’Unione europea si voterà fra l’altro per il rinnovo della Knesset per sapere se la società israeliana deciderà di liberarsi di Benjamin Netanyahu condannato per crimini di guerra dalla Corte penale internazionale consegnando o il potere agli ispiratori delle violenze dei coloni sionisti nella Westbank o riprendendo la strada della pace intrapresa in passato da Yitzhak Rabin, da Shimon Perez e da Peace Now.
Le elezioni di mid-term il 3 novembre per il Congresso ed il Senato negli Stati Uniti ci diranno invece se il nuovo imperialismo autoritario di Donald Trump sarà frenato dal sistema statunitense di check and balance, se ci sarà una nuova leadership democratica in vista delle presidenziali nel 2028 e se si romperà la coesione interna nel Partito Repubblicano dopo alcune timide fratture interne.
Ancora più importanti per gli equilibri politici europei saranno le elezioni legislative degli Stati membri nel 2027 perché saranno chiamati a rinnovare i loro parlamenti gli elettori in Germania, in Italia e in Spagna e lo saranno certamente gli elettori francesi dopo aver eletto il nono presidente della Quinta Repubblica.
Queste elezioni ci potrebbero dare utili indicazioni per capire se nel prossimo Parlamento europeo potrà prevalere una maggioranza di innovatori o una maggioranza di conservatori e far cambiare rotta all’Unione europea in direzione o di una maggiore integrazione sovranazionale come chiedono le organizzazioni federaliste o di un “cambiamento di regime” in senso maggiormente confederale come vorrebbe la rete dei think tank finanziati dal Partito Repubblicano statunitense per sovvertire l’Unione europea con lo slogan ipocrita del “ritorno alle radici dell’integrazione comunitaria”.
Come sappiamo e come sanno anche le pietre del Quartiere europeo a Bruxelles non ci sono le condizioni politiche perché questo cambio di rotta avvenga con una revisione dei trattati prima della fine di questa legislatura e, del resto, i think tank finanziati dai Repubblicani d’oltreoceano intendono agire affinché il cambio di rotta avvenga a trattati costanti
Cosicché l’Europa o, meglio, l’Unione europea o una parte di essa – per dirla con Jurgen Habermas su La Repubblica del 23 novembre 2025 (“il mondo è cambiato: ecco perché l’Europa deve ballare da sola”) e poi Martin Sandbu su Financial Times l’11 gennaio 2026 (“Europe should embrace the idea of going it alone”) – dovrà momentaneamente attrezzarsi per agire da sola al suo interno e nelle relazioni internazionali.
Qualche importante segnale di questa volontà c’è stato quando l’Unione europea ha reagito alla emergenza della pandemia e poi alle sue conseguenze economiche e sociali con i programmi SURE e Next Generation EU così come con gli aiuti all’Ucraina accompagnati da diciassette pacchetti di sanzioni alla Russia e, da ultimo, nelle decisioni del Consiglio europeo del 18 dicembre che ha creato nuovo debito pubblico europeo e continuato a bloccare gli asset russi.
I segnali erano stati ancora più forti nelle transizioni gemelle ambientale e digitale che rischiano tuttavia di essere cancellate di fronte al prevalere di ideologie demolitrici mentre il blocco degli aiuti finanziari all’Ungheria, alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia per le violazioni dello stato di diritto non ha ancora eliminato queste violazioni ma ha costretto Orban, Fico ed ora Babis a consentire il superamento del vincolo dei voti all’unanimità per la difesa dei valori europei che appare indispensabile all’autorevolezza europea in un mondo travolto da vecchi e nuovi imperialismi.
Contrariamente all’ottimismo di Maurizio Ferrera (Il Corriere della Sera, 10 gennaio 2026) la capacità di reazione non c’è stata invece nella dimensione della difesa perché la European Peace Facility è stata creata nel 2021 e cioè un anno prima dell’aggressione della Russia all’Ucraina e non per “orchestrare gli aiuti a Kiev”, la cosiddetta “Prontezza della Difesa” – erede dello sciagurato annuncio del “riarmo europeo” immaginato da Ursula von der Leyen, da Kaja Kallas e da Andrius Kubilius – è ancora sulla carta e i progetti europei proposti dalla Commissione europea come l’iniziativa europea di difesa antidrone, lo scudo aereo europeo, lo scudo spaziale europeo e il sistema di sorveglianza del versante orientale sono ben lungi da essere in fase di avvio.
Considerate la situazione europea, le sue urgenze e le divisioni fra i Ventisette insieme alla via impervia di creare un unico esercito europeo in un sistema che dovrà essere di natura federale e non centralizzato, continuiamo ad essere convinti che i “volenterosi” nell’Unione europea dovrebbero rapidamente “agire da soli” creando un laboratorio della difesa europea ed ispirandosi al modello degli accordi di Schengen del 1985 come fu suggerito da Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti nel 2017 a seguito della Brexit al fine di rendere inter-operative le loro forze terrestri, aeree e navali (LINK).
Ciò deve avvenire attraverso investimenti europei comuni e non con acquisti di prodotti statunitensi nel quadro di un rafforzato programma EDIP che è stato adottato dal Consiglio e dal Parlamento europeo piuttosto che nell’ambito del programma SAFE su cui pesa un ricorso dell’Assemblea alla Corte di Giustizia per violazione del Trattato di Lisbona garantendo l’indispensabile controllo democratico europeo.
Quel che è più grave e viene ripetutamente denunciato sia da Mario Draghi ed Enrico Letta – che furono incaricati dalla Commissione europea e dal Consiglio europeo di redigere due dei sei rapporti destinati sulla carta a mutare nel 2024 l’agenda dell’Unione europea – ma anche da osservatori attenti come Paolo Gentiloni, Marco Buti e Marcello Messori oltre che, si parva licet, da questa newsletter l’inazione dell’Unione europea è il segnale di quel che il sistema europeo non è capace di fare.
A ciò si aggiunge il fatto che i cosiddetti partenariati strategici con le varie aree del mondo ed in particolare con l’America Latina e con l’Africa sono per ora delle teoriche promesse nella speranza che possa finalmente partire dopo venticinque anni l’accordo con i paesi del Mercosur avendo la Commissione europea opportunamente separato la parte commerciale fondata sulla competenza esclusiva dell’Unione europea che esige il voto a maggioranza qualificata del Consiglio e la ratifica del Parlamento europeo dalla parte politica che include l’accordo di tutti gli Stati membri e sapendo che le clausole commerciali entrerebbero in vigore ma esse potrebbero essere caduche – secondo alcune interpretazioni – se l’insieme dell’accordo non fosse globalmente ratificato da uno o più Stati membri.
Nella prospettiva, che richiede un’azione decisa nei prossimi quaranta mesi anche durante le campagne elettorali nazionali, regionali e locali – di costruire nel prossimo Parlamento europeo una maggioranza di innovatori, il segnale più forte di un cambiamento di rotta potrà essere dato dalle decisioni sul quadro finanziario quinquennale 2028-2032 e dai conseguenti atti legislativi.
Montpellier, 12 gennaio 2026![]()
ATTIRIAMO LA VOSTRA ATTENZIONE
INVIAMO UNA MISSIONE EUROPEA DI PACE A NUUK
Per rispondere alle nuove minacce imperialiste e colonialiste di Donald Trump e dei suoi sodali verso la Groenlandia, insieme alle ingerenze di autocrazie esterne, l’Unione europea non deve immaginare o proporre ipotesi inefficaci, impraticabili e inaccettabili come l’invio di un proprio contingente militare.
Gli Europei o meglio gli europeisti dovrebbero inviare invece una missione a Nuuk, capitale della Groenlandia, come forte segnale che manifesti a quella popolazione che l’Unione europea in quanto spazio di pace, di democrazia, di giustizia e di diritto ne sostiene la determinazione a far pienamente parte della cittadinanza europea e a non diventare parte degli Stati Uniti d’America perché l’Unione europea garantisce beni pubblici collettivi a tutti i territori europei a cui aderiscono in base ai trattati europei anche quelli associati che appartengono al Regno di Danimarca, alla Repubblica francese e al Regno dei Paesi Bassi.
Questa missione di pace e di solidarietà, con bandiere della pace e dell’Unione europea – formata da organizzazioni rappresentative della società civile, parlamentari europei, sindaci e delegazioni dei mondo del lavoro e della produzione – dovrebbe chiedere di trasformare la Rappresentanza della Commissione europea a Nuuk in una “Casa dell’Unione europea”.
La vera deterrenza risiede nella rivendicazione della giustizia e della pace che non è un atto di debolezza ma un atto fondato sulla forza del diritto.
Movimento europeo – Italia
Roma-Montpellier 10 gennaio 2026
LA SETTIMANA DEL MOVIMENTO EUROPEO
12 gennaio
- Roma, Consiglio Direttivo Consulta Europa (Roma Capitale – Assemblea Capitolina)
17 gennaio
- Parigi, Congresso Movimento europeo Francia
IN EVIDENZA
VI SEGNALIAMO
- 13 gennaio, ore 17:30, Genova. Presentazione del libro “Destini incrociati”. Un dialogo con Antonio Padoa Schioppa (autore), Tommaso Visone (storico) e Nicola Vallinoto (Presidente MFE Genova). Il libro affronta un tema cruciale: il confronto tra le grandi potenze – USA, Russia e Cina – che cercano di imporre la legge del più forte, e le istituzioni internazionali come l’ONU e l’Unione europea, che si battono per il primato del diritto. Un invito a riflettere insieme su questi “destini incrociati” e sulle sfide che attendono la democrazia globale. L’incontro è promosso dalla Gioventù Federalista Europea e dal Movimento Federalista Europeo – Sezione di Genova. LOCANDINA.
- – SAVE THE DATE – 22 gennaio, ore 15:30, Roma. Presso la Biblioteca del Senato – Sala degli Atti parlamentari, si terrà il convegno “Valerio Zanone e il liberalismo italiano”, a dieci anni dalla sua scomparsa. Dopo gli indirizzi di saluto di Marcello Pera, Giuseppe Vegas, Alberto Sinigaglia e Giuseppe Facchinetti, introdurrà i lavori Giovanni Orsina. Seguiranno gli interventi di Alberto Giordano, Pierluigi Barrotta, Angelo Petroni, Franco Chiarenza, Gerardo Nicolosi, Saro Freni e Andrea Spiri. Modera Alessio Panizzi. La partecipazione è gratuita, ma è obbligatoria la prenotazione all’indirizzo e‑mail: comitato@einaudi150.it. L’evento sarà inoltre trasmesso in diretta su webtv.senato.it. LOCANDINA.
ARTICOLI E TESTI DELLA SETTIMANA
- EU Weekly: Housing Crisis | Western Balkans | Cyprus Presidency (European Movement International – 12/01/2026)
- REPORT on human rights and democracy in the world and the European Union’s policy on the matter – annual report 2025 (European Parliament – 08/01/2026)
- Che in Iran prevalgano i “nemici di Dio” (Questione Giustizia – 12/01/2026)
- Mapping threats to peace and democracy Worldwide. Normandy Index 2025 (EPRS | European Parliamentary Research Service – January 2026)
- Ten issues to watch in 2026 (EPRS | European Parliamentary Research Service – January 2026)
- The Allies After America. In Search of Plan B, by Philip H. Gordon and Mara Karlin (Council on Foreign Relations – January/February 2026)
- Lo strappo del rapporto transatlantico e la grande sfida per l’Europa, di Maurizio Melani (CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI LETTERA DIPLOMATICA – n. 1414 – Anno MMXXVI – 12 gennaio 2026)
- Un’Europa che fa da sola, di Maurizio Ferrera (Corriere della Sera – 10/01/2026)
- China’s increasing presence in Latin America: Implications for the European Union (EPRS | European Parliamentary Research Service – February 2025)
- EU-Mercosur: Council greenlights signature of the comprehensive partnership and trade agreement (Conseil européen – 12/01/2026)
- Négociations commerciales de l’UE (Conseil européen)
- Calendario delle attività della Camera dei deputati in materia di Unione europea (1-12-18 gennaio 2026). Ufficio Rapporti con l’Unione europea
- Bollettino quindicinale sulle attività dell’Unione europea a cura dell’Ufficio Rapporti con l’Unione europea della Camera dei deputati (Bollettino n.71 / 15 dicembre 2025-11 gennaio 2026)
ULTIME DA BRUXELLES
ANCORA CIRCA IL GOVERNO DI GROENLANDIA, IL GOVERNO DI DANIMARCA,
IL GOVERNO DELL’UNIONE EUROPEA, IL GOVERNO DEGLI U.S.A.,
IL GOVERNO DEL MONDO, IL GOVERNO DELLA LEGGE
(DI FRONTE ALL’OMBRA LUNGA VENEZUELANA)
Mentre nel mondo succede (quasi) di tutto, e le vicende più terribili fanno a gara nel guadagnare la testa della classifica dell’orrore (in questo momento ecco l’Iran omicida verso il proprio popolo), la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen afferma che in Groenlandia «abbiamo annunciato accordi per 100 milioni e portato finanziamenti sulla sicurezza artica a 530 milioni di euro»[1]. E il premier britannico Keir Starmer «sta discutendo con i governi di Parigi e Berlino» sulla possibilità di inviare truppe nell’isola artica «sotto l’egida della NATO»[2].
Nella scorsa Newsletter intervenivo proprio cercando di inquadrare la situazione della Groenlandia riguardo alle mire dell’amministrazione statunitense, alle scelte del popolo groenlandese (meno di 57.000 abitanti) in rapporto al Regno di Danimarca di cui sono parte integrante, alle regole (le regole di diritto!) che oggi disciplinano – con riferimento ai Trattati sull’Unione europea, Carta dei diritti fondamentali compresa – l’associazione all’UE stessa dell’isola non continentale più grande del mondo.
In quel mio intervento concludevo affermando che «questioni di diritto internazionale aggravano il discorso sulle considerazioni di condotte legalmente possibili al tempo del disordine geopolitico e dei continui, reiterati e inesausti, richiami al diritto internazionale per sostenere pretese proprie e per negare contemporaneamente quelle altrui».
Proprio da qui, dal “governo del Mondo” e dal “governo della legge” (quale legge?), vorrei riprendere il discorso.
Il 5 gennaio da poco passato il quotidiano Il Foglio ha pubblicato una lettera al direttore firmata dal segretario del partito liberaldemocratico, Luigi Marattin, il quale afferma di cercar «di procedere con ordine» per sostenere «i valori di libertà e democrazia». Al riguardo egli non pensa che i popoli «debbano arrangiarsi da soli», ma «che libertà e democrazia rappresentino valori universali, da difendere e diffondere il più possible con supporto esterno, anche militare». Per questo verso ritiene che sia «miseramente fallita» l’ipotesi che a farlo oggi sia l’ONU. Egualmente misero è qualificato il fallimento «delle avventure americane in Vietnam, Somalia, Iraq e Afghanistan», da cui si è ricavato l’insegnamento «che non è possibile imporre con le armi libertà e democrazia a popoli che non l’hanno mai conosciuta e in fondo non ne hanno neanche mai fatto richiesta, se non fittiziamente da parte di chi semplicemente cercava l’aiuto occidentale per sostituirsi al dittatore di turno». Occorre quindi «sostenere interventi (sì, anche militari: nessun dittatore se n’è andato mai con la moral suasion) che però rispettino alcune condizioni di sostenibilità». L’intervento militare U.S.A. si conforma, a parere del segretario, a queste regole: esse consistono nella necessità che l’intervento avvenga «in un Paese dove esiste una opposizione autenticamente democratica», con «un piano per il “dopo”, che rispetti in pieno l’autodeterminazione dei popoli». Inoltre è necessaria la rispondenza alla condizione secondo cui «tutto ciò non è stato raggiunto tramite una lunga avventura militare con enormi costi in termini di vite umane e sofferenze per la innocente popolazione civile, bensì con un intervento selettivo di 60 minuti che, speriamo vivamente sia confermato, non ha creato nessun tipo di “danno collaterale”». Quindi non si tratta, in materia, «di invocare un diritto internazionale morto e sepolto molto tempo fa», ma di pensare «che il tempo che viviamo richieda coraggio e forza».
Insomma, Marattin disegna delle «condizioni di sostenibilità», evidenziate qui sopra in grassetto. Condizioni capaci di rendere accettabile un intervento come quello statunitense del 3 gennaio scorso a Caracas. Disegna delle regole. Traccia i contenuti di un intervento statuale straniero entro l’ambito di sovranità interna di un altro Stato – scusate se è poco! – effettuato di fronte allo spettro di un diritto internazionale … «morto e sepolto molto tempo fa».
Mi chiedo se sia questo il contesto puntuale in cui leggere, e comprendere, il testo (l’azione pratica) del 3 gennaio. Se fosse questo sarebbe sufficiente per un liberaldemocratico farne applicazione in altre successive manifestazioni testuali (pratiche) per trarne considerazioni di legittimità? Di legittimità se non di legalità; giacchè un liberaldemocratico, legato in quanto tale ai princìpi dello Stato di diritto, dovrebbe pur verificare la riconducibilità di siffatto contesto dell’azione umana nell’ambito di regole scritte e/o di princìpi di natura consuetudinaria caratterizzati dall’opinio iuris e dall’usus diuturnus (convinzione di giuridicità e applicazione stabile nel tempo). Altrimenti il singolo testo verrebbe artatamente, artificiosamente, opportunisticamente riferito a un contesto preso a pretesto per giustificarlo. Non troppo diversamente la Segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, così interpreta la vicenda: «Non si tratta di stilare classifiche ma di comprendere che due cose sbagliate non ne fanno una giusta. Rilevare che l’intervento di Trump [in Venezuela] ha sfregiato il diritto internazionale non rende “giusto” il governo di chi ha imprigionato avversari e truccato elezioni. Quella di Maduro è stata un’autocrazia feroce che andava rivoltata»[3].
Del resto – e riprendo le «condizioni» esposte da Marattin – come regolare nell’azione dispiegata l’esigenza di «nessun tipo di danno collaterale»? Come dare a «un’opposizione» la qualifica di «autenticamente democratica»? Quale durata dell’intervento militare (ore, giorni, settimane ,…) è “sostenibile”? Quanti morti (fra i militari, fra i civili, …) sono accettabili? Quanti feriti (e di quale gravità) sono ammissibili? Come valutare «le sofferenze per la innocente popolazione civile»? Come rilevare, rispetto all’intervento, un efficace «piano per il “dopo”, che rispetti in pieno l’autodeterminazione dei popoli»? Tutto ciò mi ricorda l’attenta produzione di Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, operata dal Dicastero per la dottrina della fede[4]. Ma noi qui restiamo laici e vogliamo affannarci sui fenomeni naturali, specie quelli prodotti da animali umani.
Giova sottolineare la Dichiarazione della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale[5] , dove si «esprime la più profonda preoccupazione per l’evolversi della situazione internazionale che vede una apparentemente sistematica grave distorsione delle regole di maggiore importanza destinate a garantire alla Comunità internazionale, e quindi alle popolazioni mondiali, una soluzione pacifica dei conflitti e il non impiego di strumenti unilaterali per fare valere le eventuali legittime esigenze degli Stati. Da ultima la situazione dell’attacco al Venezuela non esprime di certo una siffatta esigenza.
* Fatta eccezione per il caso di legittima difesa, l’uso della forza è sempre illecito, salvo quando sia espressamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle NU;
* Il principio di legittima difesa, vale a permettere l’uso della forza armata a un soggetto illegittimamente attaccato militarmente e solo nei limiti stretti della necessità di respingimento dell’aggressore fuori del proprio territorio;
* Nulla osta a discutere eventuali problemi di sovranità territoriale, pur modificata da situazioni di fatto, lecite o illecite che siano, fino all’esito di eventuali negoziati o interventi giudiziari;
* Ogni soggetto è libero di definire le proprie alleanze internazionali nel rispetto del principio dell’obbligo di leale e uguale cooperazione;
* Solo al popolo, nella sua totalità, è consentito di scegliere il proprio regime politico sociale ed economico senza sottoposizione al potere di altri soggetti;
* I diritti dell’uomo, espressi nella Dichiarazione universale del 1948 e negli strumenti in materia, vanno garantiti sempre e dovunque e in qualunque situazione politica interna o internazionale;
* Gli illeciti internazionali vanno accertati attraverso strumenti terzi e indipendenti, quali la Corte Internazionale di Giustizia (…), mentre dei crimini individuali si occupano in particolare la Corte Penale internazionale e altri eventuali tribunali secondo le loro regole statutarie di competenza;
* Inoltre, lo studio e la discussione dei fenomeni giuridici e politici internazionali devono essere garantiti in modo libero e indipendente;
La Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, nel riaffermare queste esigenze ineludibili per la convivenza civile tra i popoli e i soggetti di diritto internazionale, auspica che anche altre associazioni di giuristi riaffermino la piena adesione ai suddetti principî, aderendo anche alla ferma dichiarazione dei responsabili editoriali dell’ American Journal of International Law secondo cui: “Recent actions by the U.S. government and broader trends in the United States demonstrate a lack of commitment to law and institutions in ways that undermine our work. In particular, the government’s threats to universities and research journals undercut the study and teaching of international law, its threats to law firms and non-profit organizations impinge on the practice of international law, and its targeting of people with varying immigration statuses on the basis of their lawful exercise of free speech silences important voices in our community”».
Aspettiamo di vedere se il contesto sopra esposto si applicherà, e come, alla “questione groenlandese”. Senz’altro non secondo l’impressione sollecitata dalla vignetta di Mauro Biani che qui si riprende, riproducendola dal quotidiano la Repubblica. Magari potrebbe trovare qualche forma di applicazione la sollecitazione della presidenza del Movimento europeo – Italia effettuata il 10 gennaio col documento Inviamo una missione europea di pace a Nuuk, la capitale della Groenlandia.
Infine mi sento obbligato, a chiusura di questa nota, a privilegiare le intenzioni e le scelte del popolo di Groenlandia, principalmente di etnia Inuit, che non sconsideratamente potrebbe addivenire all’indipendenza e semmai, successivamente, a sostanziare pacificamente una cinquantunesima stella nella bandiera degli Stati Uniti d’America, ossimoricamente attaccandosi alla cinquantesima stella rappresentativa dell’adesione agli U.S.A., nel 1960, delle Hawaii (ben più calde della Groenlandia e luogo di nascita, nel 1961, del 44° Presidente degli Stati Uniti Barack Obama).
DINO G. RINOLDI
[1] V. Corriere della Sera del 12 gennaio 2026, pp. 1 e 9.
[2] V. Corriere della Sera già cit., p.9.
[3] V. l’intervista promossa da A. Ducci nel Corriere della Sera sempre del 12 gennaio 2026, a p. 12, col titolo «La Cgil? Basta schemi novecenteschi. La ferocia di Maduro andava sconfitta». Aggiunge Fumarola che «Si tratta ora di chiamare il Popolo venezuelano a elezioni libere e restituire sovranità a una grande nazione che ha fame di democrazia»
[4] Le norme in questione si possono leggere inserendo il titolo del documento citato in www.vatican.va.
[5] Vedila in www.fondazionearangioruiz.it.
LIMITAZIONE DELLA RESPONSABILITÀ
Ad eccezione de L’EDITORIALE, le opinioni espresse nella presente newsletter sono esclusivamente riconducibili alla responsabilità degli autori e non riflettono la posizione ufficiale del Movimento europeo.
