Newsletter 12 Gennaio/2026 – L’EDITORIALE

 

EUROPEI AL VOTO

In occasione di uno dei suoi dialoghi euro-cinesi, gli interlocutori dell’università di Shanghai dissero a Romano Prodi che una delle cause della instabilità del sistema politico europeo è legata all’inflazione di tornate elettorali locali, regionali, nazionali ed europee con risultati che spesso rovesciano gli equilibri governativi nella loro dimensione statale o, per quel che può valere nei meccanismi di decisione europei, nella dimensione comunitaria.

In effetti il sistema di democrazia liberale europea che è il fondamento della rappresentatività e della responsabilità delle nostre istituzioni è ben distante dalla autocrazia cinese dove il Presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping è di fatto al potere dal 2008 e, salvo imprevedibili sommovimenti interni, è destinato a rimanere presidente vita natural durante.

Lo è del resto Vladimir Putin che è alla testa, con diverse funzioni, della Federazione Russa dal 1998 essendo considerato un nuovo “zar” e rendendo così incolmabili le distanze fra le nostre pur limitate garanzie costituzionali dai regimi totalmente illiberali che governano – con differenti livelli di centralismo antidemocratico – i due terzi degli Stati nel mondo e rischiano di travolgere la democrazia liberale per antonomasia che governa a Washington dalla fine del colonialismo britannico.

Per ragioni non formali ma sostanziali queste autocrazie sono considerate dei rivali sistemici delle democrazie liberali dell’Europa occidentale e centrale che caratterizzano i nostri sistemi costituzionali in buona parte dell’Europa occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale e nell’Europa centrale dalla caduta del muro di Berlino nel 1989.

Sappiamo che la democrazia, in quanto costruzione umana, è per sua natura fragile come dovrebbero essere anche fragili i sistemi autarchici che appaiono tuttavia più stabili anche se più ingiusti e incapaci – al contrario di quel che ha sbadatamente sostenuto su Il Corriere della Sera l’11 dicembre il fisico Carlo Rovelli schierandosi fra i sostenitori nostrani di Donald Trump – di garantire la prosperità condivisa fra le sue cittadine e i suoi cittadini.

Fino alle elezioni europee, che avranno luogo a giugno 2029 coinvolgendo per l’undicesima volta oltre trecento milioni di elettori, tutti i paesi europei andranno alle urne nei prossimi quaranta mesi per rinnovare i parlamenti nazionali o i presidenti delle repubbliche con elezioni regionali e locali di metà percorso e stress-test di democrazia rappresentativa.

Nel 2026 si voterà per rinnovare i parlamenti nazionali in almeno cinque paesi membri dell’Unione europea, si eleggeranno tre presidenti, si rinnoveranno i governi di sei Laender in Germania e molti consigli comunali mettendo alla prova il cordone sanitario nei confronti della AFD così come si voterà in tutti i municipi francesi mettendo alla prova l’influenza del Rassemblement National e la coesione delle opposizioni di centro-sinistra.

Al di fuori dell’Unione europea si voterà fra l’altro per il rinnovo della Knesset per sapere se la società israeliana deciderà di liberarsi di Benjamin Netanyahu condannato per crimini di guerra dalla Corte penale internazionale consegnando o il potere agli ispiratori delle violenze dei coloni sionisti nella Westbank o riprendendo la strada della pace intrapresa in passato da Yitzhak Rabin, da Shimon Perez e da Peace Now.

Le elezioni di mid-term il 3 novembre per il Congresso ed il Senato negli Stati Uniti ci diranno invece se il nuovo imperialismo autoritario di Donald Trump sarà frenato dal sistema statunitense di check and balance, se ci sarà una nuova leadership democratica in vista delle presidenziali nel 2028 e se si romperà la coesione interna nel Partito Repubblicano dopo alcune timide fratture interne.

Ancora più importanti per gli equilibri politici europei saranno le elezioni legislative degli Stati membri nel 2027 perché saranno chiamati a rinnovare i loro parlamenti gli elettori in Germania, in Italia e in Spagna e lo saranno certamente gli elettori francesi dopo aver eletto il nono presidente della Quinta Repubblica.

Queste elezioni ci potrebbero dare utili indicazioni per capire se nel prossimo Parlamento europeo potrà prevalere una maggioranza di innovatori o una maggioranza di conservatori e far cambiare rotta all’Unione europea in direzione o di una maggiore integrazione sovranazionale come chiedono le organizzazioni federaliste o di un “cambiamento di regime” in senso maggiormente confederale come vorrebbe la rete dei think tank finanziati dal Partito Repubblicano statunitense per sovvertire l’Unione europea con lo slogan ipocrita del “ritorno alle radici dell’integrazione comunitaria”.

Come sappiamo e come sanno anche le pietre del Quartiere europeo a Bruxelles non ci sono le condizioni politiche perché questo cambio di rotta avvenga con una revisione dei trattati prima della fine di questa legislatura e, del resto, i think tank finanziati dai Repubblicani d’oltreoceano intendono agire affinché il cambio di rotta avvenga a trattati costanti

Cosicché l’Europa o, meglio, l’Unione europea o una parte di essa – per dirla con Jurgen Habermas su La Repubblica del 23 novembre 2025 (“il mondo è cambiato: ecco perché l’Europa deve ballare da sola”) e poi Martin Sandbu su Financial Times l’11 gennaio 2026 (“Europe should embrace the idea of going it alone”) – dovrà momentaneamente attrezzarsi per agire da sola al suo interno e nelle relazioni internazionali.

Qualche importante segnale di questa volontà c’è stato quando l’Unione europea ha reagito alla emergenza della pandemia e poi alle sue conseguenze economiche e sociali con i programmi SURE e Next Generation EU così come con gli aiuti all’Ucraina accompagnati da diciassette pacchetti di sanzioni alla Russia e, da ultimo, nelle decisioni del Consiglio europeo del 18 dicembre che ha creato nuovo debito pubblico europeo e continuato a bloccare gli asset russi.

I segnali erano stati ancora più forti nelle transizioni gemelle ambientale e digitale che rischiano tuttavia di essere cancellate di fronte al prevalere di ideologie demolitrici mentre il blocco degli aiuti finanziari all’Ungheria, alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia per le violazioni dello stato di diritto non ha ancora eliminato queste violazioni ma ha costretto Orban, Fico ed ora Babis a consentire il superamento del vincolo dei voti all’unanimità per la difesa dei valori europei che appare indispensabile all’autorevolezza europea in un mondo travolto da vecchi e nuovi imperialismi.

Contrariamente all’ottimismo di Maurizio Ferrera (Il Corriere della Sera, 10 gennaio 2026) la capacità di reazione non c’è stata invece nella dimensione della difesa perché la European Peace Facility è stata creata nel 2021 e cioè un anno prima dell’aggressione della Russia all’Ucraina e non per “orchestrare gli aiuti a Kiev”, la cosiddetta “Prontezza della Difesa” – erede dello sciagurato annuncio del “riarmo europeo” immaginato da Ursula von der Leyen, da Kaja Kallas e da Andrius Kubilius – è ancora sulla carta e i progetti europei proposti dalla Commissione europea come l’iniziativa europea di difesa antidrone, lo scudo aereo europeo, lo scudo spaziale europeo e il sistema di sorveglianza del versante orientale sono ben lungi da essere in fase di avvio.

Considerate la situazione europea, le sue urgenze e le divisioni fra i Ventisette insieme alla via impervia di creare un unico esercito europeo in un sistema che dovrà essere di natura federale e non centralizzato, continuiamo ad essere convinti che i “volenterosi” nell’Unione europea dovrebbero rapidamente “agire da soli”  creando un laboratorio della difesa europea ed ispirandosi al modello degli accordi di Schengen del 1985 come fu suggerito da Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti nel 2017 a seguito della Brexit al fine di rendere inter-operative le loro forze terrestri, aeree e navali (LINK).

Ciò deve avvenire attraverso investimenti europei comuni e non con acquisti di prodotti statunitensi nel quadro di un rafforzato programma EDIP che è stato adottato dal Consiglio e dal Parlamento europeo piuttosto che nell’ambito del programma SAFE su cui pesa un ricorso dell’Assemblea alla Corte di Giustizia per violazione del Trattato di Lisbona garantendo l’indispensabile controllo democratico europeo.

Quel che è più grave e viene ripetutamente denunciato sia da Mario Draghi ed Enrico Letta – che furono incaricati dalla Commissione europea e dal Consiglio europeo di redigere due dei sei rapporti destinati sulla carta a mutare nel 2024 l’agenda dell’Unione europea – ma anche da osservatori attenti come Paolo Gentiloni, Marco Buti e Marcello Messori oltre che, si parva licet, da questa newsletter l’inazione dell’Unione europea è il segnale di quel che il sistema europeo non è capace di fare.

A ciò si aggiunge il fatto che i cosiddetti partenariati strategici con le varie aree del mondo ed in particolare con l’America Latina e con l’Africa sono per ora delle teoriche promesse nella speranza che possa finalmente partire dopo venticinque anni l’accordo con i paesi del Mercosur avendo la Commissione europea opportunamente separato la parte commerciale fondata sulla competenza esclusiva dell’Unione europea che esige il voto a maggioranza qualificata del Consiglio e la ratifica del Parlamento europeo dalla parte politica che include l’accordo di tutti gli Stati membri e sapendo che le clausole commerciali entrerebbero in vigore ma esse potrebbero essere caduche – secondo alcune interpretazioni – se l’insieme dell’accordo non fosse globalmente ratificato da uno o più Stati membri.

Nella prospettiva, che richiede un’azione decisa nei prossimi quaranta mesi anche durante le campagne elettorali nazionali, regionali e locali – di costruire nel prossimo Parlamento europeo una maggioranza di innovatori, il segnale più forte di un cambiamento di rotta potrà essere dato dalle decisioni sul quadro finanziario quinquennale 2028-2032 e dai conseguenti atti legislativi.

Montpellier, 12 gennaio 2026coccodrillo