Le riforme istituzionali à la carte o una costituzione europea
Il 22 novembre 2023 – e cioè più di un anno dopo la fine della Conferenza sul futuro dell’Europa che aveva adottato molte proposte di riforme in buona parte suggerite da cittadine e da cittadini estratti a sorte (LINK) – il Parlamento europeo ha votato con fatica e con significativi compromessi riduttivi una risoluzione non legislativa (LINK) in cui chiedeva al Consiglio europeo di avviare la procedura dell’art. 48 TUE per modificare l’ormai vetusto Trattato di Lisbona firmato dai 25 nel 2007 e entrato in vigore due anni dopo avendo superato le forche caudine di due referendum in Irlanda.
Il testo del 22 novembre 2023, negoziato fra cinque relatori in assenza di un dibattito pubblico e di un dialogo al di fuori delle stanze parlamentari, non ha suscitato un consenso maggioritario fra i parlamentari perché fu approvato da 290 deputati su 719 membri superando con difficoltà le resistenze conservatrici dei popolari che avevano scelto a gran maggioranza di schierarsi dalla parte dei difensori dello status quo o addirittura della regressione sovranista.
Anche i più fedeli tifosi di quel testo ammettono che non si trattò di un voto storico destinato a cambiare i destini dell’Unione europea come avvenne invece con il progetto Spinelli del 1984 che, pur accantonato formalmente dai governi, ha ispirato le successive riforme interne introdotte dall’Atto Unico fino a Lisbona un pezzo dopo l’altro da una lettura obiettiva e comparata di quel progetto di Trattato e dei trattati successivi.
I governi nel Consiglio europeo e la Commissione europea hanno finora ignorato il testo del 22 novembre 2023 così come sono state largamente ignorate le proposte adottate dalla Conferenza sul futuro dell’Europa, sulla piattaforma digitale e nei panel nazionali organizzati durante la Conferenza così come dai panel transnazionali organizzati dalla Commissione europea dopo la Conferenza a limitato supporto delle sue consultazioni nel suo ruolo di iniziativa legislativa.
Nonostante le lodevoli petizioni di principio di una parte del mondo europeista – ma in assenza di una vera mobilitazione popolare – che da quasi tre anni sollecita inutilmente il Consiglio europeo a prendere in considerazione il lungo testo della risoluzione non legislativa del 22 novembre 2023, i governi e la Commissione sono convinti che le future adesioni di nuovi Stati membri debbano essere accompagnate da inevitabili riforme delle politiche (policies) ma non da una più ampia riforma di quella che si chiama governance europea (politics) che apparirebbe a qualunque studioso indispensabile per far funzionare con efficacia e metodo democratico una Unione aperta a trentacinque membri in tempi non prevedibili.
Avendo di fatto dimenticato la risoluzione non legislativa del 22 novembre 2023, il nuovo Parlamento europeo o meglio la sua commissione per gli affari costituzionali ha deciso di dedicarsi ad un esercizio più pragmatico di revisioni istituzionali à la carte affrontando pezzo dopo pezzo i problemi di contenuto sollevati dalle emergenze (l’allargamento, la difesa, la competitività, l’intelligenza artificiale) e studiandone con metodo e impegno degno di migliore considerazione le conseguenze istituzionali a futura memoria e cioè quando si riterrà – laddove si puote – opportuno aprire il vaso di pandora della riforma della governance europea.
Se le nostre lettrici e i nostri lettori vorranno cimentarsi in un lavoro di esegesi giuridica e politica pubblicheremo sul nostro sito in via di aggiornamento un file che comprenda tutte le risoluzioni del Parlamento europeo e periodici aggiornamenti sui lavori parlamentari.
Guardando lo stato dell’Unione – quello vero e non quello di sole parole non seguite da fatti coerenti che ci ha presentato Ursula von der Leyen il 16 settembre accompagnandolo da una lettera che potremo battezzare “di non intenti” – verrebbe spontaneo suggerire che a quei pezzi à la carte sarebbe il caso di aggiungerne altri concernenti ad esempio le conseguenze istituzionali del completamento dell’unione economica e monetaria o il sistema finanziario insieme alla politica fiscale o infine uno studio approfondito delle relazioni internazionali dell’Unione europea al di là e al di sopra della difesa che il Trattato di Lisbona ha spezzettato sciaguratamente in due parti (TUE e TFUE).
Noi siamo convinti da tempo che lo stato dell’Unione esigerebbe di abbandonare inefficaci scorciatoie istituzionali fondate sulla convinzione che si possa fare una frittata (gli Stati Uniti d’Europa) senza rompere le uova (le sovranità nazionali), come appare nelle inconcludenti iniziative per superare il potere di veto o con le cosiddette cooperazioni rafforzate o strutturate permanenti introdotte ad Amsterdam nel 1999 che non hanno prodotto nessun avanzamento importante nella storia europea.
Il nostro suggerimento alle organizzazioni rappresentative della società civile e alle forze politiche europee, che comprendono le loro fondazioni, è quello di prendere atto del fatto che in questa legislatura non ci sono le condizioni per modificare i trattati secondo il metodo della Convenzione previsto dall’art. 48 TUE e che occorra invece preparare il terreno per un processo costituente che unisca la dimensione della democrazia rappresentativa (la collaborazione fra il Parlamento europeo e le assemblee legislative a livello nazionale) e quella della democrazia partecipativa (il dialogo con la società civile anche attraverso conferenze con funzioni deliberative ed una piattaforma digitale).
Il processo deve essere preparato nei prossimi mesi fino ai congressi dei partiti europei che dovranno adottare i programmi elettorali e scegliere i loro candidati alla presidenza della Commissione europea o alla presidenza dell’Unione sollecitando la risposta del Consiglio alle proposte di una procedura elettorale uniforme e della introduzione delle liste transnazionali.
Con l’inizio della nuova legislatura nel 2029 l’avvio di un vero processo costituente dovrà evitare la via tortuosa di una revisione dei trattati che richiederebbe inevitabilmente una conferenza intergovernativa ma la traduzione di tutte le proposte parlamentari in un testo unico di trattato come avvenne con il progetto Spinelli nel 1984 o con il breve testo di trattato-costituzionale adottato nel 2003 dalla Convenzione sul futuro dell’Europa da sottoporre alla valutazione diretta delle assemblee legislative nazionali anche nei paesi candidati alla adesione ed infine ad un referendum pan-europeo confermativo con una procedura di entrata in vigore simile a quella proposta nell’art. 82 del progetto Spinelli (LINK)*.
Poiché il principio di fondo delle nostre democrazie costituzionali moderne è che la sovranità appartiene al popolo che la delega nelle forme previste dalle costituzioni e poiché nella maggioranza dei paesi membri le consultazioni popolari fanno parte delle prassi costituzionali o politiche riteniamo che debba essere previsto a monte un referendum pan-europeo associato alle elezioni europee del 2029 per il riconoscimento del ruolo costituente del nuovo Parlamento europeo.
Saranno i dibattiti democratici e le decisioni popolari a determinare la volontà di passare dall’ermafrodita dell’Unione europea agli Stati Uniti d’Europa.
Bruxelles, 20 settembre 2026 ![]()
[VERSIONE INGLESE] – [VERSIONE FRANCESE]
[*] L’articolo pubblicato è estratto dal volume “Il Trattato istitutivo dell’Unione europea. Un progetto, un metodo, un’agenda“, di Francesco Capotorti, Meinhard Hilf, Francis Jacobs e Jean-Paul Jacqué, edizione italiana a cura di Pier Virgilio Dastoli, pubblicato da Il Mulino. Il volume può essere richiesto tramite il Movimento europeo Italia. Per informazioni e modalità di acquisto è possibile scrivere a: segreteria@movimentoeuropeo.it.
