ANCORA CIRCA IL GOVERNO DI GROENLANDIA, IL GOVERNO DI DANIMARCA,
IL GOVERNO DELL’UNIONE EUROPEA, IL GOVERNO DEGLI U.S.A.,
IL GOVERNO DEL MONDO, IL GOVERNO DELLA LEGGE
(DI FRONTE ALL’OMBRA LUNGA VENEZUELANA)
Mentre nel mondo succede (quasi) di tutto, e le vicende più terribili fanno a gara nel guadagnare la testa della classifica dell’orrore (in questo momento ecco l’Iran omicida verso il proprio popolo), la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen afferma che in Groenlandia «abbiamo annunciato accordi per 100 milioni e portato finanziamenti sulla sicurezza artica a 530 milioni di euro»[1]. E il premier britannico Keir Starmer «sta discutendo con i governi di Parigi e Berlino» sulla possibilità di inviare truppe nell’isola artica «sotto l’egida della NATO»[2].
Nella scorsa Newsletter intervenivo proprio cercando di inquadrare la situazione della Groenlandia riguardo alle mire dell’amministrazione statunitense, alle scelte del popolo groenlandese (meno di 57.000 abitanti) in rapporto al Regno di Danimarca di cui sono parte integrante, alle regole (le regole di diritto!) che oggi disciplinano – con riferimento ai Trattati sull’Unione europea, Carta dei diritti fondamentali compresa – l’associazione all’UE stessa dell’isola non continentale più grande del mondo.
In quel mio intervento concludevo affermando che «questioni di diritto internazionale aggravano il discorso sulle considerazioni di condotte legalmente possibili al tempo del disordine geopolitico e dei continui, reiterati e inesausti, richiami al diritto internazionale per sostenere pretese proprie e per negare contemporaneamente quelle altrui».
Proprio da qui, dal “governo del Mondo” e dal “governo della legge” (quale legge?), vorrei riprendere il discorso.
Il 5 gennaio da poco passato il quotidiano Il Foglio ha pubblicato una lettera al direttore firmata dal segretario del partito liberaldemocratico, Luigi Marattin, il quale afferma di cercar «di procedere con ordine» per sostenere «i valori di libertà e democrazia». Al riguardo egli non pensa che i popoli «debbano arrangiarsi da soli», ma «che libertà e democrazia rappresentino valori universali, da difendere e diffondere il più possible con supporto esterno, anche militare». Per questo verso ritiene che sia «miseramente fallita» l’ipotesi che a farlo oggi sia l’ONU. Egualmente misero è qualificato il fallimento «delle avventure americane in Vietnam, Somalia, Iraq e Afghanistan», da cui si è ricavato l’insegnamento «che non è possibile imporre con le armi libertà e democrazia a popoli che non l’hanno mai conosciuta e in fondo non ne hanno neanche mai fatto richiesta, se non fittiziamente da parte di chi semplicemente cercava l’aiuto occidentale per sostituirsi al dittatore di turno». Occorre quindi «sostenere interventi (sì, anche militari: nessun dittatore se n’è andato mai con la moral suasion) che però rispettino alcune condizioni di sostenibilità». L’intervento militare U.S.A. si conforma, a parere del segretario, a queste regole: esse consistono nella necessità che l’intervento avvenga «in un Paese dove esiste una opposizione autenticamente democratica», con «un piano per il “dopo”, che rispetti in pieno l’autodeterminazione dei popoli». Inoltre è necessaria la rispondenza alla condizione secondo cui «tutto ciò non è stato raggiunto tramite una lunga avventura militare con enormi costi in termini di vite umane e sofferenze per la innocente popolazione civile, bensì con un intervento selettivo di 60 minuti che, speriamo vivamente sia confermato, non ha creato nessun tipo di “danno collaterale”». Quindi non si tratta, in materia, «di invocare un diritto internazionale morto e sepolto molto tempo fa», ma di pensare «che il tempo che viviamo richieda coraggio e forza».
Insomma, Marattin disegna delle «condizioni di sostenibilità», evidenziate qui sopra in grassetto. Condizioni capaci di rendere accettabile un intervento come quello statunitense del 3 gennaio scorso a Caracas. Disegna delle regole. Traccia i contenuti di un intervento statuale straniero entro l’ambito di sovranità interna di un altro Stato – scusate se è poco! – effettuato di fronte allo spettro di un diritto internazionale … «morto e sepolto molto tempo fa».
Mi chiedo se sia questo il contesto puntuale in cui leggere, e comprendere, il testo (l’azione pratica) del 3 gennaio. Se fosse questo sarebbe sufficiente per un liberaldemocratico farne applicazione in altre successive manifestazioni testuali (pratiche) per trarne considerazioni di legittimità? Di legittimità se non di legalità; giacchè un liberaldemocratico, legato in quanto tale ai princìpi dello Stato di diritto, dovrebbe pur verificare la riconducibilità di siffatto contesto dell’azione umana nell’ambito di regole scritte e/o di princìpi di natura consuetudinaria caratterizzati dall’opinio iuris e dall’usus diuturnus (convinzione di giuridicità e applicazione stabile nel tempo). Altrimenti il singolo testo verrebbe artatamente, artificiosamente, opportunisticamente riferito a un contesto preso a pretesto per giustificarlo. Non troppo diversamente la Segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, così interpreta la vicenda: «Non si tratta di stilare classifiche ma di comprendere che due cose sbagliate non ne fanno una giusta. Rilevare che l’intervento di Trump [in Venezuela] ha sfregiato il diritto internazionale non rende “giusto” il governo di chi ha imprigionato avversari e truccato elezioni. Quella di Maduro è stata un’autocrazia feroce che andava rivoltata»[3].
Del resto – e riprendo le «condizioni» esposte da Marattin – come regolare nell’azione dispiegata l’esigenza di «nessun tipo di danno collaterale»? Come dare a «un’opposizione» la qualifica di «autenticamente democratica»? Quale durata dell’intervento militare (ore, giorni, settimane ,…) è “sostenibile”? Quanti morti (fra i militari, fra i civili, …) sono accettabili? Quanti feriti (e di quale gravità) sono ammissibili? Come valutare «le sofferenze per la innocente popolazione civile»? Come rilevare, rispetto all’intervento, un efficace «piano per il “dopo”, che rispetti in pieno l’autodeterminazione dei popoli»? Tutto ciò mi ricorda l’attenta produzione di Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, operata dal Dicastero per la dottrina della fede[4]. Ma noi qui restiamo laici e vogliamo affannarci sui fenomeni naturali, specie quelli prodotti da animali umani.
Giova sottolineare la Dichiarazione della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale[5] , dove si «esprime la più profonda preoccupazione per l’evolversi della situazione internazionale che vede una apparentemente sistematica grave distorsione delle regole di maggiore importanza destinate a garantire alla Comunità internazionale, e quindi alle popolazioni mondiali, una soluzione pacifica dei conflitti e il non impiego di strumenti unilaterali per fare valere le eventuali legittime esigenze degli Stati. Da ultima la situazione dell’attacco al Venezuela non esprime di certo una siffatta esigenza.
* Fatta eccezione per il caso di legittima difesa, l’uso della forza è sempre illecito, salvo quando sia espressamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle NU;
* Il principio di legittima difesa, vale a permettere l’uso della forza armata a un soggetto illegittimamente attaccato militarmente e solo nei limiti stretti della necessità di respingimento dell’aggressore fuori del proprio territorio;
* Nulla osta a discutere eventuali problemi di sovranità territoriale, pur modificata da situazioni di fatto, lecite o illecite che siano, fino all’esito di eventuali negoziati o interventi giudiziari;
* Ogni soggetto è libero di definire le proprie alleanze internazionali nel rispetto del principio dell’obbligo di leale e uguale cooperazione;
* Solo al popolo, nella sua totalità, è consentito di scegliere il proprio regime politico sociale ed economico senza sottoposizione al potere di altri soggetti;
* I diritti dell’uomo, espressi nella Dichiarazione universale del 1948 e negli strumenti in materia, vanno garantiti sempre e dovunque e in qualunque situazione politica interna o internazionale;
* Gli illeciti internazionali vanno accertati attraverso strumenti terzi e indipendenti, quali la Corte Internazionale di Giustizia (…), mentre dei crimini individuali si occupano in particolare la Corte Penale internazionale e altri eventuali tribunali secondo le loro regole statutarie di competenza;
* Inoltre, lo studio e la discussione dei fenomeni giuridici e politici internazionali devono essere garantiti in modo libero e indipendente;
La Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, nel riaffermare queste esigenze ineludibili per la convivenza civile tra i popoli e i soggetti di diritto internazionale, auspica che anche altre associazioni di giuristi riaffermino la piena adesione ai suddetti principî, aderendo anche alla ferma dichiarazione dei responsabili editoriali dell’ American Journal of International Law secondo cui: “Recent actions by the U.S. government and broader trends in the United States demonstrate a lack of commitment to law and institutions in ways that undermine our work. In particular, the government’s threats to universities and research journals undercut the study and teaching of international law, its threats to law firms and non-profit organizations impinge on the practice of international law, and its targeting of people with varying immigration statuses on the basis of their lawful exercise of free speech silences important voices in our community”».
Aspettiamo di vedere se il contesto sopra esposto si applicherà, e come, alla “questione groenlandese”. Senz’altro non secondo l’impressione sollecitata dalla vignetta di Mauro Biani che qui si riprende, riproducendola dal quotidiano la Repubblica. Magari potrebbe trovare qualche forma di applicazione la sollecitazione della presidenza del Movimento europeo – Italia effettuata il 10 gennaio col documento Inviamo una missione europea di pace a Nuuk, la capitale della Groenlandia.
Infine mi sento obbligato, a chiusura di questa nota, a privilegiare le intenzioni e le scelte del popolo di Groenlandia, principalmente di etnia Inuit, che non sconsideratamente potrebbe addivenire all’indipendenza e semmai, successivamente, a sostanziare pacificamente una cinquantunesima stella nella bandiera degli Stati Uniti d’America, ossimoricamente attaccandosi alla cinquantesima stella rappresentativa dell’adesione agli U.S.A., nel 1960, delle Hawaii (ben più calde della Groenlandia e luogo di nascita, nel 1961, del 44° Presidente degli Stati Uniti Barack Obama).
DINO G. RINOLDI
[1] V. Corriere della Sera del 12 gennaio 2026, pp. 1 e 9.
[2] V. Corriere della Sera già cit., p.9.
[3] V. l’intervista promossa da A. Ducci nel Corriere della Sera sempre del 12 gennaio 2026, a p. 12, col titolo «La Cgil? Basta schemi novecenteschi. La ferocia di Maduro andava sconfitta». Aggiunge Fumarola che «Si tratta ora di chiamare il Popolo venezuelano a elezioni libere e restituire sovranità a una grande nazione che ha fame di democrazia»
[4] Le norme in questione si possono leggere inserendo il titolo del documento citato in www.vatican.va.
[5] Vedila in www.fondazionearangioruiz.it.
