Diamo una dimensione democratica alla Comunità politica europea
Alla vigilia della risposta che il Consiglio europeo del 22-23 giugno era stato chiamato a dare alla pressante richiesta dell’Ucraina di ottenere lo status politico di “paese candidato all’adesione”, il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato l’idea di una “comunità politica europea” (CPE) allo scopo di associare ai Ventisette i paesi vicini all’Unione europea (Ue) sul continente europeo.
Sul contenuto del progetto e sul metodo non sono stati compiuti passi in avanti né nel Consiglio europeo di giugno, che si è limitato a prendere atto dell’idea accettando contemporaneamente la richiesta dell’Ucraina (e della Moldova) del riconoscimento dello status di candidato che non è previsto dal Trattato di Lisbona (art. 49 TUE) mentre la presidenza ceca ha annunciato che avrebbe promosso un primo vertice della CPE il 6 e 7 ottobre a Praga.
Emmanuel Macron ha ricordato la sua idea davanti agli ambasciatori del suo paese in un ampio ma poco concreto discorso, che abbiamo pubblicato nella scorsa newsletter, e il cancelliere Olaf Scholz ha fatto il beau geste di sostenere l’idea francese nel suo discorso a Praga ma né l’uno né l’altro sono scesi nei dettagli del progetto e del metodo.
L’idea ha suscitato delle prudenti reazioni (se non delle ostilità) nei Balcani occidentali che bussano da anni alle porte dell’Ue e che temono la trappola di una vaga organizzazione intergovernativa (la “confederazione” di François Mitterrand del 1989) come succedaneo della vera e propria adesione i cui tempi si dilatano continuamente sia per i paesi con cui sono già iniziati i negoziati che per quelli i cui negoziati sono congelati che per quelli infine su cui pende ancora il parere formale favorevole della Commissione europea.
La composizione della CPE è ancora indeterminata perché c’è chi la considera uno spazio dì dialogo con j paesi candidati o eleggibili alla candidatura con un grande punto interrogativo sulla Turchia ancora formalmente candidata, c’è chi vorrebbe associare paesi “associati” ma non candidati o eleggibili alla candidatura come il Regno Unito (che ha reagito con grande freddezza), la Norvegia e la Svizzera avvicinandone la composizione a quella del Consiglio d’Europa e c’è chi infine ha portato acqua al mulino di chi ritiene perlomeno prematuro l’ampliamento dell’Ue se esso non sarà preceduto dall’approfondimento politico dell’Ue a Ventisette o a meno di Ventisette se si considera l’eurozona – prossimamente a Venti – come la dimensione politica ottimale per il passaggio dall’attuale confederazione “unionale” ad un modello federale.
La prima riunione informale della CPE dovrebbe comunque aver luogo a Praga a margine dell’incontro anch’esso informale dei Capi di Stato o di governo dei 27 e l’invito a partecipare potrebbe essere indirizzato dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e dal Primo Ministro della Repubblica Ceca Petr Fiala insieme al presidente francese Emmanuel Macron a 44 capi di Stato e di governo e cioè i 27 e poi Islanda, Lichtenstein, Norvegia, Svizzera (membri EFTA); Albania, Macedonia del Nord, Moldova, Montenegro, Serbia, Turchia, Ucraina (paesi candidati) ma anche ad Armenia, Azerbaijan, Bosnia Erzegovina, Georgia, Kosovo e Regno Unito con una composizione ancora incerta per le reticenze di alcuni possibili invitati o membri dell’Ue così come non è nota la posizione degli Stati Uniti nei confronti di questa ipotetica alleanza delle “democrazie europee” (a cui verrebbe associata anche la Turchia).
Quel che certo è che la CPE non nascerà formalmente in occasione dell’incontro di Praga perché nulla è stato chiarito fra i 27 e con i paesi candidati all’adesione sulle competenze della CPE, le sue modalità di lavoro, il quadro istituzionale e last but not least sui rapporti con l’allargamento dell’Ue in una situazione europea caratterizzata dall’aggressione della Russia all’Ucraina, dall’esito incerto della guerra e dalle divisioni europee nei rapporti con il Cremlino.
L’obiettivo o l’ipotesi dei “cerchi concentrici” su cui i paesi membri si dividono fin dagli anni sessanta con la proposta della Europa à la carte e ancor di più negli anni novanta con il progetto Kern Europa o il magnete tedesco lanciato da Schaueble e Lamers (scomparso recentemente dopo una lunga carriera politica nelle file della CDU) sembra essere stato provvisoriamente sotterrato da Olaf Scholz nel suo discorso di Praga in cui ha ribadito lo sguardo prioritario della Germania verso l’Est e ha considerato che lo sconvolgimento geopolitico provocato dalla aggressione della Russia all’Ucraina rende urgente e necessaria la coesione di tutta la coalizione europea anti-Putin in una Ue allargata e strategicamente collocata nel quadro della Nato.
E’ evidente che il tema dell’allargamento dell’Ue ai Balcani Occidentali da una parte e all’Europa orientale dall’altra non può più essere affrontato e risolto con il metodo usato dal 1972 in poi nelle successive sette procedure di adesione dalla piccola Europa dei Sei alla grande Ue a Ventisette (con il negoziato a contrario della Brexit) e che ha visto ogni volta un dialogo limitato a ogni singolo paese candidato fra la Commissione europea sotto il controllo intergovernativo del Consiglio, il coinvolgimento del Parlamento europeo solo a monte e a valle da Maastricht in poi e dei parlamenti nazionali solo a valle per ratificare i trattati di adesione spesso accompagnati da referendum confermativi.
Dopo (o meglio: con il conflitto in corso) l’aggressione della Russia all’Ucraina e di fronte alle sfide del Ventunesimo secolo le prospettive di un ampiamento dell’Ue a quasi quaranta membri con un progetto di unificazione che coinvolge quasi tutto il continente europeo il tema dell’allargamento diventerà centrale per il futuro dell’Europa, di tutti i parlamenti e dei suoi popoli che non possono essere esclusi da questo dibattito.
Per questa ragione il progetto della CPE immaginato da Emmanuel Macron non può essere rinchiuso nei limiti intergovernativi di periodici vertici fra capi di Stato e di governo ma diventare un laboratorio permanente di dialogo fra la democrazia rappresentativa, partecipativa e di prossimità estendendo e rafforzando il metodo innovativo adottato nella Conferenza sul futuro dell’Europa con gli strumenti della piattaforma digitale, dei panel transnazionali e nazionali, delle convenzioni deliberative di cittadine e di cittadini, di mobilitazioni di “ambasciatori” provenienti dalla società civile.
L’avvio di una ampia CPE – il cui lavoro potrebbe essere stimolato da una conferenza interparlamentare, secondo il modello delle “assise” di Roma nel 1990 alla vigilia del Trattato di Maastricht, che potrebbe essere organizzata nell’autunno 2023 durante il semestre di presidenza spagnola del Consiglio Ue invitando dei delegati dei paesi candidati o eleggibili alla candidatura – coinciderebbe con la preparazione delle elezioni europee nel maggio 2024 e con i congressi dei partiti europei che dovranno adottare i programmi e le priorità per la legislatura 2024-2029.
La necessaria riforma dell’Ue, per andare al di là di un trattato firmato ormai quindici anni fa in una situazione internazionale e europea radicalmente diversa da quella attuale, dovrà tener conto non solo delle raccomandazioni della Conferenza sul futuro dell’Europa che è stata troppo frettolosamente chiusa il 9 maggio 2022 ma anche dalle idee che emergeranno nella CPE e che dovranno chiarire i principi e i valori di una comunità di destino a cui si decide di partecipare o di non partecipare sapendo che questa decisione sarà irreversibile.
Affinché questo processo sia democratico e consapevole, la strada da percorrere non è quella di una modesta e limitata revisione del Trattato di Lisbona ma quella più ambiziosa del lavoro costituente del Parlamento europeo che sarà eletto nel maggio 2024, la cui azione sarà parallela a quella della CPE.
Spetterebbe al Parlamento europeo ancora in carica dare un contenuto politico attualizzato allo stato dell’Ue e riprendere l’idea che era stata lanciata dal membro della Convenzione sul Trattato-costituzionale, Alain Lamassoure, di un accordo preliminare su una comunità di destino allargata da sottoporre alla ratifica dei parlamenti nazionali “al fine di assicurare che l’allargamento e la riforma dell’Ue siano il frutto di un consenso democratico incontestabile”.
Tale accordo potrebbe contenere una proposta di metodo che dia legittimità e sostanza all’avvio di un processo costituente e confermare che la comunità di destino è fondata sul rispetto dello stato di diritto e dei diritti fondamentali, sul primato del diritto europeo nei settori di competenza dell’Ue, sulla democrazia rappresentativa e partecipativa, sull’autonomia strategica dell’Ue come attore internazionale, sul rifiuto della guerra, sulla cittadinanza europea, su una prosperità condivisa, sulla solidarietà e sulla cooperazione leale.
Così facendo il tema dell’allargamento dell’Ue verso i Balcani occidentali e l’Europa orientale diventerebbe parte centrale del futuro dell’Europa.
Roma, 12 settembre 2022
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