L’AGGHIACCIANTE SIMMETRIA DELLA TIGRE
CHE SI AGGIRA IN EUROPA E NEL MONDO
LA TIGRE
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?
Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l’Agnello creò, creò anche te?
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?
William Blake
(traduzione di Giuseppe Ungaretti)
Alla Conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco di Baviera il 13-15 febbraio il Segretario di Stato USA Mark Rubio, i cui genitori emigrarono da Cuba nel 1956, ha detto «We believe that Europe must survive», e anche che gli Stati Uniti d’America vogliono stare ««with a Europe that has the means to defend itself and the will to survive».
Ecco, sopravvivere! Prescindendo dal solito generico riferimento geografico al vecchio continente, il verbo sopravvivere deve piuttosto richiamare la necessità di andare oltre, di resistere ai tempi presenti, tumultuosi, mostrando capacità di viverli organizzandosi (l’Europa con l’Unione europea, col Consiglio d’Europa, ecc.) non soltanto attrezzandosi a subirli passivamente ma navigandoli attivamente secondo rotte precise, sicure, convenienti, evitando gli iceberg[1].
Così, fra l’altro, anche riprendendo il richiamo di Rubio a «the means to defend itself», le priorità nella nostra Europa «vanno accompagnate dall’obiettivo di un debito pubblico nel settore della difesa per non pesare sul bilancio europeo e da risorse proprie per sostenere un ambizioso quadro finanziario pluriennale», e «la sovranità europea non può essere garantita solo nella politica estera e della sicurezza ma deve essere invece fondata su un sistema di democrazia europea attraverso un processo costituente che dovrà essere avviato dal Parlamento europeo … in cui ai cittadini e ai loro rappresentanti si dia la possibilità di scegliere fra l’attuale modello confederale o un sistema di governo federale»[2]. Oggi impariamo che la «mite rana federalista» di cui parlavo tempo fa[3] «è sempre – seguendo la metafora tratta dalla favola di Esopo – alla metà del guado, trasportando con gran fatica i non sempre avveduti scorpioni nazionali la cui natura è capace di emergere con punte di mordace perigliosità nazionalista avverso la collaborazione sovrannazionale instaurata» nell’Unione europea. Ma proprio in questi giorni impariamo che la rana freccia (dell’Ecuador), «il vertebrato più velenoso del mondo», è non solo specie protetta dal 1984 ma pure capace, se non allevata in cattività, di accumulare epibatidina attraverso una dieta a base di coleotteri, acari e mosche in natura[4]. La neurotossina in oggetto pare più velenosa di quanto può esser ricavato da qualsiasi serpente. Ora, a parte l’uso che ne sia stato fatto dalle autorità russe per assassinare Aleksei Navalnyj[5], cosa su cui non mi permetto ovviamente di scherzare, mi piace immaginare di rifornire con questa sostanza tossica la rana UE che sta trasportando i mordaci scorpioni nazionalisti (gli Stati membri) verso approdi più adeguati alla realtà del momento e, ancor più, del futuro. Occorre insomma far in modo che sia la rana federalista a uccidere lo scorpione nazionalista, e non viceversa, smentendo così Esopo e la sua conclusione disarmante!
Occorre «trasformare la tartaruga europea in un ghepardo»[6], ci dice Garry Kasparov, da russo europeo. Conseguentemente mi vien fatto di ricordare che se il ghepardo è l’animale terrestre più veloce, il giaguaro possiede il morso più potente tra i grandi felini, superando tanto il leone quanto la tigre proporzionatamente alle dimensioni. Ma la tigre … E non la tigre metaforica di cui si parla a proposito di una doppia medaglia d’oro italiana durante le olimpiadi invernali 2026 di Milano Cortina[7]… La tigre è il felino vivente più grande al mondo. Simbolo di potenza. Di forza. Uno dei più grandi predatori terrestri. Il fulgore divampato dalla tigre nella lirica di William Blake, sopra riprodotta, ne è metafora. Metafora della predazione al tempo di quegli Stati che da grandi potenze (appunto statuali) si vanno tramutando in potenze imperiali, con relativi “giardini e orti di casa”, zone di influenza, riserve di caccia, parchi a tema, … Secondo un proprio ordine. Non più condiviso. Imposto. Reciprocamente. Simmetricamente. L’agghiacciante simmetria della tigre! Le tigri geopolitiche, imperiali, che si aggirano «nelle foreste della notte» attuale.
Imperi che potranno anche non equivalersi, possedendo cioè, l’uno, qualità che ce lo fanno forzosamente preferire agli altri[8]. Ma pur sempre piegandoci all’ombra di questo piuttosto che di quello. Come non possono non fare le medie potenze statuali evocate dal premier canadese Carney (anche lui, come Rubio, di nome Mark) nell’occasione di Davos già da me ricordata sempre in una Newsletter, quella subito precedente questa[9]. Medie potenze che quindi hanno l’esigenza di rinnovarsi e di trovare sovranità e indipendenza a un livello superiore al proprio. A maggior ragione di fronte al prefigurarsi di un ordine mondiale orientato alla “legge del più forte”[10], al superamento di organizzazioni intergovernative universali quali l’ONU[11] o dello stesso diritto internazionale, al cui riguardo se da un lato pare eccessivo definirne l’azione in termini di capacità di «salva[re] il genere umano»[12], da un altro lato non si può sottovalutarne l’indispensabilità specie «di fronte alla regolazione di ambiti (economia, clima, armamenti, …) a incidenza globale. Proprio riguardo all’ONU va così apprezzata e salvaguardata l’attitudine universalistica a “far rete”, anzitutto con i propri istituti specializzati[13], di fronte alle esigenze mondiali in specifici settori strategici. Penso alla FAO (alimentazione e agricoltura), all’ILO (lavoro), all’OMS (sanità), all’UNESCO (educazione, scienza e cultura), all’ITU (telecomunicazioni), all’ICAO (aviazione civile), e così via. Tutto ciò pur considerando l’imperfetta, o inadeguata, attitudine – addirittura l’inazione – rispetto a quanto solennemente espresso subito nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite, i cui popoli (enfaticamente richiamati al posto degli Stati che dei popoli sono esponenti) si dichiarano «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra». Poi allorché, all’art. 1, si afferma di voler «mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace». Perciò non sembra un buon viatico per la difesa comune europea evocare in materia, come fa il commissario UE per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius, l’introduzione di competenze per «un Consiglio di sicurezza europeo» anch’esso, come il Consiglio di sicurezza ONU, composto di 5 Paesi membri permanenti [Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia], cui aggiungere «eventualmente anche il Regno Unito»[14]. Mentre «gli Stati Uniti si ritirano da 66 organizzazioni internazionali»[15] – sia comprese nel sistema delle Nazioni Unite sia al di fuori di esso – dedicandosi a nuove forme di cooperazione istituzionale internazionale quale il Board of peace per Gaza[16]. A quest’ultimo l’Italia è stata invitata nel ruolo di “osservatore” non ritenendosi possibile la presenza a pieno titolo per contrarietà del nuovo ente all’art. 11 della Costituzione e alle «condizioni di parità con gli altri Stati» qui sancite per render possibile la partecipazione italiana a «limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», ordinamento in cui il nostro Paese «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Tuttavia «neppure starci da “osservatore” metterebbe l’Italia al sicuro»[17].
Non posso non chiudere ricordando ancora Aleksej Navalnyj. Sapendo che anche i russi (quanti?) lo ricordano. Morto oggi, 16 febbraio, ma non oggi perché era il 2024. Non c’è proprio nulla su cui scherzare, come dicevo, ma devo pur sottolineare che il 17 febbraio – domani – è martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale (non per Milano, dove il Carnevale si conclude sabato 21 febbraio). Ma appunto, oramai, «A Carnevale ogni scherzo non vale più», giacché siamo al tempo in cui «le “maschere” salgono quotidianamente sul palcoscenico della politica internazionale, mentre l’eccesso è diventato regola» cosicché «la festa delle follie perde di senso. E resta un residuo dell’antichità»[18].
DINO G. RINOLDI
[1] Mi piace ricordare il libro di V. E. Parsi, Titanic, naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale, Il Mulino, Bologna, 2022.
[2] V. l’editoriale di P. V. Dastoli, E pur si muove, nella Newsletter dello scorso 2 febbraio.
[3] V. nella Newsletter del 24 marzo 2025 il mio contributo su La democrazia europea, costruens e difendente (la rana e gli scorpioni). In realtà lì definivo «imbelle» la rana rappresentativa dell’Unione europea.
[4] V. E. Franceschini, L’arma letale dell’epibatidina dalle foreste ai laboratori segreti, in la Repubblica del 15 febbraio 2026, pp. 12-13.
[5] La notizia è apparsa sui giornali del 15 febbraio appena trascorso.
[6] V. la conclusione dell’intervista tradotta da M. Zanon, Putin e la fine della NATO, in Il Foglio on line, 15 dicembre 2025.
[7] A proposito delle imprese di Federica Brignone: v. F. Battistini, «Io, una tigre forte e seria non mi farò cambiare la vita», in Corriere della Sera del 16 febbraio 2026, p. 3.
[8] V. D. Taino, L’illusione dell’equivalenza, in Corriere della Sera, 14 febbraio 2026, p. 40, dove si parla specificatamente del raffronto tra USA e Cina popolare.
[9] V. Gli Stati Uniti d’Europa e Canada fra egemonia, sovranità, (in)dipendenza, 9 febbraio 2026.
[10] E. Cau. Il nuovo ordine mondiale è la legge del più forte?, in Ilpost.it, 9 gennaio 2026.
[11] V. G. Sallusti, Ha tradito i principi su cui è stata fondata e fallito ogni obiettivo: è ora di abolire l’ONU, in Libero del 15 febbraio 2026, p.14.
[12] V. P. Marie Dupuy e T. Scovazzi, Il diritto internazionale salva il genere umano, in la Lettura, supplemento del Corriere della Sera del 15 febbraio 2026, pp. 10-11.
[13] V. B. Conforti e C. Focarelli, Le Nazioni Unite, Wolters Kluver – Cedam, Padova, 2023 (13° edizione), p. 434 ss.
[14] V. T. Mastrobuoni, Kubilius “All’Unione serve un consiglio di sicurezza guidato da cinque leader”, in la Repubblica del 14 febbraio 2026, p.3.
[15] V. infocooperazione on line del 12 gennaio 2026.
[16] A parte quanto subito di seguito dirò rinvio all’evento Il Trump’s Board of Peace tra diritto internazionale e costituzionale, seminario di SIDI – Blog del 27 gennaio 2026, con A. Spagnolo, P. De Sena, S. Forlati e O. Chessa, che può esser visto su You Tube.
[17] V. C. Curti Gialdino, ITALIA NEL BOARD OF PEACE?/ Perché neppure starci da “osservatore” metterebbe l’Italia al sicuro (da Trump), in ilsussidiario.it del 10 febbraio 2026. V. anche l’appello del Centro di Ateneo per i diritti umani Antonio Papisca, firmato da F. Lotti e M. Mascia il 21 gennaio 2026 e pubblicato in unipd-centrodirittiumani.it sotto il titolo Non entrare nel Board of Peace! L’Italia non può e non deve entrare nel Board of Peace di Trump.
[18] V. M. Niola che scrive appunto A Carnevale ogni scherzo non vale più ne la Repubblica del 15 febbraio 2026, pp. 30-31.
