Commissione Europea
Quella che doveva essere una partita sui Vicepresidenti designati Raffaele Fitto e Teresa Ribera risolvibile dopo un po’ di teatro e gioco delle parti, si sta trasformando in una vera crisi, nella quale la Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen e il Partito Popolare guidato da un altro tedesco, Manfred Weber, rischiano di fare cadere l’intera Unione.
Infatti sia Fitto che Ribera sono diventati loro malgrado il simbolo di una rottura possibile della cosiddetta “maggioranza Ursula”, composta da Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi, a causa della ambiguità di entrambi rispetto alla tenuta di un patto che aveva come obiettivo centrale di tenere fuori dalla maggioranza l’estrema destra dei Patrioti (il gruppo di Orban, Salvini e LePen) ma, pur se in condizioni diverse, anche ECR, il partito di Meloni e Fitto.
Al di là dei meriti della persona, la scelta di UVDL di nominare Raffaele Fitto a un incarico di Vicepresidente -scelta non obbligata e interamente nelle mani della Presidente – dimostra la sua volontà di mantenere la porta aperta verso un partito (e un governo) che ha votato contro la sua nomina. D’altra parte, il PPE ha iniziato da subito a costruire una maggioranza alternativa insieme alla destra di ECR, ma anche la destra estrema, su temi sempre più rilevanti; prima la risoluzione sul Venezuela, a sostegno del Presidente mancato Eduardo Gonzales; poi la risoluzione di indirizzo sul bilancio europeo del 2025, che alla fine è stata respinta, ma nella quale il PPE aveva votato a favore di soldi europei per muri anti-migranti e per diminuire il finanziamento dell’Agenzia sui diritti umani, fino ad arrivare questi giorni e al caso molto grave della legge sulla Deforestazione: legge che ha l’obiettivo di ridurre la responsabilità di produzioni europee nella deforestazione che pesa per il 10% delle emissioni e che era stata chiusa con un accordo fra Commissione, Parlamento e Stati membri nel 2023. Dopo molte pressioni da parte di industrie e agricoltori, c’era un accordo fra la Presidente in persona, la maggioranza del PE e il Consiglio per riaprire la norma solo per fissare l’entrata in vigore della norma un anno dopo la scadenza prevista. Ciò che è invece successo, e già in pieno psicodramma sui vice-presidenti, è che il PPE ha rotto l’accordo e presentato una serie di emendamenti con la destra per ridurre in modo importante l’impatto della norma, dimostrando di non avere alcun interesse a ridurre la tensione.
Al di là del tema specifico, questa è la prima volta che una norma già approvata del Green Deal viene riaperta con una esplicita violazione degli accordi fra i gruppi. È più che evidente che il PPE ha tutto l’interesse a mantenere questa possibilità di trovare maggioranze variabili a seconda dei suoi interessi, ma questo metterebbe la Commissione e lo stesso Parlamento in una situazione di grande instabilità che non farebbe che indebolirne fortemente l’azione, proprio in un momento di grande incertezza internazionale e con l’arrivo alla Casa Bianca di un inquilino particolarmente controverso e imprevedibile. La palla è ora nel campo della Presidente della Commissione, che deve decidere come uscire dall’ambiguità nella quale lei e il suo gruppo hanno cercato di rimanere, a metà fra una alleanza europeista, certo, ma divisa sui temi economici, delle migrazioni e del Green deal, e la tentazione di fare rientrare una destra anti-europea che si voleva escludere dalla stanza dei bottoni del potere attraverso il lento smantellamento del Green Deal.
Si tratta di una tentazione da respingere: perché è evidente come il piano dei partiti della destra europea sia totalmente contraddittorio rispetto all’impegno per una maggiore integrazione, il rispetto dello Stato di diritto, ma anche il proseguimento della transizione verde e digitale giusta, da dotare di risorse in particolare sui settori più vulnerabili e sulla formazione dei lavoratori e lavoratrici, e che rappresentavano il cuore della proposta di Ursula Von Der Leyen sulla quale aveva ottenuto una solida maggioranza all’indomani delle elezioni europee del giugno scorso.
Monica Frassoni
