Un fulmine a ciel sereno o era prevedibile prima?
La pandemia e l’aggressione della Russia all’ Ucraina hanno evidenziato una realtà che per molto tempo e per diversi motivi sembrava essere stata ignorata da tutti i paesi occidentali: la dipendenza dell’Unione da paesi terzi per materie prime, beni e servizi necessari per il suo sviluppo economico sociale e la sua autonomia economica.
La globalizzazione e i maggiori guadagni che quest’ultima ha fatto intravedere, hanno spinto il mondo economico verso mercati più convenienti in paesi in cui di fatto si possono aggirate le regole di cui faticosamente l’Unione si sta ancora dotando per la tutela dell’ambiente, della salute, dei lavoratori, ecc . Ovvero verso paesi che offrono risorse necessarie allo sviluppo economico (per es. risorse energetiche) a prezzi decisamente più vantaggiosi, ma che operano sulla base di principi e di uno stato di diritto molto distante da quello europeo.
Produrre in paesi extra europei, spesso risulta conveniente: i costi di produzione sono più bassi a discapito della tutela dei lavoratori e/o della qualità e pertanto si possono realizzare maggiori profitti.
Il fenomeno ben noto da diversi anni, è stato forse non ben ponderato nelle conseguenze che poteva innescare anche a livello politico, ma anzi è stato generalmente valutato in modo positivo malgrado i disequilibri che ha creato non solo in termini di inquinamento globale, ma anche di tensioni sociali proprio in quei paesi le cui imprese operavano delocalizzando. Con il trasferimento della produzione, infatti, in questi paesi è decisamente aumentata la disoccupazione, quindi è diminuita la domanda interna, quindi il PIL, e quindi il benessere sociale. Inoltre, la delocalizzazione ha permesso di poter godere di una più leggera imposizione fiscale sui redditi prodotti in paesi con regimi più favorevoli, con tutte le conseguenze che questo comportava in termini di competitività tra imprese. Non da ultimo, la dipendenza per l’approvvigionamento di materie prime da paesi autoritari che sicuramente non operano secondo i nostri criteri e valori. Questo sta causando – come hanno messo in luce sia la pandemia e sia l’aggressione della Russia all’Ucraina – notevoli criticità nell’approvvigionamento di quei beni e servizi essenziali alla produzione nazionale ed europea e quindi alla sostenibilità dell’economia.
Si può affermare pertanto che queste due crisi hanno di fatto provocato un brusco risveglio per l’Europa, che improvvisamente si vede obbligata entro tempi brevissimi a ripensare al suo modello di sviluppo, partendo proprio da un riorganizzazione immediata delle sue fonti di approvvigionamento energetico, alimentare, di prodotti strategici, ecc .
Di questa improrogabile urgenza se ne parla da tempo a livello UE. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ad esempio nel discorso sullo stato dell’Unione del 2021, (2021 Strategic Foresight Report) intervenendo sulla ripresa economica post pandemia, si è soffermata sulle sfide che l’Unione dovrà affrontare in settori quali il commercio internazionale e in particolare le catene di valore dove si evidenziano le principali fragilità europee. La Presidente ha sottolineato che è necessario rendere l’Unione resiliente proprio in quei settori, considerati strategici per poter competere con i principali concorrenti mondiali, Cina e USA, e poter affrontare più serenamente future ed inevitabili crisi non solo pandemiche.
Tra i principali temi di policy da affrontare per poter realizzare questo obiettivo vi sono sicuramente i cambiamenti climatici, che hanno impatto anche sulla geografia dell’agricoltura e minacciano la sicurezza alimentare, oltre che creare pressione sulla migrazione da paesi poveri; il settore digitale ormai imprescindibile quando si parla di sviluppo ed innovazione, ma dove l’UE registra notevoli ritardi rispetto a USA e Cina; il settore dell’approvvigionamento energetico dove occorre sostituire prodotti che causano emissioni di CO2 dannose all’ambiente con energie pulite, rinnovabili, ottenendo così il doppio vantaggio di contribuire alla diminuzione del surriscaldamento del pianeta rispettando gli impegni presi a livello multilaterale e quello di rendere l’Unione autonoma rispetto a paesi terzi.
In molti settori, considerati vitali all’economia e alla resilienza dell’Unione, quest’ultima è attualmente dipendente da paesi terzi come nel settore energetico (da Russia), nel settore di servizi cloud (totalmente in mano a fornitori non-UE con legislazioni diverse da quella europea e quindi con possibili problemi di cyber security), nel settore agroalimentare (da Ucraina), in quello dei prodotti/terre rare necessarie per lo sviluppo tecnologico (da Cina).
Il rischio politico che questa situazione può creare è intuibile, quello economico è sotto gli occhi di tutti.
Il Governo italiano sta cercando di trovare soluzioni immediate almeno al più urgente dei problemi quello dell’approvvigionamento energetico, diversificando almeno i paesi con cui sottoscrivere nuovi accordi di acquisto di gas da sostituire a quelli in essere con la Russia, anche se i nuovi produttori non offrono quella sicurezza in termini di valori e principi propri dell’Unione. Mi riferisco all’Algeria, alla Libia, all’Egitto… tutti regimi ‘discutibili’, ad esempio, in tema di rispetto di diritti umani e sicuramente con situazioni politiche interne non proprio tranquille.
Del resto, anche lo stesso segretario di stato americano al Tesoro, Janet Yellen, ha dichiarato che per motivi di sicurezza è il momento non solo di ri-localizzare molte produzioni in paesi ’amici ‘ con gli stessi valori, i c.d. friend-shoring, ma anche di ridurre la dipendenza negli approvvigionamenti e nella produzione da paesi autoritari. E’ quindi un problema dell’occidente ridurre questa corsa sfrenata senza briglie all’off-shoring.
Purtroppo, ammesso che si potrà realizzare in tempi il più possibile ridotti, non sarà affatto indolore per tutto l’occidente. Aumenteranno i costi di produzione (costi del lavoro, protezione sociale, energia, tassazione ecc ) con riflessi sui prezzi dei prodotti finiti e quindi sull’inflazione. Non tutte le imprese sapranno sostenere queste rivoluzioni strutturali e quindi i governi europei dovranno mettere immediatamente in campo una strategia di sostegno alle imprese, finalizzata magari anche ad una ripresa dell’occupazione. Lasciare la governance di questo cambio esclusivamente al mercato potrebbe in un contesto quale l’attuale (con un impatto negativo delle sanzioni alla Russia sull’economia europea) creare feriti e …morti tra le imprese e quindi sull’occupazione, assolutamente da evitare.
Non sempre il mercato agisce secondo regole di sostegno sociale, che possono essere raggiunte in un secondo momento per aggiustamenti automatici ma non indolori e comunque sicuramente non nel breve tempo. Questa situazione potrebbe inoltre dar voce ad un rafforzamento dei movimenti antieuropeisti proprio a ridosso delle elezioni europee del 2023, dove sicuramente oltre al sostegno finanziario fornito per contrastare gli effetti della pandemia, l’Europa deve dar prova di saper affrontare un prossimo periodo sicuramente difficile sul piano macroeconomico anche a causa delle conseguenze dell’aggressione in atto.
E’ auspicabile quindi, già a partire del semestre europeo in corso, una maggior flessibilità da parte degli Stati rigoristi europei che almeno difronte a questa crisi dovuta ad una situazione molto critica ‘in Europa’, che rischia di travolgere non solo l’economia e la finanza ma anche i nostri valori, sappiano astenersi da qualsiasi posizione rigida ed intransigente. Per dirla con Keynes, per contrastare una crisi economica e finanziaria, occorre intervenire prima che la situazione sfugga di mano. Le grandi depressioni economiche sono l’incubatore di regimi e di personaggi che abbiamo già avuto modo di conoscere nel passato. La storia può ripetersi, ma sta a noi evitarlo. E’ quello che ci auguriamo che l’Europa sappia fare già dalle prossime riunioni del Consiglio europeo e dalle prossime riunioni dei Ministri di settore.
Annamaria Villa
