Newsletter 22 Aprile/2025 – L’EDITORIALE

 

CONTRIBUTO ALLE RIFLESSIONI  SUL RUOLO INTERNAZIONALE DELL’UNIONE EUROPEA

E SULLA POSIZIONE DELL’ITALIA

Dall’incontro avvenuto il 17 aprile 2025 nello Studio Ovale fra il Presidente Donald Trump e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e poi fra la stessa Giorgia Meloni e JD Vance a Roma il 18 aprile è emersa o, meglio, è stata confermata la “affinità elettiva” che caratterizza gli orientamenti della “grande restaurazione” propugnata dal conservatorismo nazionalista e promossa nel 2017 dallo stesso Donald Trump e dal suo capo stratega Steve Bannon.

Gli obiettivi del conservatorismo nazionalista

Questo movimento internazionale nasce da un approccio ideologico fondato sulla contestazione degli obiettivi dello sviluppo sostenibile e della lotta al cambiamento climatico, su politiche energetiche inquinanti e costose, sulla supremazia razzista delle etnie bianche, sulla chiusura di tutte le frontiere ai flussi migratori, sul rafforzamento degli arsenali militari nonostante i trattati internazionali, sulla demolizione degli strumenti multilaterali economico-finanziari e giudiziari, su politiche fiscali diseguali aperte all’elusione e all’evasione, su ipocrite posizioni fideiste a sostegno del trittico “Dio, patria e famiglia” all’interno di un contesto rigidamente atlantista.

La “grande restaurazione” colloca al centro delle sue rivendicazioni la difesa delle sovranità assolute e la divisione del mondo in Stati-nazione e cioè una organizzazione del mondo da combattere a partire dalla scelta rivoluzionaria del “progetto di un manifesto per un’Europa libera ed unita”, scritto a Ventotene nel 1941 e che appare oggi di drammatica ed urgente attualità.

L’emergenza della “grande restaurazione”, che ha rafforzato in molti Paesi europei forze identitarie e nazionaliste eredi in alcuni casi della cultura fascista come Fratelli d’Italia, è stata facilitata dall’aggressione della Russia all’Ucraina il 24 febbraio 2022 e dall’attacco terroristico di Hamas ad Israele il 7 ottobre 2023.

C’è una unità di intenti e di programmi a livello internazionale che raccoglie gli estremismi illiberali americano ed europeo – presenti sul nostro continente in Italia, Austria, Slovenia, Polonia, Spagna, Grecia, Ungheria, Croazia, Finlandia, Belgio e Paesi Bassi – ma anche latino-americano consolidata nelle Conferenze mondiali del conservatorismo (a cui non si disdegna di partecipare anche il PPE).

In queste Conferenze si richiamano talvolta le tesi del World Congress of Families sostenuto dalla rete dei sovranisti cristiani che fu promosso nel 2019 dalla Fondazione Edmund Burke il cui ispiratore fu un feroce contestatore non solo della Rivoluzione francese ma anche dei diritti fondamentali da lui considerati come “foglie secche”.

Nella “grande restaurazione” conservatrice e nazionalista prevale l’idea della difesa dei valori dell’Occidente sul o meglio contro il resto del mondo sintetizzata agli inizi degli anni ottanta da Ronald Reagan nel programma “Make America Great Again”, poi rilanciato da Donald Trump nel 2016, con il parallelo slogan “Make Europe Great Again” suggerito all’Unione europea da JD Vance e copiato da Viktor Orban all’inizio della sua presidenza del Consiglio dell’Unione europea che né il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, né la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen né il Parlamento europeo hanno pavidamente osato mettere in discussione.

Una visione alternativa del mondo

La storia, la geografia, le culture ed i nostri interessi geopolitici ci consiglierebbero invece un’altra lettura planetaria per garantire la pace e la giustizia nel rispetto degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile e della Enciclica di Franceso Laudato Sì.   

Secondo storici e geografi, l’Eurafrasia – e cioè la “macedonia” fra Europa, Asia ed Africa – rappresenta la massa continentale più grande del pianeta (circa il 55% del totale delle terre emerse) e coincide con quello che veniva comunemente chiamato il vecchio mondo, in contrapposizione al nuovo mondo, con una popolazione di oltre sei miliardi e mezzo di individui pari all’75 % della popolazione mondiale.

All’interno dell’Eurafrasia si è fatta normalmente una distinzione fra l’Eurasia e l’Africa separate, a livello del canale di Suez, con una sub-divisione fra Europa ed Asia all’altezza della catena dei Monti Urali ed una sub-divisione fra l’Africa del Nord e l’Africa nera a livello del deserto del Sahara.

In Africa, che etimologicamente vuol dire terra (dal berbero Taferka), è nata la razza umana volendo indicare con quest’espressione tutta l’umanità perché la suddivisione dell’umanità in razze diverse è frutto di ignoranza o di pregiudizi – appunto – razziali.

Dall’Africa la razza umana si è diffusa in tutta l’Eurafrasia con scambi etnici, religiosi, culturali e commerciali che hanno contraddistinto la storia delle relazioni fra i popoli e le regioni del vecchio mondo a cominciare dalle colonie fenicie, greche e romane.

In questo quadro si colloca l’influenza positiva del mondo arabo sull’Europa che è durata fino a quando la cristianità è passata dalla pax romana Christiana al Bellum Sacrum nell’undicesimo secolo in cui si giustificò l’annientamento degli “infedeli” non solo mussulmani ma anche ebrei e si aprì un lungo periodo di oscurantismo nel mondo arabo da cui quei popoli stentano ancora ad uscire malgrado le illusorie speranze suscitate dalle cosiddette primavere arabe tramutatesi quasi sempre in cupi inverni.

Le relazioni fra l’Europa (e non solo l’Europa) e l’Africa sono proseguite con oltre quattrocento anni di schiavismo (1500-1800) fino al colonialismo moderno, che ha toccato praticamente tutti gli Stati africani, e quindi alla decolonizzazione degli anni ’60 e ’70 e all’indipendenza di cinquantasette Stati iniziata (con l’eccezione della Liberia nel 1847 e dell’Africa del Sud nel 1910) con quella della Libia nel 1951 e conclusa con quella dell’Eritrea nel 1993.

La divisione del mondo in aree di influenza geopolitica con l’egemonia statunitense ad Occidente e l’imperialismo sovietico ad Oriente ha di fatto lasciato fuori l’Africa nera soprattutto dall’influenza americana con crescenti incursioni sovietiche e cinesi che hanno mutato gli equilibri strategici nel mondo.

Il ruolo dell’Europa

Gli Stati che si sono uniti via via nelle Comunità europee – responsabili per più di un secolo della spoliazione delle ricchezze naturali delle colonie e protagonisti del commercio delle armi con quasi tutti i regimi dei nuovi Stati indipendenti che è aumentato nel quinquennio 2020-2024 del 138% –  hanno indicato all’inizio del processo di integrazione comunitaria e già nella Dichiarazione Schuman del 1950 la cooperazione con l’Africa come un obiettivo prioritario della loro politica verso i Paesi in via di sviluppo e l’Accordo di Yaoundé del 1963 rappresentò una best practice che avrebbe potuto fungere come esempio (ma non lo è stato) per altre aree del mondo.

Dall’Accordo di Yaoundé in poi, la cooperazione delle Comunità prima e in seguito dell’Unione europea con l’Africa ha fatto alcuni modesti passi in avanti che hanno accompagnato processi di collaborazione e poi di unificazione all’interno del continente africano come è avvenuto con la trasformazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) fondata nel 1963 nell’Unione Africana (UA) creata nel 2002 che ha scritto nei suoi obiettivi la realizzazione degli “Stati Uniti d’Africa“.

L’Unione europea ha contribuito alle decisioni che sono state assunte nell’ambito delle Nazioni Unite con l’elaborazione degli Obiettivi del Millennio nel 2000 e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile nel 2015.

L’Africa avrebbe dovuto essere posta al centro dell’agenda internazionale e le prospettive di sviluppo del continente avrebbero dovuto essere considerate prioritarie sia dall’Unione europea che dai Vertici G7/G20 nelle loro varie riunioni.

Nonostante l’avvio di nuove politiche dell’Unione europea e le decisioni prese a livello internazionale, l’elenco delle sfide che non hanno avuto ancora risposte adeguate è lungo e drammatico: dalla tragedia della fame e dalla scarsità di acqua che potrebbe trovare una soluzione sapendo, come ci ha insegnato Amartya Sen, che il problema non è la scarsità del cibo ma la volontà e la capacità di distribuirlo equamente (si dice che le risorse alimentari basterebbero per dodici miliardi di abitanti), alle inadeguate politiche di educazione, alla scarsa qualità dell’ambiente (avete mai visto l’enorme quantità di foreste africane bruciate dalle società multinazionali con emissioni di CO2 che annullano e superano largamente i vantaggi delle politiche attuate per rispettare il Protocollo di Kyoto?), alla mancata promozione degli investimenti, all’assenza di un commercio equo e solidale, alle violazioni dei diritti fondamentali e al disprezzo del ruolo della donna. 

È evidente che, al di là degli aiuti finanziari, occorra ripensare profondamente la cooperazione fra l’Europa (e gli altri paesi più ricchi del mondo) ed il continente africano per assicurare l’avvio di un vero, duraturo ed equo sviluppo mettendo questo tema all’ordine del giorno del Vertice UE-Unione africana che avrà luogo nel prossimo autunno dopo il fallimento di quello che si tenne nel 2022. 

Si scrive di solito che l’Unione europea sarebbe il primo donatore di aiuti nel mondo e che nella lotta al cambiamento climatico gli aiuti siano stati globalmente nel 2024 di trenta miliardi di euro da fonti pubbliche e di otto miliardi di euro da fonti private.

Secondo le analisi e le denunce delle organizzazioni non governative, gli aiuti ai paesi in via di sviluppo è sempre più incentrato su interessi nazionali invece di sostenere i Paesi partner in modo trasparente e solidale con un calo quantitativo dei fondi destinati ai Paesi in via di sviluppo ma anche una crescente manipolazione delle cifre che collocano l’Unione europea ben lontana dal raggiungimento dell’obiettivo dello 0.7% del Reddito Nazionale Lordo fissato dalle Nazioni Unite nel 1975.

I governi e la società civile dovrebbero fare la loro parte e tradurre nei fatti gli impegni ripetutamente sottoscritti sapendo che, purtroppo, l’Italia appare fra gli ultimi nella lista dei Paesi donatori di aiuti ai Paesi in via di sviluppo e che questa situazione non è cambiata malgrado la propaganda del governo italiano sul cosiddetto Piano Mattei.

All’inizio di una nuova fase del processo di integrazione regionale che coinvolge una parte rilevante del continente europeo in un pianeta attraversato da crisi devastanti, dall’evaporazione del multilateralismo e dal rivale bipolarismo fra Stati Uniti e Cina con junior partners da una parte e dall’altra, l’Unione europea si dovrebbe chiedere quali siano le prospettive della sua collocazione internazionale e se ci sono le condizioni per passare dallo stato di junior partner collettivo degli Stati Uniti a una graduale prospettiva di equal partnership politica, economica, finanziaria, tecnologica e industriale nel quadro di una sovranità europea condivisa come appare dagli obiettivi più che dagli strumenti indicati dal “rapporto Draghi”.

Il ruolo dell’Unione europea nel mondo dovrebbe essere svolto nel rispetto della Carta europea dei diritti fondamentali e del diritto internazionale come contributo essenziale al costituzionalismo europeo che dovrà aprire la via ad un processo costituente al fine di dotare l’Unione europea di una vera Costituzione e che potrebbe essere preso come modello da altre organizzazioni di integrazione regionale in Asia, in America Latina e in Africa.

Da quanto abbiamo appreso, il tema del passaggio dallo stato di junior partner a quello di equal partner non è emerso nei colloqui bilaterali a Washington e nei successivi incontri a Roma né tantomeno questa volontà è apparsa nelle dichiarazioni della amministrazione americana dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025.

Gli sconvolgimenti e le devastazioni in corso nel sistema internazionale obbligherebbero l’Unione europea e con essa anche l’Italia a riscriverne la collocazione internazionale in tutte le dimensioni: democratica, politica, economica, sociale, securitaria, ambientale e culturale.

L’Unione europea e i suoi Stati membri dovrebbero essere in grado di aprire una nuova fase di relazioni con il Sud (globale) sapendo che la sfida per l’Unione europea è di prendere finalmente in considerazione le attese di questi Paesi che rappresentano il 20% del PIL mondiale in particolare in materia di riduzione della povertà che è diminuita in India e in Cina ma è aumentata nel resto di questi Paesi, di sviluppo sostenibile e di protezione dell’ambiente insieme alla lotta al cambiamento climatico.

L’Unione europea dovrebbe aggiornare le sue relazioni con tutti i Paesi che vengono genericamente collocati nel quadro del Sud Globale riorganizzando la sua politica economica estera e la politica commerciale sapendo che la crescita degli scambi produce effetti ambientali positivi nelle aree integrate nell’economia mondiale se esse sono dotate di politiche che internalizzano nei prezzi il corrispettivo per l’uso delle risorse ambientali.

Esse producono in caso contrario effetti negativi con un deterioramento delle condizioni ambientali attraverso un eccessivo uso delle risorse naturali, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’aumento della quantità dei rifiuti e il degrado del territorio.

Il Patto per il futuro

I documenti approvati dal “Summit del futuro 2024” avrebbero dovuto essere colti dall’Unione europea per ribadire il proprio impegno a sostegno della pace, della giustizia, della lotta al cambiamento climatico e alle diseguaglianze, del superamento della crisi del multilateralismo.

L’approvazione è avvenuta grazie alla compattezza del gruppo dei Paesi africani e nonostante il voto contrario di Russia, Bielorussia, Nicaragua, Corea del Nord, Argentina, Siria e Iran insieme all’astensione di Cina, Algeria, Bolivia e Thailandia sancendo così una evidente spaccatura fra i dieci membri del nuovo gruppo dei BRICS e l’isolamento dei Paesi ostili al Patto per il futuro all’interno del G20.

Con cinquantasei proposte non vincolanti di azioni suddivise in cinque grandi temi (pace e sicurezza;  sviluppo sostenibile, clima, finanza per lo sviluppo; cooperazione digitale; giovani e future generazioni; diritti fondamentali e equilibrio di genere), il Patto per il futuro e i due documenti allegati riprendono e rilanciano parte dei diciassette Obiettivi per lo sviluppo sostenibile adottati dalla Assemblea nel 2015 nel quadro della Agenda 2030 la cui scadenza si avvicina in un disordine mondiale e con drammatiche incompletezze e significativi ritardi.

Rispetto all’Agenda 2030, il Patto per il futuro, insieme ai due testi complementari, include questioni di cui si discuteva senza risultati da anni:

  • il tema della governance multilaterale con particolare riferimento al ruolo del Consiglio di Sicurezza, alla sua rappresentatività, alla sua efficacia e ai rapporti con l’Assemblea;
  • l’impegno, poco meno che volenteroso, sulla riduzione delle armi nucleari insieme al disuso di tecnologie belliche letali;
  • l’idea della riforma dell’architettura finanziaria internazionale a cominciare dal FMI e dalla Banca Mondiale insieme al ruolo del WTO;
  • il tema dei debiti pubblici nazionali e un livello minimo di tassazione globale;
  • l’uso delle nuove tecnologie digitali per tutti;
  • la partecipazione dei giovani al processo decisionale nel quadro delle Nazioni Unite.

Sembrerebbe l’inizio di un nuovo multilateralismo per sostituire il disordine di un crescente multipolarismo conflittuale con un processo dove il futuro – ancora indefinito nei tempi e senza l’indicazione di strumenti adeguati a renderlo concreto – dovrebbe preludere al passaggio da una governance fondata sulle sovranità assolute degli Stati (peraltro ribadita dai governi nelle parti più sensibili del Patto per il futuro) ad una governance fondata su una sovranità tendenzialmente condivisa.

Essa renderebbe vincolanti alcune decisioni inizialmente legate alla materia ambientale (il processo di decisione nelle Conferenze delle parti o COP), alla dimensione finanziaria nelle organizzazioni internazionali e alla sicurezza nelle cooperazioni regionali (Europa, Medio Oriente, Asia, Africa).

Sui grandi temi che riguardano il funzionamento delle Nazioni Unite, a partire dalla riforma del Consiglio di Sicurezza, il processo sarà lungo e irto di ostacoli se si tiene conto delle divisioni fra i paesi sostenitori del Patto per il futuro dell’ostilità russo-cinese con i loro alleati e del diritto di veto dei membri permanenti che paralizza ogni decisione.

Ci sono tuttavia alcuni preoccupanti silenzi su cui l’Unione europea non si è espressa e che riguardano:

  • il tema della democrazia – o meglio, del declino della democrazia nel mondo e della crescita degli autoritarismi – come condizione essenziale per la realizzazione dì una nuova governance mondiale. Si tratta fra l’altro della difesa della libertà di stampa di cui non si parla nemmeno nel Digital Compact, dell’indipendenza della magistratura e dei principi della democrazia rappresentativa nei processi elettorali, della lotta alla disinformazione e alle ingerenze esterne, delle violazioni dei diritti politici e delle forme di repressioni delle organizzazioni rappresentative della società civile. In questo quadro si colloca l’assenza di strumenti per la creazione di un vero spazio pubblico internazionale al fine di andare al di là del sistema di riconoscimento delle organizzazioni non governative da parte delle Nazioni Unite.
  • il tema della finanza etica come strumento per la realizzazione degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile che richiedono un forte partenariato pubblico/privato così come definito dal diciassettesimo SDG. Il tema della finanza riguarda la riforma delle organizzazioni internazionali che evoca implicitamente l’alternativa fra la soluzione di una global currency svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente e affidata al controllo del FMI opportunamente rinnovato e potenziato o la costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency) seguendo un percorso simile a quello che ha portato dallo SME all’Euro lasciando aperta la questione della riforma dei diritti speciali di prelievo istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro.
  • l’impegno a mantenere dritta la barra – o a considerare gli accordi di Parigi sul clima come la bussola – per la realizzazione di tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030 nei termini e nei tempi concordati quasi dieci anni fa e sui quali si levano oggi dubbi e ostilità come sta avvenendo nell’azione demolitrice in corso nell’Unione europea sui temi della deforestazione e dei trasporti puliti di chi vuole riformare decisioni già prese o anticipare la loro revisione.
  • le politiche migratorie – le cui cause ed i cui effetti sono strettamente legati ai temi della pace, della sicurezza, dello sviluppo sostenibile, dei giovani e delle future generazioni – sottoposte in misura crescente ad una vasta azione securitaria di chiusure nazionali che minano la solidarietà internazionale, i diritti fondamentali e i principi della libera circolazione in palese contraddizione con la crisi demografica e l’invecchiamento delle popolazioni nei paesi sviluppati ma anche con il calo sostanziale degli arrivi irregolari nel 2024 (meno 39% nella sola Unione europea). Il Patto per il futuro ignora un altro patto onusiano e cioè quello sulle politiche migratorie sicure, ordinate e regolari approvato da 162 Stati membri dalle Nazioni Unite a Marrakech il 10 dicembre 2018 come seguito della Dichiarazione di New York del 2016 sui migranti e sui rifugiati e poi formalmente adottato da 152 membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite a New York il 19 dicembre 2018.

Poiché il Patto per il futuro e i due documenti complementari – nonostante questi silenzi – hanno avuto il consenso dell’insieme dell’Unione europea, le istituzioni europee dovrebbero dare un immediato e concreto segnale considerandoli politicamente vincolanti per la futura politica estera europea e per i suoi rapporti con le Nazioni Unite e sapendo che il Trattato di Lisbona (art. 34.1 TUE) prevede esplicitamente che “gli Stati membri coordinano le loro azioni all’interno delle organizzazioni internazionali”.

L’illusione degli Stati europei – che ritenevano di poter attraversare, immuni, gli sconvolgimenti planetari rinchiudendosi nell’ottocentesca dimensione nazionalista – è stata spazzata via non solo dai flussi migratori africani e asiatici, ma anche dal progredire di Stati a dimensione continentale e di nuove alleanze a geometria variabile.

L’Unione europea e la Cina

In questo spirito, necessita maggiore attenzione l’azione della Cina – oltre alla volontà di espansione aggressiva della Russia e di altre crescenti autocrazie – da decenni in atto in Africa ma in progressione anche in altre aree del pianeta: è una situazione che esige l’individuazione di un ruolo dell’Unione europea anche nella direzione della riduzione e dell’uscita dai conflitti.

E’ stato forse sottovalutato a causa probabilmente della vaghezza dell’intervento e delle ambiguità della politica estera di Pechino quello che è apparso quasi come un “appello agli Europei” del ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese Wang Yi che ha ricordato l’impegno del suo governo per il rispetto del diritto internazionale, la fiducia nel multilateralismo, l’idiosincrasia per iniziative unilaterali, l’opposizione al protezionismo e il collegamento delle Nuove Vie della Seta con i progetti infrastrutturali dell’Unione europea.

Come sappiamo la Cina è stata a lungo considerata, con qualche rara vox clamantis in deserto, un “rivale sistemico” dell’Europa e più in particolare dall’Unione europea e quest’idea non è mai mutata negli anni nonostante i rilevanti rapporti economici, industriali e tecnologici che molti Paesi europei hanno con la Repubblica Popolare Cinese per non parlare delle nostre relazioni millenarie con quella cultura che ha influenzato la storia europea.

Pur mantenendo ferma la nostra difesa dei valori della libertà, della democrazia e della giustizia senza discriminazioni varrebbe la pena di riflettere – di fronte allo tsunami trumpiano – se le convergenze fra l’Unione europea e la Cina non siano maggiori delle divergenze nella visione del multilateralismo e nelle relazioni con il Sud Globale, nello sviluppo del commercio internazionale, nell’impegno per le transizioni gemelle digitale e ambientale e nell’idea di una revisione del sistema monetario internazionale come fu proposta e troppo presto ignorata nel marzo 2009 dall’allora governatore della Banca Centrale Cinese Zhou Xiaochuan e se non sia opportuno aprire un dibattito sulla Cina come partner strategico dell’Unione europea.

L’Unione europea e il Sud Globale

Le popolazioni dell’area mediterranea, africana e medio-orientale – e soprattutto i giovani che ne sono la parte maggioritaria – avevano manifestato alla fine del primo decennio del Ventunesimo secolo la volontà di affrancarsi dai regimi totalitari dei propri Paesi, affermando i diritti della persona umana.

Ma la comunità internazionale, l’Unione europea e gli Stati nazionali non sono riusciti ad assicurare loro adeguato sostegno e le primavere arabe sono rapidamente sfociate nell’inverno delle democrazie che erano ancora in statu nascendi.

I processi migratori in atto sono una clamorosa testimonianza dell’inadeguatezza delle politiche (non solo) europee per il progresso delle aree dove si fugge dalle guerre, da conflitti tribali, dalla fame, dalla espropriazione delle terre e dai disastri ambientali.

I rapporti con i Paesi mediterranei dell’Africa e quelli appartenenti all’area medio-orientale non sono mai stati sviluppati dall’Unione europea sulla base di strategie autenticamente sovrannazionali e di una politica mediterranea volte al perseguimento di un’integrazione euro-araba-africana capace di superare la concezione coloniale che ha a lungo caratterizzato questi rapporti.

Alle problematiche sopra accennate si sono aggiunte quelle dell’energia e del cambiamento climatico che continuano a essere affrontate dagli Stati nazionali, singolarmente e nelle sedi internazionali, con scarse possibilità di successo in assenza di soggetti di governo e di politiche che consentano di fronteggiare e gestire i processi interdipendenti che le caratterizzano.  

I risultati inadeguati dei vertici internazionali consacrati alla lotta al cambiamento climatico sono del resto una conseguenza di questa situazione anche se l’Unione europea era apparsa come l’area del mondo più avanzata nella difesa dell’ambiente prima che irrompessero nel dibattito europeo movimenti spinti dalla volontà populista di frenare il cammino virtuoso verso lo sviluppo sostenibile.

Per rispondere al protezionismo Usa, al nazionalismo aggressivo russo, alla trasformazione nella rete dei poteri globali e al neocolonialismo economico cinese, la riapertura del cantiere europeo appare dunque necessaria al fine di dotare l’Unione europea dei poteri e degli strumenti indispensabili per svolgere un ruolo autonomo di attore a livello planetario e per avviare un nuovo ciclo nel governo dell’interdipendenza segnato da uno sviluppo equilibrato e sostenibile, dalla distensione e dal rispetto della dignità umana.

Le politiche europee dovranno essere coerenti con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che rappresentano un programma per un modello di governo ordinato del pianeta per realizzare i diciassette obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Leave no one behind è un principio centrale della Agenda 2030 delle Nazioni Unite perché esso rappresenta l’impegno inequivocabile a mettere fine a ogni forma di discriminazione insieme al principio della promozione dei diritti fondamentali e a quello dell’equilibrio di genere e generazionale.

Le politiche dell’Unione europea nella decima legislatura europea devono essere coerenti non solo con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con la Carta dei diritti fondamentali ma devono aggiornare e completare gli impegni che le istituzioni europee avevano assunto nei settori che erano stati considerati prioritari all’inizio della nona legislatura ma che sono rimasti a metà del guado o che sono addirittura regrediti a causa di compromessi condivisi purtroppo da maggioranze a geometria variabile nel Parlamento europeo sospinte dalla volontà di seguire le pulsioni populiste di una parte delle opinioni pubbliche nella convinzione di trarne vantaggi elettorali.

Ciò ha riguardato in particolare la transizione ecologica anche nel rapporto con il rispetto della natura e con le politiche agricole, nelle politiche migratorie, nella dimensione sociale, nel bilancio europeo, nelle relazioni esterne e nel rispetto dei valori dell’Unione europea.

Occorre dunque la definizione di linee strategiche di cui non vediamo l’ombra nelle riunioni del Consiglio europeo e che potrebbero invece emergere in una dimensione parlamentare attraverso delle assise che coinvolgano il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali.

Le politiche migratorie

Una nuova politica migratoria, accantonando lo sciagurato Patto adottato dal Consiglio e dal Parlamento europeo nel dicembre 2023 che dovrà entrare in vigore a giugno 2026 ma che la Commissione europea ha proposto di anticipare per introdurre una sua discutibile versione dei “Paesi sicuri”, dovrebbe

– considerare le migrazioni un’opportunità e non una questione di ordine pubblico     e di sicurezza;

– inserire le misure nel quadro del Pilastro sociale europeo, dal momento che avviare le persone migranti al lavoro significa dare dignità e opportunità di integrazione nel contesto socioeconomico europeo;

– provvedere ad aiutare adeguatamente lo sviluppo economico dei Paesi da cui partono i migranti e intervenire per ridurre ed eliminare i conflitti e per garantire la sicurezza degli operatori delle organizzazioni non governative;

– individuare le capacità di assorbimento e integrazione dei migranti sul territorio europeo affinché l’Unione europe si faccia carico di affrontare concretamente le multiformi sfide di un corretto inserimento e dell’indispensabile inclusione e riconosca nelle città i meccanismi e i motori dell’integrazione perché è tramite le città d’accoglienza e della loro cultura democratica che i migranti diventano cittadini europei;

– contemplare strumenti di pacificazione nel Mediterraneo anche attraverso la creazione di peace corps europei con funzione di mediazione nei conflitti;

– sapere anche spiegare alle popolazioni europee le opportunità rappresentate dall’arrivo dei richiedenti asilo e dei migranti economici.

Una vera politica europea migratoria deve contenere misure per garantire la libertà di movimento per la ricerca del lavoro, per la parità di accesso al mercato del lavoro, pari opportunità, condizioni di lavoro eque, salute e sicurezza sul luogo di lavoro, assistenza sanitaria, condizioni e trattamento dei lavoratori stranieri che ritornano in patria prima della fine del periodo minimo per la pensione e assistenza all’infanzia.

É necessaria una politica euro-mediterranea che garantisca la pace, la sicurezza e la solidarietà nella regione rilanciando l’idea di un “anello degli amici” e avviando progetti concreti come quelli di un rafforzamento del ruolo delle Bei e della Bers non escludendo la possibilità di nuovi strumenti finanziari specializzati nell’area, di Università miste con parità fra il Nord e il Sud nel quadro di un’effettiva mobilità di studenti, ricercatori e docenti e di periodiche “assise” della società civile e delle comunità locali che permettano un libero confronto e lo sviluppo di una cittadinanza attiva. A questa questione si unisce l’idea di un Erasmus euro-mediterraneo.

In Africa e in particolar modo nelle relazioni con l’Unione africana, l’Unione europea può svolgere – diversamente dalla Cina e dalla Russia – un’azione positiva che accompagni (e condizioni) gli strumenti della cooperazione finanziaria con azioni per costruire o rafforzare la governance democratica, l’evoluzione verso lo Stato di diritto e il rispetto della dignità umana apparsi in questi anni come una leva fondamentale per la crescita economica.

La pace e la difesa comune

Il gran numero di conflitti che hanno insanguinato il mondo dal 1945 a oggi – e che nella maggior parte dei casi sono apparsi come guerre civili o sono rimasti chiusi all’interno di una ben delimita area regionale – possono espandersi e coinvolgere direttamente potenze con ambizioni extra-regionali o mondiali come è avvenuto nell’aggressione della Russia all’Ucraina e come è avvenuto con l’attacco terroristico di Hamas ad Israele ed alle successive stragi  israeliane nella Striscia di Gaza accompagnate da decennali guerre in tutto il Medio Oriente.

Di fronte a questa situazione si pone con urgente drammaticità la questione del ruolo planetario che può essere svolto dall’Unione europea nell’ambito della propria autonomia strategica per costruire e mantenere la pace già a Trattati costanti, mettendo a disposizione gli strumenti militari e civili di cui essa dispone o che potrebbero essere dispiegati in tempi rapidi rafforzando nello stesso tempo lo strumento europeo per la pace (European Peace Facility).

Tutte queste questioni dovranno far parte delle priorità strategiche che l’Unione europea dovrebbe mettere sul tavolo di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki-II), insieme al rilancio della cooperazione fra essa e i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena) e al partenariato con l’Unione africana (Ua) e far parte dell’agenda di una Comunità geopolitica europea nella prospettiva di un processo di integrazione europea differenziata, i cui contorni emergeranno durante una fase costituente da avviare in questa legislatura europea

Tutto ciò pone la questione della riforma delle organizzazioni globali internazionali come l’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale del Commercio sottoposte a durissimi attacchi dal conservatorismo nazionalista, dove l’Unione europea deve porre come priorità il rispetto dello Stato di diritto, valore imprescindibile al suo interno e nelle relazioni con i Paesi terzi.

Prospettare una sede internazionale che rinnovi le radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione sull’esempio della Conferenza di Helsinki del 1975 e rilanciare l’idea di una Conferenza per la Sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo sono responsabilità primaria dell’Unione europea e della sua “autonomia strategica” nel quadro di un’unica politica estera e della sicurezza di cui deve far parte a valle una difesa comune iscritta in unione politica sempre più stretta secondo un modello federale.

C’è molto, e forse eccessivo, entusiasmo nella ormai variegata rete degli europeisti  – che ha esondato dalla “maggioranza Ursula” imbarcando una parte dei conservatori e riformisti e financo di federalisti – sulla proposta di Ursula von der Leyen di “riarmare l’Europa” (Rearm Europe) ora ribattezzata Readiness 2030.

O meglio: di riarmare gli eserciti nazionali nell’Unione europea per rafforzare il sostegno all’Ucraina e, soprattutto, prepararsi a contrastare le eventuali mire imperialiste di Mosca che, conquistate le regioni russofone ma non russofile dell’Ucraina con l’accordo di Donald Trump, potrebbe teoricamente indirizzare le sue truppe verso i Paesi Baltici e fors’anche verso altri Paesi che facevano parte fino al 1990 dell’impero sovietico.

Riarmarsi presuppone la convinzione che, in tutti questi anni dalla caduta del Patto di Varsavia in poi, i Paesi dell’Unione europea che fanno parte della NATO si siano disarmati e che quindi sia venuto il momento di prepararsi a reagire alle per ora ipotetiche minacce espansioniste di Mosca aumentando le nostre spese in risorse umane, mezzi e investimenti industriali.

Secondo i calcoli dell’IISS di Londra parzialmente corretti dall’0CPI di Milano nel 2024 i Paesi membri dell’Unione europea e i Paesi europei nella NATO avrebbero invece investito nella loro difesa cifre superiori a quelle della Russia che ha pur dovuto compensare le perdite in armi e vite umane derivanti dall’aggressione all’Ucraina ed anche della Cina.

Queste cifre, che hanno rappresentato “solo” l’1.95% del PIL europeo, partono dal fatto che le risorse umane europee si sarebbero ridotte a meno della metà di venti anni fa così come nell’artiglieria, nei sistemi d’arma, negli aerei da combattimento, nei carri armati e nei cacciatorpediniere secondo il rapporto di Bruegel che giustifica così l’ipotesi del riarmo e ha proposto di creare un Meccanismo Europeo di Difesa (MED) sul modello del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

I Paesi extra-europei ed in particolare africani sanno bene che debbono contare sull’export europeo, che è aumentato in Francia del 59%, in Germania del 41% e in Italia del 43%, con una politica che tende a perpetuare vecchi rapporti colonialisti e che approfitta del fatto che nell’Unione europea non è mai stato introdotto un sistema di controllo della vendita degli armamenti gelosamente gestita a livello nazionale con intrecci non trasparenti fra Ministeri della difesa e industrie private delle armi.

Il piano per il riarmo europeo, annunciato da Ursula von der Leyen, si dovrà tradurre in atti normativi di non facile concezione per superare gli ostacoli che potremmo chiamare “costituzionali”, se esistesse una costituzione dell’Unione europea, per passare da un’economia di mercato (market economy) ad una economia di guerra (war economy) e sostituire al benessere europeo (European welfare) un modello conflittuale (European warfare).

Di quel piano lo strumento più agevole sarà probabilmente quello dei prestiti per un ammontare complessivo di 150 miliardi di euro in quattro anni, secondo il modello SURE introdotto per far fronte all’aumento della disoccupazione causato dal COVID, passando così dal welfare al warfare non sapendo in partenza quali Paesi ne beneficeranno in base alla loro sostenibilità finanziaria e non considerando che i prestiti dovranno essere rimborsati dagli Stati beneficiari.

La somma più consistente di 650 miliardi di euro dovrebbe provenire invece da investimenti pubblici nazionali che saranno consentiti usando la clausola di emergenza nel Patto di Stabilità e che privilegerà dunque anche in questo caso i Paesi con maggiore sostenibilità finanziaria lasciando ai singoli Governi la decisione se dirottare sulla difesa risorse inutilizzate dei fondi strutturali (regionali, sociali, agricoli) o usando una parte dei fondi di coesione per chi li vorrà utilizzare per aumentare le spese militari.

La Commissione europea ha inizialmente evitato di porre questioni fortemente divisive fra i governi come l’idea di un bilancio e un debito comune, degli eurobond o di un rafforzamento degli strumenti esistenti dedicati soprattutto all’industria della difesa come il programma EDIP per cui sono attualmente previsti solo un miliardo e mezzo di euro e il cui regolamento è in codecisione fra Consiglio dell’Unione e Parlamento europeo.

Come sappiamo il tema del bilancio e del debito comune riguarda parzialmente il finanziamento della difesa ma si estende alla questione ben più ampia dei beni pubblici e delle risorse proprie per garantirli nell’ambito del quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2032 il cui negoziato partirà a luglio 2025 per concludersi, se ci sarà un accordo fra Parlamento europeo e Consiglio entro il 31 dicembre 2027.

Né Ursula von der Leyen né l’Alta Rappresentante Kaja Kallas hanno posto i problemi della interoperabilità fra gli eserciti nazionali, della catena di comando, della priorità agli investimenti europei in Europa (buy European) che pure erano stati sollevati nel rapporto Draghi e che avrebbero potuto essere messi da Kaja Kallas nell’agenda di una riunione dei Ministri della difesa eventualmente insieme ai Ministri degli esteri in formazioni del Consiglio da lei presiedute.

Nessuno ha proposto di aggiungere al tema strettamente militare della difesa europea questioni che fanno parte dei valori dell’Unione europea come la difesa civile e l’educazione alla pace, i corpi volontari europei e il ruolo dell’Unione europea nella costruzione, nel mantenimento e nell’imposizione della pace nel quadro dello Statuto delle Nazioni Unite perché appare come prioritario l’obiettivo della deterrenza che non esclude quella nucleare.

Siamo lontani non solo dalla creazione di una difesa comune ma ancor di più da una vera politica estera al servizio della pace per gettare le basi di una Unione economicamente competitiva ed autonoma nella sua dimensione politica e strategica.

Conclusioni

Su tutto ciò potremmo riflettere il 29 maggio 2025 a Perugia, città della pace, in una Conferenza pubblica e il 30 maggio nella nostra Assemblea nazionale.

Roma, 22 aprile 2025coccodrillo