E pur (e verso dove) si muove?
Il Movimento europeo in Italia riunirà nel 2026 una volta al mese il suo Consiglio di presidenza e una volta ogni tre mesi la sua Assemblea per monitorare lo stato di attuazione dei programmi europei concordati dalla Commissione insieme al Parlamento europeo e al Consiglio (LINK), sottolineare i passi in avanti quando essi si saranno realizzati, denunciare i ritardi o i silenzi, contestare i passi indietro e stimolare le forze politiche ma anche le organizzazioni rappresentative della società civile affinché l’agenda strategica europea adottata all’inizio di questa legislatura 2024-2029 sia completata nelle politiche che appaiono indispensabili per dare risposte europee dove le sfide internazionali e l’inadeguatezza delle azioni nazionali lo richiedono tenendo aperta la via della trasformazione in tempi certi dell’Unione europea in un sistema federale sulla base di un processo democratico costituente.
“E pur si muove?” avevamo scritto il 2 febbraio (LINK) e alcuni si sono ispirati alla nostra analisi e al nostro titolo lasciando tuttavia cadere con eccessivo ottimismo il punto interrogativo che in effetti non c’era nell’affermazione di Galileo Galilei relativa al movimento del nostro pianeta intorno al sole quando egli fu scomunicato dal Sant’Uffizio.
In questi giorni l’Unione europea, le sue istituzioni e i suoi membri si sono mossi ma impercettibilmente perché – al di là delle dichiarazioni di principio come i discorsi di Friedrich Merz e Emmanuel Macron a Monaco – la frammentazione è regnata sovrana come è apparso nell’ordine sparso degli Europei intorno al Board of Peace di Donald Trump, nato non per portare la pace a Gaza ma per interessi finanziari, per demolire ulteriormente le Nazioni Unite sulla base di una erronea interpretazione della Risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di Sicurezza (LINK) e per applicare il principio grottesco secondo cui è il Board of Peace che deve controllare l’ONU e non il contrario.
Fra i ventisette Stati membri dell’Unione europea invitati da Donald Trump a far parte del suo personale Board of Peace
- tredici (Belgio, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Irlanda, Svezia, Malta, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Francia, Danimarca) hanno rifiutato ufficialmente la “offerta” statunitense,
- due (Bulgaria e Ungheria) hanno per ora accettato di sedersi intorno alla mensa del padrone di casa nella prospettiva di usare i soldi dell’Unione europea per pagare parte del costoso menù se le prossime elezioni nazionali lasceranno al potere il bulgaro Rosen Dimitrov Zeliazkov (dimissionario dall’11 dicembre 2025) e l’ungherese Viktor Orban per ora penalizzato nei sondaggi in vista del voto legislativo del 12 aprile,
- e dodici con molte reticenze e alcune decisioni prese alla vigilia dell’incontro di Washington (Cipro, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Germania, Polonia, Italia, Romania, Slovacchia, Austria, Finlandia e Paesi Bassi) hanno partecipato a titolo di “osservatori” senza tuttavia apparire nella “foto di famiglia” e fra essi solo l’Italia ha ritenuto di garantire con il voto favorevole della Camera dei deputati una presenza governativa (Antonio Tajani) nonostante le riserve del Colle e le perplessità della Santa Sede.
Ad essi si è aggiunta a sorpresa la commissaria europea al Mediterraneo Dubravka Suica inviata dalla Presidente Ursula von der Leyen senza consultare né il Presidente del Consiglio europeo né gli Stati membri i cui ministri della difesa si erano riuniti a Bruxelles l’11 febbraio né il Parlamento europeo riunito in sessione plenaria a Strasburgo dal 9 al 12 febbraio e – si dice dentro il Palazzo del Berlaymont, con molte perplessità della Alta Rappresentante Kaja Kallas.
Su questo tema vi invitiamo a leggere il comunicato stampa che abbiamo diffuso mentre si apriva a Washington la prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump.
Dopo venti giorni dal nostro editoriale del 2 febbraio non abbiamo ragione alcuna per lasciar cadere quel punto interrogativo ed anzi le conclusioni sintetizzate da Antonio Costa (LINK) a cui sono giunti i leader europei nel loro ritiro dentro il Castello di Alden Biesen insieme a Mario Draghi e Enrico Letta confermano il nostro giudizio sull’inazione dell’Unione europea e, in qualche caso importante, la preoccupazione che ci sia il rischio che il movimento possa avvenire nella direzione sbagliata.
Consentiteci di attirare la vostra attenzione su due esempi che riguardano lo stesso tema e cioè l’attuazione del Pilastro dei diritti sociali che furono elencati a Göteborg più di otto anni fa e che sono stati ribaditi a Porto nel maggio 2023.
Innanzitutto, la Commissione europea aveva promesso di “implementare” questi diritti già nel luglio 2024 con un “piano di azione” su cui si poggiava la “lettera di missione” della Presidente Ursula von der Leyen alla sua vicepresidente Roxana Minzatu (LINK), questo piano avrebbe dovuto vedere la luce entro il 2025, poi fra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 anche sulla base degli esiti della consultazione avviata a giugno 2025 e conclusa il 10 settembre 2025 (LINK) ma di quel piano ancora non c’è traccia.
In secondo luogo, di diritti sociali e più in generale di dimensione sociale non c’è traccia alcuna fra le priorità – elencate diligentemente alla conclusione del ritiro dei leader europei dal Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa in vista delle prossime riunioni al vertice – in cui ci sono
- le semplificazioni previste in dieci “omnibuses” sapendo che se la tempesta si vede dal mattino essa appare dalla revisione delle direttive in materia ambientale,
- la riduzione dei poteri di delega alla Commissione europea,
- la clausola del tramonto (sunset clause) che prevede la decadenza automatica dei regolamenti europei,
- i rischi legati al 28mo regime denunciati dai sindacati europei,
- l’obiettivo dello Industrial Acceleration Act,
- il mercato dell’energia avulso dalla sostenibilità ambientale,
- la revisione del sistema ETS,
- e le prospettive dello sviluppo delle imprese digitali in assenza di indicazioni sul rispetto dei diritti fondamentali e del ruolo del mercato del lavoro.
Ci chiediamo quali sono gli orientamenti dei gruppi politici nel Parlamento europeo di fronte alle prospettive aperte in materia di semplificazione, di competitività, del mercato, dell’energia e della dimensione digitale nel Consiglio europeo dopo il ritiro dei leader europei del 12 febbraio, ai ritardi della Commissione europea nella presentazione delle proposte in materia sociale e all’assenza di impegni sulla sostenibilità ambientale.
Ci chiediamo anche se i gruppi politici hanno riflettuto attentamente sull’idea emersa nelle dichiarazioni di Antonio Costa, di Ursula von der Leyen e di alcuni leader europei di usare lo strumento delle cooperazioni rafforzate che non possono tuttavia pregiudicare il mercato unico, la coesione economica, sociale e territoriale e non si possono applicare alla dimensione della difesa comune.
In materia di cooperazioni rafforzate (e naturalmente anche nelle cooperazioni strutturate permanenti) il Trattato di Lisbona stabilisce che il Parlamento europeo è comunque escluso da ogni potere di decisione legislativa, è informato (articoli 82, 83, 86, 87, 328 TFUE) o consultato (art. 323 e 333 TFUE), salvo l’approvazione dell’avvio di una cooperazione rafforzata che non è richiesta tuttavia nel caso della PESC (art. 329.2 TFUE).
Ci chiediamo infine se è stata fatta un’analisi concreta dei casi in cui la paralisi legislativa potrebbe essere superata con una cooperazione rafforzata dove essa si applica a decisioni che richiedono la maggioranza qualificata nel Consiglio ma con l’eccezione della PESC che esige l’unanimità degli Stati membri (articoli 329, 330, 332 e 333 TFUE).
E pur (e verso dove) si muove?
Roma, 23 febbraio 2026![]()
[VERSIONE INGLESE] – [VERSIONE FRANCESE]
