Newsletter 24 Marzo/2026

 

 L’EDITORIALE

Il mosaico improbabile dei leader europei

I capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri dell’Unione europea, insieme al Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, si sono lasciati all’uscita del Palazzo Justus Lipsius la sera del 19 marzo (LINK) dandosi appuntamento per il 23 e 24 aprile nella parte Nord di Nicosia per il quarto summit del 2026 dopo quelli del 22 gennaio, del 12 e 13 febbraio e appunto quello del 19 marzo.

Da un vertice all’altro non si sa se intorno al lungo tavolo ovale i leader saranno gli stessi perché molte sono le elezioni nazionali con esiti incerti e fra un vertice e l’altro qualcuno resterà a casa come è avvenuto nei Paesi Bassi fra febbraio e marzo e come potrebbe avvenire se Viktor Orban fosse sconfitto il 12 aprile e se in dieci giorni andrà al governo il suo ex collega di partito Peter Magyar e altri potrebbero restare a casa da qui alla fine del 2026 dopo le elezioni in Bulgaria, Cipro, Danimarca, Lettonia, Slovenia e Svezia.

Un sonno profondo ha colpito di nuovo i capi di Stato e di governo quando hanno dovuto affrontare i temi internazionali e le guerre che sconvolgono il mondo dal Medio Oriente all’Ucraina per non parlare dei conflitti dimenticati nell’Africa sub-sahariana dove gli scontri sfruttano le armi vendute ai belligeranti anche da paesi europei che non hanno mai voluto adottare regole comuni per il controllo e la progressiva riduzione della vendita di ogni tipo di ordigno letale come dimostrano i dati annuali di autorevoli istituti di ricerca.

Le divisioni fra i capi di Stato e di governo hanno nuovamente bloccato l’accordo sul prestito di oltre novanta miliardi all’Ucraina ancora una volta sollecitato dal presidente Zelensky che è diventato da quattro anni un ospite fisso alle riunioni del Consiglio europeo e che è uscito dalla riunione a mani vuote anche sulle prospettive di adesione del suo paese all’Unione europea confermando tuttavia che le forze armate ucraine stanno diventando sempre più potenti perché sono in grado di fornire alte tecnologie di difesa nella bolgia infernale del Medio Oriente.

Nulla è stato detto o proposto per una iniziativa europea di pace a quattro anni dall’aggressione russa all’Ucraina così come nessuna proposta concreta – al di là delle parole di circostanza contenute nei verbi “invita”, “deplora”, “condanna”, denuncia” senza che ad esse seguano delle sanzioni con funzione deterrente – è stata immaginata o discussa per la tragica situazione a Gaza, in Cisgiordania e in Libano dove nessuno parla più della grottesca sceneggiata di Donald Trump del Board of Peace di fronte a cui l’Unione europea con le sue divisioni ha raggiunto il colmo della vergogna.

Dopo il temerario attacco all’Iran del 28 febbraio che Netanyahu ha preteso da Trump in spregio del diritto internazionale e della inaccettabilità – senza se e senza ma – delle reazioni belliche degli Ayatollah e dei Pasdaran che difendono un regime indifendibile, dal Consiglio europeo non è emersa nessuna riflessione sull’inarrestabile escalation e sulle conseguenze economiche collaterali che potrebbero colpire settori sensibili come l’ambiente e l’agricoltura e provocare un aumento drammatico della fame del mondo.

Abbiamo appreso che l’Egitto, l’Oman e il Regno Unito starebbero lavorando per tentare di riaprire il dialogo che era iniziato fra Stati Uniti e Iran prima dell’attacco del 28 febbraio, che esisterebbero proposte iraniane e contro proposte statunitensi e che il prolungamento del conflitto gioverebbe a Netanyahu in vista delle elezioni legislative in ottobre ma non gioverebbe a Trump in vista delle elezioni di mid-term mostrando così che la pace non è una priorità e che prevalgono invece gli interessi degli imperialismi sovranisti nel mondo.  

Nessun segnale è venuto invece dal Justus Lipsius, dove si riunisce a Bruxelles il Consiglio europeo, per una analoga iniziativa dell’Unione europea al di fuori di timide iniziative di Kaja Kallas e della condivisibile dichiarazione della presidente del PE Roberta Metsola secondo cui “la nostra soluzione non era militare”.

Fin qui è giunto il sonno dei leader europei che, nelle loro riunioni ormai mensili, non sono capaci di agire affinché l’Unione europea possa svolgere un ruolo di attore per la pace nel mondo.

Il Consiglio europeo si è invece occupato a lungo della competitività e del mercato o meglio e per essere più precisi del mercato e non della competitività perché il rapporto presentato da Mario Draghi nell’autunno 2024 e aggiornato un anno dopo sembra essere scomparso dai tavoli del Consiglio europeo che avrebbe deciso di privilegiare i temi del mercato compresi nel contemporaneo rapporto di Enrico Letta.

Se dovessimo seguire il piano adottato al vertice del 19 marzo per il 2026, con una logica che appare più vicina a quella di un consiglio di amministrazione che ad un organo di governo politico, scopriremmo che il mosaico di provvedimenti richiesti alla Commissione europea o su cui se ne chiede una decisione da parte dei colegislatori europei sulla base di proposte che sono in parte già sul tavolo di Parlamento e Consiglio sono ben diciotto.

Si tratta di un calendario serrato che richiederebbe una riorganizzazione dell’agenda dei servizi della Commissione europea e una programmazione del lavoro legislativo (Coreper e gruppi di lavoro del Consiglio, commissioni parlamentari e sessioni plenarie) modificando in parte il calendario adottato di comune accordo fra Parlamento, Consiglio e Commissione a dicembre (LINK) senza tener conto di difficili negoziati in corso fra il Consiglio e il Parlamento a cominciare dal quadro finanziario pluriennale e dai regolamenti dei fondi.

In testa alla lista delle priorità ed ispirandosi al rapporto che il Consiglio europeo commissionò ad Enrico Letta c’è l’agenda “un’Europa, un mercato” che, secondo i capi di Stato e di governo, dovrebbe essere “attuata” entro la fine del 2026 (o, aggiungono per prudenza le conclusioni del 19 marzo, “entro la fine del 2027” con un salto temporale non di poco conto).

C’è a seguire l’eliminazione degli ostacoli alle quattro libertà di circolazione dei prodotti, dei servizi, dei capitali e delle persone – di cui si discute dall’Atto unico del 1987 – sulla base della strategia presentata dalla Commissione nel marzo 2025 e su cui il Consiglio europeo auspica con ottimismo “progressi concreti e tangibili” entro marzo 2027.

Il Consiglio europeo chiede inoltre sei misure prioritarie sul 28mo regime entro la fine del 2026, su un sistema di dichiarazione elettronica entro giugno 2026, sul consolidamento della libera circolazione dei lavoratori entro l’autunno 2026, sulla attuazione del principio una tantum per le imprese entro la fine del 2026, sulla protezione dei consumatori entro il 2026 e sulla libera circolazione delle merci entro la fine del 2026.

Il Consiglio europeo ribadisce il suo invito con urgenza al Consiglio e al Parlamento a giungere ad un accordo entro la fine del 2026 su tutti i pacchetti omnibus ed anzi invita la Commissione a presentare nuovi pacchetti privilegiando i regolamenti rispetto alle direttive e limitando il ricorso agli atti delegati.

Ai temi legati al mercato il Consiglio europeo ha aggiunto quelli relativi all’energia come conseguenza del conflitto in Medio Oriente, la revisione del sistema di scambio di quote di emissione (ETS) al più tardi entro luglio 2026 (su cui pubblichiamo un commento di Monica Frassoni LINK), un accordo sulle reti per infrastrutture nel 2026 e la promozione del rinnovamento industriale con una mappa delle dipendenze nei settori strategici al più tardi entro la fine del 2026, la preferenza europea da adottare entro la fine del 2026, un pacchetto sulla sovranità tecnologica, un accordo entro la fine del 2026 sulla cartolarizzazione e sull’euro digitale e la presentazione di proposte entro l’estate 2026 sulla competitività nel settore bancario per compiere – finalmente ! – progressi verso il completamento dell’Unione bancaria.

Pubblicheremo sul nostro sito un cronoprogramma del piano adottato dal Consiglio europeo per monitorarne l’attuazione prestando particolare attenzione a due questioni per noi essenziali e che sono assenti negli orientamenti del Consiglio europeo e che riguardano la sostenibilità ambientale e sociale della legislazione europea e l’esigenza di sostanziosi investimenti pubblici e privati europei che erano al centro del rapporto Draghi oggi dimenticato dai capi di Stato e di governo.

Barcellona, 22 marzo 2026coccodrillo

 

 

[VERSIONE INGLESE] – [VERSIONE FRANCESE] 

 


EUROPA DEI DIRITTI

 

 


LA SETTIMANA DEL MOVIMENTO EUROPEO

23 marzo

  • Roma, Consiglio di Presidenza e Assemblea del Movimento europeo Italia

24 marzo

  • POLITICO Competitive Europe Summit
  • Roma, “Dialoghi sull’Europa” (Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza Università di Roma)

25 marzo

  • Roma, cerimonia di scoprimento della targa toponomastica “Viale Mario Zagari” (Roma Capitale)
  • Online session – Connect, the macro-regional CSO Network (European House Budapest)
  • Assemblea Consulta Europa (Roma Capitale – Assemblea Capitolina)

28 marzo

  • Roma, “Tutta l’Europa che Manca – Convention per gli Stati Uniti d’Europa” (+Europa)

 

 


IN EVIDENZA

VI SEGNALIAMO

  • 24 marzo, Roma. Il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza Università di Roma propone una nuova edizione di” Dialoghi sull’Europa”, il ciclo di seminari nato nel 2017 per offrire uno spazio di confronto aperto e interdisciplinare sui grandi temi dell’integrazione europea. Attraverso una serie di incontri che si svolgeranno tra il 24 e il 29 marzo, studiosi, docenti e ospiti istituzionali esploreranno le trasformazioni politiche, economiche e sociali che stanno ridefinendo il progetto europeo, con un’attenzione particolare alle sfide globali e alle opportunità di rinnovamento. L’iniziativa si conferma un appuntamento di riferimento per chi desidera comprendere più a fondo il ruolo dell’Unione nel mondo contemporaneo, grazie a un dialogo che unisce rigore accademico, pluralità di prospettive e apertura al dibattito pubblico. ULTERIORI INFORMAZIONI E PROGRAMMA COMPLETO.
  • 25 marzo, ore 15:00-16:00. Il network macro‑regionale della società civile Connect organizza una sessione informativa online. L’incontro offrirà un aggiornamento sui recenti sviluppi dell’UE che riguardano lo spazio civico e la cooperazione macro‑regionale, con particolare attenzione alla nuova Strategia dell’UE per la società civile, parte dello European Democracy Shield, e alle prospettive di una possibile strategia macro‑regionale per l’Atlantico, proposta dal Consiglio europeo nelle conclusioni del 18 dicembre 2025.
  • 28 marzo, ore 9:00-13:30, Roma. Si terrà a Roma l’evento “Tutta l’Europa che manca – Convention per gli Stati Uniti d’Europa”, una giornata di confronto sul futuro dell’Unione europea e sulla necessità di un nuovo federalismo europeo capace di affrontare le sfide globali: sicurezza, energia, industria, democrazia, diritti e autonomia strategica. L’iniziativa, promossa da +Europa, riunirà rappresentanti delle istituzioni, studiosi, attivisti e membri della società civile per discutere di democrazia europea, partecipazione civica, stato di diritto e capacità dell’UE di agire come attore politico globale. La convention si propone di rilanciare un dibattito concreto su ciò che “manca” all’Europa per essere davvero sovrana, democratica e in grado di proteggere i propri valori in un contesto internazionale sempre più complesso. Partecipazione gratuita con registrazione obbligatoria tramite il sito di +Europa. PROGRAMMA e REGISTRAZIONE.

 

ARTICOLI E TESTI DELLA SETTIMANA

 

 


ULTIME DA BRUXELLES

«DEUS VULT»

FRA TUTTE LE COSE CHE VOGLIAMO FAR FARE A DIO

C’É UN POSTICINO PER LA FEDERAZIONE EUROPEA?

 

 

Quando andrete all’assalto dei nemici,
sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio:
«Dio lo vuole! Dio lo vuole!»

 

Urbano II, 27 novembre 1095

 

«Non nominare il nome di Dio invano», intima il secondo dei dieci comandamenti iscritti sulle tavole della legge custodite nell’Arca dell’Alleanza. Al riguardo nel Catechismo del Concilio di Trento si precisa: «Spiegando questo comandamento non si dimentichi che la legge implicitamente mette, insieme alla proibizione, l’imposizione di ciò che gli uomini devono fare. Proibizione e imposizione devono essere spiegate separatamente … [Il comandamento] comanda che il nome di Dio sia onorato e con esso non si facciano che giuramenti santi; proibisce poi di offenderlo, di invocarlo stoltamente, di giurare con esso niente di falso, di vano e di temerario»[1].

Eppure …

Nella canzone Prete Liprando e il giudizio di Dio, del 1981, Enzo Jannacci ci raccontava vicende di questo religioso, autodefinitosi «ex-combattente», che ammetteva di aver «fatto la prima crociata, e anche la terza» ma dovendo subito specificare: «la seconda no, perché ero malato». Ora, il grido di battaglia dei crociati durante proprio la prima crociata nel 1096 era Deus vult, espressione latina medievale poi fatta propria dai cavalieri del Santo Sepolcro per rappresentare la sottomissione alla volontà divina.

L’altro giorno il Presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, si lancia a sperare che Possa Dio schiacciare e distruggere Israele[2].

Il Segretario alla guerra degli Stati Uniti d’America, Peter Hegseth, si appende al Salmo 144 per sostenere i bombardamenti sull’Iran: Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia[3].

Benjamin Netanyahu prega invece al Muro del pianto assieme a un rabbino e chiede prudentemente, senza nominare Dio: Possa Egli [il Signore Dio] benedire, custodire, proteggere e aiutare ed esaltare ed elevare in alto il Presidente degli Stati Uniti, il Signor [non Dio][4] Donald John, figlio di Mary Anne, perché si è assunto il compito di scacciare il male e le tenebre nel mondo[5].

Non la faccio lunga perché l’elencazione diventerebbe (quasi) eterna. Ricordo almeno il «filo rosso [che] lega la violenza dell’aggressione russa contro l’Ucraina con quella che … [ha colpito] la protesta delle donne e del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah. In entrambi i casi viene evocata l’immagine di Dio per giustificare gli abomini più efferati. Il patriarca della Chiesa ortodossa Kyrill e il regime teocratico di Teheran benedicono le armi che seminano la morte nel nome di Dio. Fa sempre impressione vedere Putin che in Chiesa con una mano impugna la candela invocando il suo Signore, mentre con l’altra ordina il massacro del popolo ucraino mandando al fronte migliaia di giovani russi»[6].

E l’Unione europea?

Il Consiglio europeo di giovedì 19 marzo si chiude con un «esito imbarazzante»[7], in particolare venendo bloccato il prestito di 90 miliardi all’Ucraina avviato lo scorso dicembre e fondato su una procedura di cooperazione rafforzata a 24 Stati membri sulla base di una modifica del quadro finanziario pluriennale, modifica ora impedita da Ungheria e Slovacchia. Si celebra in tal modo «l’introversione della UE» mentre il mondo esterno obbliga (obbligherebbe) l’Unione «a guardare fuori di sé»[8].

Intanto Si allunga la gittata dei missili di Teheran[9].

Non so se bastano poteri divini, susseguenti all’invocazione di Dio, per trasformar l’Unione europea in Federazione, della cui utilità, anzi necessità indifferibile, non sto qui a ridire visto il luogo di pubblicazione di questa Newsletter. Non sprechiamo quindi, conformemente al comandamento, il nome di Dio ben conoscendo «l’essenza di ogni idolatria: non è Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a creare il proprio Dio ridotto a idolo»[10]. Una Costituzione federale proviamo invece a invocarla, non per l’Unione europea com’è oggi ma per farla “con chi ci sta”, subito (o quasi), anche non con tutti gli Stati ora membri dell’Ue, anche aggiungendo Stati che siano al momento fuori dalla UE[11]. Per esempio, dato che uno dei miei pochi lettori potrebbe obiettarmi: «Falla tu, saputello, e non solo pensala, una modalità pratica di attuazione rapida di una Costituzione federale europea!», mi spingo a indicare qualcosa di pratico e di attuazione immediata. Anzi, non lo dico io ma lo dice Sergio Fabbrini quando considera che, «come gli inglesi sostengono da tempo, le politiche estere e di sicurezza debbono essere dissociate da quelle [comunitarie] di mercato, perseguendole [le prime] attraverso coalizioni mutevoli e ad hoc tra alcuni Stati membri e non Stati membri dell’UE»[12]. Per magari rapidamente – questo lo aggiungo io – federarsi stabilmente quelli “che vogliono starci”.

E nella Costituzione europea, nella Federazione continentale, dov’è, dove sta, Dio?

«Il futuro Trattato costituzionale dell’Unione Europea deve contenere un richiamo a Dio e al Trascendente» diceva il documento della Commissione delle Conferenze episcopali dei vescovi degli Stati membri dell’Unione Europea il 22 maggio 2002[13], Commissione il cui Presidente è oggi, manco a dirlo, monsignor Crociata, che di nome, manco a dirlo, fa Mariano.

Ma nemmeno nella Costituzione italiana c’è richiamo a Dio, e il Trascendente è ridotto alla menzione della religione agli artt. 3, 8, 19, 20 e 117, co.2, lett. c., non dimenticando la Chiesa cattolica e i Patti Lateranensi citati all’art. 7.

Nei Trattati sull’Unione europea si parla di religione nel preambolo del Trattato UE, quando gli Stati membri affermano di ispirarsi «alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto». Nel Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE) si dice all’art. 10 che «l’Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale». All’art. 13 TFUE si esprime la volontà di rispettare «le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda … [fra l’altro] i riti religiosi». All’art. 17.1 si sottolinea che l’UE «rispetta e non pregiudica lo status di cui le chiese e le associazioni o comunità religiose godono negli Stati membri in virtù del diritto nazionale», continuando l’art. 17.3 con l’affermazione che l’UE «mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali chiese e organizzazioni». All’art. 19. 1 TFUE si afferma la necessità di combattere contro le discriminazioni, come quelle fondate sulla religione. Mentre nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE l’art. 10 si dedica alla «Libertà di pensiero, di coscienza e di religione», precisando pure che «il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio»; l’art. 14.3 si occupa del «Diritto all’istruzione», ammettendo fra le altre le convinzioni religiose; l’art. 21 regola la «Non discriminazione», fra l’altro nel campo della religione; l’art. 22 ammette la «Diversità culturale, religiosa e linguistica», rispettando ad esempio quella religiosa.

Si tratta di affermazioni non difformi da quelle presenti in documenti internazionali rilevanti nell’evoluzione del diritto internazionale e in specie del diritto internazionale dei diritti della persona umana negli ultimi decenni[14]. DiFoto 2 DNritto che sembra ora sull’orlo di un precipizio.

E l’Unione europea pure sta guardando l’evolversi degli accadimenti mondiali da spettatore sull’orlo del precipizio.

Perciò non dimentichiamo: «Non nominare il nome di Dio invano», ma nemmeno invochiamo a sproposito teorie su una costituzione federale europea. Occorre unità d’intenti e non semplice presenzialismo. Concretezza, pratica e non “accademica”. Quindi necessitano Semi invece di crepuscoli[15]? Forse non bastano nemmeno Semi di saggezza[16], perché «Il vento disperde i semi» che «a volte ricadono su terreni aridi»; «in altri casi germoglieranno» ma «lontanissimo da qui»[17].

Purché il germoglio non arrivi a tempo scaduto.

Dio non voglia. E qui non lo nomino invano.

Diffidiamo infine di indovini, solo erroneamente accostabili ai profeti, che come Peter Thiel fanno lezioni (a Roma) sull’Anticristo: «Dopo aver accumulato miliardi, i nuovi profeti cercano un ruolo storico, si sentono chiamati a una missione più grande, inventano una religione. Dio ce ne scampi»[18]. E anche qui mi par che “Egli” non sia nominato invano.

Ventotto volte è stato fin qui nominato Dio e due volte Deus. Così adesso fa un totale (28 + 2 … + le 2 ultime volte) di 32. Spero che … Egli me la mandi buona.

DINO G. RINOLDI

 

 

[1] V. V. Albanesi, Secondo, non nominare il nome di Dio invano, in settimananews.it del 28 febbraio 2020.

[2] V. lespresso.it del 21 marzo 2026, sotto il titolo “Possa Dio schiacciare e distruggere Israele”. La maledizione di Erdogan.

[3] V. A proposito del salmo 144, in chiesaluterana.it del 12 marzo 2026, dove si precisa che «Quando un politico usa la Bibbia per parlare ad un briefing militare e per annunciare l’intensificazione dei bombardamenti, non sta praticando la fede cristiana».

[4] V. anche qui la dose di richiami a Dio: La preghiera per Trump nello studio ovale: pastori riuniti attorno al presidente lo toccano per benedirlo, in ilfattoquotidiano.it, 6 marzo 2026.

[5] V. in YouTube, in riferimento al giugno 2025: Gerusalemme, la preghiera di Netanyahu per Trump al Muro del Pianto.

[6] V. M. Recalcati, Se Russia e Iran invocano Dio, in la Repubblica del 13 gennaio 2023, p.1 e 29.

[7] Così S. Fabbrini, Consiglio UE, il non governo dell’Europa, in Il Sole 24 Ore del 22 marzo 2026, p.1 (con seguito a p. 9).

[8] V. S. Fabbrini nell’articolo cit. in nota precedente.

[9] Così uno dei titoli di prima pagina di Avvenire del 22 marzo 2026.

[10] V. M. Recalcati nell’articolo cit.

[11] V. G. Dell’Omodarme, Il sindaco di Londra Khan preme su Starmer per rientrare nell’UE, in eunews.it del 19 marzo 2026.  A nota 5.

[12] V. S. Fabbrini nell’articolo già cit., p. 9.

[13] V. Europa: la Costituzione europea, in uaar.it.

[14] La Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 ammette (art. 18) che «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione». Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, promosso nel 1966 sempre dalle Nazioni Unite, ribadisce (art. 18, par.1) che «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione». La Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, promossa dal Consiglio d’Europa, dispone all’art. 9, par. 1, che «ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione».

[15] Così il titolo del libro di J. Tolentino Mendonça, Vita e Pensiero, Milano, 2025.

[16] Così il titolo del libro di Edgar Morin, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2025.

[17] Così a p. 5 del libro cit. in nota precedente.

[18] V. A. Grasso, I (falsi) profeti e l’ingegneria delle anime, in Corriere della Sera del 22 marzo 2026, p.1.

 

 

 


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