Newsletter 28 Novembre/2022 – L’EDITORIALE

 

Denunciamo i rischi di una “diabolica alleanza” e dell’Europa che esclude

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati UNHCR e molti rapporti internazionali hanno stabilito che a maggio 2022 oltre cento milioni di persone avevano perso le loro radici economiche, sociali, culturali e familiari nel mondo fuggendo dalle loro case, dalle campagne, dalle città, dalle loro regioni e dai loro paesi nella maggior parte dei casi lasciando tutto dietro di sé e portando con sé solo il bagaglio della speranza di una vita dove fosse garantita la dignità umana.

Vale la pena di riscrivere qui l’incipit del libro di Ursula Hirschmann Noi senza patria:

“Non sono italiana benché abbia figli italiani, non sono tedesca benché la Germania fosse una volta la mia patria. E non sono nemmeno ebrea benché sia un puro caso se non sono stata arrestata e poi bruciata in uno di quei forni di qualche campo di sterminio. Noi déracinés d’Europa che abbiamo cambiato più volte di frontiera che di scarpe, come dice Bertold Brecht questo re dei déracinés, anche noi non abbiamo altro da perdere che le nostre catene in un’Europa unita e perciò siamo federalisti”.

Di quelle decine milioni di persone che hanno perso le loro radici, solo il 17% ha trovato varie forme di accoglienza – talvolta grazie a politiche di inclusione, altre con politiche di integrazione spesso forzata, molto di più con forme di emarginazione e dunque di inevitabile conflittualità sociale che mette a confronto gruppi diversamente disagiati – nei paesi sviluppati del mondo occidentale e meno del 10% in Europa e in particolare nell’Unione europea.

Dobbiamo anche sapere che i déracinés fuggono per persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni di diritti fondamentali, gravi perturbazioni dell’ordine pubblico, disastri ambientali e espropriazione delle terre, che nel 2021 quasi un miliardo di persone nel mondo sono state coinvolte in conflitti di media o elevata intensità con l’uso di armi provenienti in larga parte dai paesi sviluppati oltre che dalla rarefazione alimentare, dalla crisi climatica e dall’aumento del costo della vita, che i déracinés si sono drammaticamente moltiplicati nel 2022 a causa dell’aggressione della Russia di Putin all’indipendenza e alla inviolabilità territoriale dell’Ucraina, che la maggioranza dei rifugiati o dei richiedenti asilo sono stati accolti in paesi vicini, che la metà dei déracinés sono fuggiti all’interno del loro paese come è avvenuto nel Myanmar e in Etiopia, nel Sahel, in Burkina Faso e nel Ciad, che fra i  paesi “di accoglienza” il primo paese dell’Unione europea è la Germania – con l’Italia al quinto posto in numeri assoluti fra i paesi europei – dopo la Turchia, la Colombia, l’Uganda, il Pakistan e che i due terzi dell’insieme dei rifugiati provenivano da cinque paesi (Siria, Venezuela, Afghanistan, Sudan, Myanmar).

Questo quadro molto crudo, fatto purtroppo di numeri e non di persone (donne, bambini e uomini), evidenzia come i movimenti di decine di milioni di déracinés sono da attribuirsi alla responsabilità diretta o indiretta dei paesi sviluppati e che è molto difficile distinguere fra i déracinés quelli che vengono chiamati migranti economici dai richiedenti asilo e dai rifugiati fra cui dobbiamo collocare anche i migranti illegali e quelli irregolari.

Pochi ricordano che la Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker propose nel 2015 una Agenda per l’immigrazione sottolineando che la sua attuazione –  su cui erano chiamati a decidere il Consiglio e il Parlamento europeo – avrebbe raggiunto l’obiettivo di dare una soluzione perenne alle politiche europee per le migrazioni e i rifugiati e che all’agenda europea, in assenza di decisioni adeguate, fece seguito nel 2018 una proposta di revisione del regolamento di Dublino su cui il Parlamento europeo si è pronunciato con sostanziali emendamenti nel gennaio 2019.

Dal 2015 in poi l’Unione europea non ha trovato una soluzione perenne alle politiche comuni migratorie mentre i déracinés sono aumentati drammaticamente perché sono aumentati i conflitti di media e alta intensità uscendo – come è avvenuto per l’Ucraina – dai confini nazionali o resi più acuti da interventi esterni come sta avvenendo da anni in Siria, perché si è radicalizzata la rarefazione alimentare e la desertificazione, perché si è estesa nel mondo la presenza di regimi autoritari con cui l’Unione europea intrattiene rapporti economici, commerciali e militari.

Invece di lavorare per la ricerca di una soluzione perenne che unisca all’obbligo costituzionalmente vincolante (art. 80 TFUE) della solidarietà interna all’Unione europee la realizzazione degli obiettivi della pace, dello sviluppo sostenibile del pianeta, della solidarietà e del mutuo rispetto dei popoli, dell’eliminazione della povertà e della protezione dei diritti fondamentali in particolare dell’infanzia, del rispetto e dello sviluppo del diritto internazionale (art. 3 TUE), i governi nazionali e la Commissione europea stanno cercando di costruire una diabolica alleanza con l’obiettivo condiviso di perennizzare una Europa che esclude e di allontanare l’obiettivo di una Europa che accoglie.

Dietro le parole esternalizzazione (e cioè accordi con i paesi di origine), hotspot nei paesi terzi (che ai tempi della Commissione Juncker fu impossibile creare), aiuti ai paesi nordafricani “di prima accoglienza” (in particolare la Libia) di intelligence e di sicurezza, un rigido codice di condotta per le ONG, il rafforzamento dell’agenzia Frontex e di operazioni militari come Eunavfor Med- Operazione Irini per controllare le frontiere esterne e l’esclusione di operazioni di salvataggio in mare come fu l’iniziativa Mare Nostrum italiana dopo la tragedia di Lampedusa il 3 ottobre 2013 si nasconde a malapena l’obiettivo di affrontare la questione delle migrazioni riducendo drasticamente le domande di asilo, i rifugiati e selezionando i migranti cosiddetti economici.

Noi riteniamo che le organizzazioni europee della società civile debbano denunciare i rischi della diabolica alleanza prima della riunione dei ministri degli interni e della giustizia dell’Unione europea dell’8 dicembre.

Roma, 28 novembre 2022

coccodrillo