I mille “Cutro” e l’ignobile complicità delle istituzioni europee
Mobilitiamo la società civile europea
Tre anni fa la colpevole complicità delle autorità italiane provocò sulle spiagge calabresi di Cutro 94 morti in una imbarcazione che affondò in provenienza dalla Turchia.
Secondo le informazioni diffuse in questi giorni, dall’inizio del 2026 oltre mille sono stati i dispersi e cioè le vittime dei continui naufragi nel Mediterraneo.
Per il progetto Missing Migrants dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM) e per l’agenzia delle Nazioni Unite UNHCR, sono ben oltre trentamila gli uomini, le donne e i bambini morti naufragati in più di un drammatico decennio da quando sono aumentati dal 2013 con la strage di Lampedusa i viaggi della disperazione sulla rotta meridionale che va dalla Turchia al Marocco e che si aggiunge a quella terrestre attraverso i Balcani.
Come si afferma con freddo cinismo, questi numeri sono calcolati per difetto perché non si hanno notizie di molte imbarcazioni scomparse che giacciono in fondo al mare con il loro carico di essere umani né si hanno notizie certe delle persone che non ce l’hanno fatta ad attraversare il deserto del Sahara o che muoiono nelle carceri libiche o che soccombono agli stenti o alle violenze delle guardie delle frontiere europee lungo le molte rotte terrestri che giungono fino ai confini dell’Unione europea.
Le statistiche ci dicono che sarebbe diminuito nel 2025 il numero dei richiedenti asilo e dei rifugiati con una costante prevalenza di cinque paesi UE che sono da sempre i territori di “prima accoglienza” e che il numero delle cittadine e dei cittadini extra-UE che giungono nell’Unione europea per ragioni di lavoro e di ricongiungimento familiare e che appartengono alla categoria dei cosiddetti migranti regolari non supera la percentuale del 10% della popolazione dell’Unione europea.
Appare evidente che i numeri del 2025 potrebbero essere stravolti dall’aumento dei conflitti e dalle repressioni in atto in molti paesi a cominciare dall’Afghanistan, la Bielorussia, l’Iran e il Libano senza dimenticare la situazione drammatica a Gaza e in Cisgiordania insieme alla inarrestabile guerra in Ucraina, al Venezuela e ai conflitti endemici nell’Africa subsahariana colpiti dalla cancellazione degli aiuti umanitari.
Sulla base di queste incerte statistiche gli “extracomunitari” sono suddivisi dai governi, dalla Commissione europea ed ora da una crescente e consolidata maggioranza nel Parlamento europeo nelle seguenti categorie umane e giuridiche:
- migranti economici che emigrano da paesi dove si soffre la fame e dove è molto difficile trovare una collocazione dignitosa nei mercati del lavoro nazionale anche se si possiede una formazione qualificata,
- migranti irregolari che sono entrati nel territorio europeo regolarmente ma il cui permesso di soggiorno è scaduto e che in attesa o nella speranza che venga rinnovato nonostante le lungaggini amministrative sono assorbiti dai circuiti del lavoro irregolare con tutti i rischi di una situazione precaria o vengono letteralmente catturati dalle organizzazioni criminali,
- i rifugiati a cui è stata riconosciuta la protezione internazionale secondo le norme del diritto internazionale o europeo,
- i richiedenti asilo in attesa che venga riconosciuto loro lo status di rifugiati perché lo stato di provenienza non è “sicuro”,
- ed infine i migranti illegali a cui non viene riconosciuto nessun diritto nonostante il fatto che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali si applichino – con l’eccezione dei diritti civili e politici – a tutte le persone che stanno all’interno del territorio dell’Unione europea.
Mentre morivano davanti a Creta ventidue persone aggiungendo un’ennesima tragedia a tutte quelle perpetratesi dalla strage di Lampedusa in poi una maggioranza parlamentare europea, di cui pubblichiamo i nomi e l’appartenenza politica (LINK), si è resa moralmente complice di questa obbrobriosa distinzione umana e grottescamente giuridica votando il 26 marzo 2026 a Bruxelles il mandato a negoziare con il Consiglio una modifica del regolamento sui tempi dei rimpatri, sulle procedure di detenzione, sull’uso di quelli che vengono chiamati return hubs e cioè i centri di detenzione in paesi terzi e sulle condizioni per il respingimento obbligatorio nei paesi terzi.
La Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (COMECE) ha immediatamente sollevato “seri interrogativi sulla effettiva salvaguardia dei diritti umani e sul rispetto della dignità di ogni persona” su un orientamento politico prima che giuridico relativo a proposte di revisione del regolamento in vigore che accelerano i rimpatri, ampliano la detenzione ed esternalizzano la responsabilità verso paesi terzi dando la priorità a respingimenti coercitivi.
Secondo i vescovi europei – che si riuniranno a Cipro a metà aprile per discutere di asilo e politiche migratorie – il voto espresso dalla maggioranza del Parlamento europeo (con una alleanza che ha visto uniti quasi tutti i parlamentari del PPE ivi compresi quelli di Forza Italia, i “patrioti” a cui appartengono i parlamentari di Viktor Orban e Matteo Salvini, i conservatori polacchi e gli italiani di Fratelli d’Italia e i nazionalisti dell’AFD e del neo-partito di Vannacci ma anche alcuni liberali e una sparuta pattuglia di socialisti n.d.r.) “segnala un preoccupante cambiamento politico all’interno del Parlamento europeo”.
Esso consente “l’emergere di nuove maggioranze su questioni di fondamentale importanza” che rischiano di “rimodellare l’approccio dell’Unione europea in settori chiave, tra cui l’emigrazione e la protezione della nostra casa comune in modo che potrebbero discostarsi dai suoi valori fondanti” legati ai principi di solidarietà, fraternità umana e tutela dei più vulnerabili.
Il voto del 26 marzo 2026 si aggiunge alla decisione adottata il 10 febbraio 2026 su una lista comune di paesi di origine “sicuri” in linea con la proposta avanzata dalla Commissione europea che entrerà in vigore se sarà raggiunto un accordo con il Consiglio in cui la maggioranza dei governi hanno già condiviso la logica della lista con la pregiudiziale di un eventuale parere negativo della Corte di Giustizia sulla legittimità di una procedura in cui si trasferirebbe al paese terzo la responsabilità di valutare le domande di asilo di richiedenti che si trovano sul territorio dell’Unione europea.
Queste due decisioni sono del resto coerenti con le misure restrittive adottate il 20 dicembre 2023 – dopo anni di negoziati – dal Parlamento europeo e dal Consiglio per la revisione degli accordi di Dublino del 1997 che furono duramente criticate da oltre cinquanta organizzazioni non governative fra le quali il Movimento europeo e che dovranno entrare in vigore nel prossimo giugno 2026 (LINK).
Sarà urgente e necessario dare un forte e duro segnale collettivo di contestazione di queste decisioni per rendere evidente che la nuova maggioranza nel Parlamento europeo – frutto della alleanza fra PPE, PIE, ECR e ESN – non corrisponde a quella delle opinioni pubbliche europee.
Quello che si pone è, innanzitutto, un problema politico in particolare per il Gruppo PPE che in campagna elettorale aveva dichiarato di voler far parte solo di maggioranze pro-europee e ora si allea con forze politiche della destra e dell’estrema destra il cui obiettivo dichiarato è smontare dall’interno la costruzione europea.
Come spiegare poi agli elettori del PPE che le politiche perseguite insieme alla destra e all’estrema destra per limitare la trasparenza, mantenere le discriminazioni, ridurre la protezione dei dati e limitare la mobilità dei cittadini e delle altre persone corrisponde ai valori promossi dai padri fondatori di quel movimento politico.
Ma al di là della coerenza politica vi é il problema della coerenza con i Trattati e con la Carta che queste norme contraddicono e la cui approvazione aprirà giustamente la strada a ricorsi tanto davanti ai giudici nazionali quanto a quelli europei.
Noi proponiamo di lanciare una “iniziativa di cittadini europei” chiedendo alla Commissione europea e all’autorità legislativa europea una modifica delle regole europee al fine di prevedere meccanismi effettivi e indipendenti anche rispetto alla stessa Commissione, al fine di verificare in via preventiva l’impatto sui diritti fondamentali delle nuove norme europee e, successivamente, delle misure in attuazione di tali norme.
Occorre uscire dalla logica delle fortezze che ci difenderebbero da nemici immaginari e assumersi la responsabilità di governare la mobilità delle persone come è stato fatto per oltre quattro milioni di Ucraini nei corso degli ultimi anni.
Invece di copiare strategie di tipo trumpiano occorre governare la mobilità delle persone con politiche di accoglienza (“l’Europa dei ponti”) e innovative politiche di inclusione nel mercato del lavoro e nella società (“l’Europa della solidarietà”) sfruttando i recenti successi nella raccolta di firme in applicazione del nuovo regolamento europeo in materia di ICE e degli strumenti di democrazia partecipativa e deliberativa.
Roma, 31 marzo 2026![]()
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