Il referendum in Islanda, la democrazia e la sovranità
Dall’aprile 1972 si sono svolti sul continente europeo sessantacinque referendum popolari su temi europei con conseguenze giuridicamente o politicamente determinanti che hanno consentito l’entrata in vigore di cinque trattati europei (l’Atto Unico, Maastricht, Amsterdam, Nizza e Lisbona) e l’allargamento prima delle Comunità europee e poi dell’Unione da sei a ventotto paesi membri.
La maggioranza dei referendum si sono conclusi con un esito positivo con le eccezioni rilevanti del trattato costituzionale per il “no” francese e olandese, per l’adesione della Norvegia e per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza dimenticare il rifiuto dei cittadini olandesi all’accordo di associazione fra l’UE e l’Ucraina.
In tredici paesi membri dell’UE la consultazione popolare per la ratifica di trattati internazionali, a cui appartengono quelli di adesione, è costituzionalmente o politicamente inevitabile, creando così una situazione di incertezza sull’esito di negoziati fra governi alla cui conclusione positiva non è sufficiente l’accordo di ratifica dei parlamenti nazionali.
L’Islanda è un paese candidato all’adesione e la sua domanda, accolta dalla Commissione e dal Consiglio, non è mai stata ritirata come non è avvenuto con la Confederazione elvetica e con la Turchia ma i negoziati di adesione furono sospesi da un governo euro-scettico nel 2015 nonostante l’esito positivo degli accordi fra l’UE e l’Islanda su undici capitoli legati al futuro trattato bilaterale.
Nel 2024 il nuovo governo socialdemocratico aveva deciso di chiedere alle cittadine e ai cittadini islandesi il loro consenso sulla riapertura dei negoziati di adesione sapendo che in ogni caso essi sarebbero stati chiamati a dare il loro accordo sul futuro trattato bilaterale.
Il governo socialdemocratico contava in effetti sulle conseguenze della nuova situazione internazionale legate all’aggressione della Russia all’Ucraina ma soprattutto ai rischi legati alla politica di Donald Trump non solo sul commercio internazionale che pesa sul 40% dell’economia islandese nella pesca e nell’agricoltura ma sulle reiterate minacce del presidente USA alla vicina Groenlandia.
Nella campagna referendaria ha invece pesato in modo simmetrico la debolezza dell’informazione del governo sui temi della democrazia e della sovranità, la forza dirompente della disinformazione dei partiti di opposizione che sono arrivati al punto di sostenere che i giovani islandesi sarebbero stati reclutati nell’esercito europeo e l’assenza di un’azione di informazione non partigiana delle istituzioni europee e dei partiti europei sui rapporti fra l’UE e l’Islanda.
Questi rapporti sono economicamente solidi perché l’Islanda fa parte dello Spazio Economico Europeo (con l’eccezione della pesca e dell’agricoltura che rappresentano l’8% del PNL di quel paese) e dell’area di Schengen sulla libera circolazione delle persone essendo un paese con una forte presenza di lavoratori non islandesi (il 24% della popolazione residente), trae vantaggi importanti dalla partecipazione a programmi europei come Erasmus e Horizon e sono politicamente significativi in materia di politica estera perché la repubblica islandese aderisce alla NATO pur non avendo un proprio esercito ed è entrata nel gruppo dei “volenterosi” a sostegno dell’Ucraina, è membro del Consiglio d’Europa e della Comunità Politica Europea.
Questi rapporti sono invece inconsistenti dal punto di vista democratico e della condivisione della sovranità perché l’Islanda ha dovuto introdurre, dal momento della sua entrata nello Spazio Economico Europeo e dell’area Schengen, oltre 9000 atti normativi dell’UE adottati dalle istituzioni europee in assenza della partecipazione dell’Islanda all’elaborazione e all’approvazione di quegli atti.
Conoscendo gli interessi islandesi in materia di pesca e di agricoltura, il cui peso è stato determinante nel risultato negativo del referendum al di fuori della capitale, sarebbe stato necessario avanzare proposte innovative e creative nel rispetto del principio di sussidiarietà mettendo l’accento sul fatto che la difesa della democrazia e della sovranità condivisa dell’Islanda nella famiglia europea esigeva l’ingresso di quella repubblica in una Unione europea rinnovata e rafforzata nella sua dimensione della democrazia partecipativa e rappresentativa.
Abbiamo perso non solo un referendum in un paese aperto ai valori europei, ma l’occasione di chiarire in quella repubblica e in tutta l’Europa il vero significato della dimensione e dei vantaggi della democrazia sovranazionale e della sovranità condivisa.
Ne discuteremo il 9 settembre tutti insieme quando avvieremo la campagna europea per un processo costituente europeo rivolto all’Unione europea e ai paesi candidati.
Roma, 31 agosto 2026 ![]()
