PAESI SICURI ? NON SEMBRA
La Corte europea fa traballare il piano Italia-Albania sui migranti. Con la sentenza di venerdì 4 ottobre, i giudici in Lussemburgo hanno infatti bocciato la definizione di “Paesi d’origine sicuri” utilizzata dall’Italia nel piano, minando le fondamenta legali su cui si basa l’accordo con Tirana. Questo stop potrebbe far saltare l’intero piano, mettendo il governo Meloni davanti a un bivio complesso da gestire.
Possibili conseguenze sul piano Italia-Albania
La sentenza può avere un impatto molto importante. Il trattenimento dei migranti nei centri albanesi richiede la convalida da parte della magistratura italiana, ma i giudici potrebbero ora bloccare queste operazioni, ritenendole non conformi alle norme Ue. Questo metterebbe in crisi la gestione quotidiana del piano, rallentando o fermando il trasferimento dei migranti.
Inoltre, qualora il piano dovesse procedere comunque, potrebbe esserci il rischio di un costoso e logisticamente complicato rimpatrio in Italia per molti migranti, i cui casi dovrebbero essere riesaminati secondo le procedure ordinarie. In questo scenario, le speranze del governo di accelerare le pratiche si scontrerebbero con un aumento dei costi e una notevole perdita di efficienza.
L’evoluzione del quadro normativo europeo
La sentenza della Corte Ue arriva in un momento delicato per le politiche migratorie europee. Mentre l’Italia tenta di alleggerire la pressione sui suoi centri di accoglienza, il quadro normativo europeo è in continua evoluzione. Nel 2026, con l’entrata in vigore del Patto per la migrazione e l’asilo, sarà nuovamente possibile introdurre designazioni parziali di Paesi sicuri, ma con criteri più rigorosi rispetto a quelli attuali.
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UE STATO SOVRANO ? POTREBBE ESSERE COSì
Un nuovo passo dell’Unione Europea (UE) verso l’obiettivo della “normalità”. Alle ore 17 di oggi e alla presenza del commissario al Bilancio, Johannes Hahn, e del governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, presso la Borsa di Francoforte si terrà la cerimonia della campana nella sala delle negoziazioni per lanciare i “repo” sui cosiddetti Eurobond. L’iniziativa fa parte del programma annunciato già nel dicembre del 2022 dalla Commissione europea. Da oggi, quindi, formalmente la UE è diventato un emittente “sovrano”.
Repo Eurobond innovazione insufficiente
Basta questa innovazione tecnica a rendere l’Unione Europea effettivamente un emittente sovrano? No. Se così fosse, Msci e ICE avrebbero inserito gli Eurobond nei rispettivi indici, consapevoli che da oggi i repo sarebbero stati disponibili. Il principale ostacolo per tale qualifica è di natura squisitamente politica. Gli stati comunitari non concordano sulla necessità di emettere maggiore debito comune. La UE continua ad essere sprovvista di entrate proprie, per cui i governi nazionali restano gli unici esposti indirettamente alle emissioni sovranazionali. Senza volontà politica non esiste alcun modo per rendere gli Eurobond un titolo definitivo. Del resto nessuno può affermare che la UE sia uno stato. E’ una costruzione nata da trattati interstatali e che non possiede neppure un vero ministro delle Finanze, né una politica estera che possa definirsi realmente comune. Non parliamo della difesa. E non batte neppure una moneta comune per tutti i suoi 27 stati membri. Insomma, è privo di tutte quelle caratteristiche che lo rendono un vero stato.
