Newsletter 9 Febbraio/2026 – L’EDITORIALE

 

IL BUEN RETIRO DEI LEADERS E L’OBIETTIVO DEGLI STATI UNITI D’EUROPA

Nel linguaggio comunitario o unionale è stata coniata una nuova espressione: leaders retrait che si traduce letteralmente in “i leaders si ritirano” e che si aggiunge agli ormai numerosi Consigli europei informali o al vertice anch’esso informale dei quarantasei capi di Stato e di governo della Comunità Politica Europea proposta nel maggio 2022 da Emmanuel Macron che continua a riunirsi per inerzia dall’ottobre 2022.

I leader che sono stati inattivi di fronte ai problemi della competitività e del completamento del mercato annunciato decine di volte e mai completato non hanno nessuna intenzione di ritirarsi o meglio lo faranno solo se saranno mandati a casa dai loro elettori mentre Ursula von der Leyen potrebbe traslocare nel castello di Bellevue a Berlino se sarà realizzata l’idea del cancelliere Friedrich Merz di chiedere al Bundestag di eleggerla presidente della Repubblica federale tedesca a febbraio 2027.

L’espressione è stata presa in prestito dal mondo industriale e fa riferimento alle riunioni dei consigli di amministrazione delle grandi società lasciando così intendere che il Consiglio europeo si considera come un consiglio di amministrazione dell’Unione europea.

Per parlare di competitività e mercato Antonio Costa ha invitato nel buon retiro belga Mario Draghi ed Enrico Letta i cui rapporti di due anni fa attendono ancora di essere “implementati”.

Per darvi un’idea dell’ordine del giorno dell’incontro del 12 febbraio pubblichiamo qui la lettera di convocazione di Antonio Costa (LINK).

Il vertice del 12 febbraio 2026 si riunisce mentre è stata dichiarata la “morte dell’ordine mondiale” come ha detto a Davos il primo ministro canadese Mark Carney e come ha ripetuto a Lovanio Mario Draghi e si moltiplicano le iniziative e le idee per una risposta europea.

Poiché alla morte dell’ordine mondiale si accompagna l’inazione istituzionale europea, i governi europei sono largamente ispirati dal nazionalismo e il pane prodotto dal Parlamento europeo è cotto sempre più spesso nel forno di destra, è difficile immaginare che si possano realizzare gli “Stati uniti d’Europa subito” usando l’espressione degli anni cinquanta che fu ripresa anche dal comitato creato da Jean Monnet, frustrato dal fallimento dell’EURATOM da lui considerata prioritaria rispetto al Mercato Comune.

C’è chi pensa che gli Stati Uniti d’Europa possano scivolare impercettibilmente su un piano inclinato eleggendo un unico presidente europeo nel 2029 o adottando un “trattato di sovranità” limitato alla politica estera (Manfred Weber) o c’è chi è “tombé amoureux” dell’Europa alla carta degli anni Sessanta usando l’espressione tautologica del “federalismo pragmatico” (Mario Draghi).

C’è chi pensa che gli “Stati Uniti d’Europa subito” si possano realizzare senza passare attraverso un metodo democratico e costituente – che ci conduca ad una costituzione europea fondata sulla pace, la giustizia sociale e la conversione ecologica – avanzando mascherati come diceva Jacques Delors.

C’è chi pensa che essi si realizzino risuscitando il testo votato da una minoranza di deputati europei il 22 novembre 2023 (295 su 705) o introducendo con una bacchetta magica il voto a maggioranza nel Consiglio mantenendo inalterato il modello confederale.

C’è infine chi pensa di riproporre le cooperazioni rafforzate introdotte con il Trattato di Amsterdam del 1999 che sono rimaste da allora per lo più sonnolenti e che si sono risvegliate solo cinque volte:

  • per adottare norme comuni nei divorzi tra coniugi di nazionalità diverse,
  • per il regime patrimoniale dei coniugi di diverse nazionalità,
  • per il tribunale dei brevetti europei a cui l’Italia non si era inizialmente associata,
  • per la Procura europea proposta inizialmente dalla Commissione Prodi ma creata con un modello che si potrebbe definire intergovernativo e con un mandato molto limitato,
  • per il regime europeo sulla tassazione delle transazioni finanziarie,

a cui si è aggiunta la cooperazione strutturata permanente in materia di difesa che non ha mai funzionato.

C’è chi ritiene che anche l’accordo di Schengen sulla libera circolazione delle persone del 1985 e l’introduzione dell’euro nel 2002 siano dei casi di cooperazione rafforzata ma si tratta evidentemente di atti politicamente e giuridicamente ben diversi.

Noi continuiamo ad essere invece convinti che il passaggio da un modello confederale ad un sistema federale, lasciando aperta la questione formale del nome da attribuire al nuovo sistema debba essere realizzato in tempi certi ma non “subito”.

Esso potrà nascere solo attraverso un processo democratico costituente, fondato sulla democrazia rappresentativa e quella partecipativa, avviato all’inizio della prossima legislatura ma preparato dal basso nei prossimi quaranta mesi che si concluda con un referendum paneuropeo confermativo.

Nel frattempo, e durante l’attuale legislatura, è indispensabile rafforzare il consenso dei cittadini con iniziative politicamente efficaci che dovrebbero riguardare a nostro avviso un decalogo che potrebbe essere così declinato:

– un bilancio finanziario quinquennale e non settennale che garantisca beni pubblici ad un livello fra il 2.5 e il 5% del PIL europeo sostenuto da vere risorse proprie evitando la via perniciosa delle apparenti semplificazioni e dei piani nazionali,

– la realizzazione della conversione ecologica prevista dal Patto Verde che sia coerente con l’agenda 2030,

– un vero piano di azione sociale sulla base degli accordi adottati dalle istituzioni europee e dalle parti sociali a Porto a maggio 2023 che prenda la forma di un protocollo sociale progressivo, 

– una politica di inclusione dei migranti e dei richiedenti asilo che cancelli la politica dei muri e dei respingimenti prevista dalla revisione degli accordi di Dublino e blocchi le regole proposte sui cosiddetti “paesi sicuri”, 

– una difesa comune secondo il modello di Schengen del 1985 con un controllo democratico parlamentare che sia finanziata da debito pubblico e da Eurobond per non pesare sul bilancio europeo, 

– una politica economica per una prosperità condivisa che parta dal principio che è la convergenza dello sviluppo fra le regioni e gli Stati membri che garantisce la competitività e non il contrario,

– un mercato unico fondato su criteri di sostenibilità ambientale e sociale sulla base della clausola sociale orizzontale, della Carta dei diritti fondamentali e della Carta sociale di Torino rivista,

– l’attuazione di partenariati strategici con le diverse aree di integrazione regionale in Africa, America Latina e Asia in una dimensione multipolare e di un commercio equo e solidale anche come mezzo per garantire la nostra autonomia digitale attraverso le materie prime strategiche,

– una forte iniziativa di rilancio delle Nazioni Unite nel suo ruolo di rispetto del diritto internazionale e di missioni di peace enforcement, di peace keeping e di peace building.

– un impegno dei partiti europei nei loro programmi, in vista degli scrutini nella primavera 2029, a sostenere un sistema elettorale uniforme e delle liste transnazionali che rafforzi la legittimità del nuovo Parlamento per agire da Assemblea costituente.

Nel caso in cui le istituzioni europee – ed in particolare la Commissione europea nel suo programma legislativo per il 2026 – non dichiarassero di essere pronte ad agire per dare seguito a queste priorità in questa legislatura, sarebbe a nostro avviso necessario lanciare in tempi rapidi un manifesto della società civile europea che rivendichi la realizzazione entro il 2029 di queste dieci priorità.

Il manifesto dovrà essere tradotto in petizioni al Parlamento europeo o in iniziative di cittadini europei e concludersi con un appello per l’avvio di un processo costituente all’inizio della prossima legislatura che abbia l’obiettivo di trasformare l’Unione europea in una Comunità federale in tempi certi sulla base di una costituzione europea.

Roma, 9 febbraio 2026coccodrillo

 

 

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