GLI STATI UNITI D’EUROPA E CANADA
FRA EGEMONIA, SOVRANITÀ, (IN)DIPENDENZA
Nell’editoriale dell’odierna Newsletter Pier Virgilio Dastoli ricorda che «alla morte dell’ordine mondiale si accompagna l’inazione istituzionale europea», giacché «i governi delle “nazioni” europee sono in maggioranza a destra e a sinistra ispirati dal nazionalismo e il pane prodotto dai Parlamento europeo è cotto sempre più spesso nel forno di destra», cosicché «è difficile immaginare che si possano realizzare gli “Stati uniti d’Europa subito” usando l’espressione degli anni cinquanta che fu ripresa anche dall’inutile comitato creato da Jean Monnet che fu frustrato dal fallimento dell’EURATOM da lui considerata prioritaria rispetto al Mercato Comune».
Dunque al World Economic Forum di Davos, lo scorso gennaio, Ursula von der Leyen affermava che «gli shock geopolitici possono, e devono, essere un’opportunità per l’Europa», cosicché a suo avviso «il cambiamento che stiamo attraversando oggi è un’opportunità, anzi, una necessità per costruire una nuova forma di indipendenza europea»[1]. E già, fra l’altro, il comunicato stampa della rappresentanza italiana della Commissione europea ricordava il 28 novembre 2025 che, «guardando al futuro, la Commissione continuerà a mantener fede al suo impegno di rendere l’Europa più indipendente, più competitiva e più sicura»[2].
Beh, certo non è chiarissimo parlare di «una nuova forma di indipendenza europea»: nuova rispetto a quale altra, passata, indipendenza europea? Indipendenza europea, complessivamente! E meno chiara ancora è l’esortazione a rendere l’Europa (quale “Europa”?) addirittura «più indipendente»: c’è una minore e una maggiore indipendenza, oppure l’indipendenza è qualità assoluta non declinabile secondo una scala di valori?
Molto puntuale invece Mark Carney, Primo ministro del Canada (Stato federale membro del Commonwealth britannico), quando sempre nell’incontro sopra menzionato di Davos esordisce sottolineando: «sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze, che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono ciò che devono»[3]. Quali sono – continua – le nostre opzioni? A partire dalla considerazione che «siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione», molti Paesi «stanno giungendo alla stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento». Ecco, appunto, anzitutto «autonomia»; «maggiore» di quella che c’è, impedendo che diventi minore di quella che c’è. Autonomia dalle «grandi potenze» richiamate da Carney, da quelli che chiama «gli egemoni».
Occorre allora «ricostruire la sovranità», una «sovranità che un tempo era fondata sulle regole ma che sempre più sarà ancorata alla capacità di resistere alle pressioni». E «il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può essere condiviso»! Allora Carney ricorda che in Canada «abbiamo ridotto le tasse sugli investimenti delle imprese. Abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale. Stiamo accelerando mille miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la spesa per la difesa entro la fine di questo decennio, rafforzando al contempo le nostre industrie nazionali». Ed è stato pure «concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa la partecipazione a SAFE[4], i meccanismi europei di approvvigionamento per la difesa». Mentre, continua Carney, «sulla sovranità artica siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia».
Quello del governo canadese, ad avviso del suo Primo ministro, «non è multilateralismo ingenuo, né affidamento cieco alle istituzioni esistenti. È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che condividono abbastanza terreno comune per agire insieme». Agire insieme! È la convinzione «che le potenze medie debbano agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menù», mentre «le grandi potenze, per ora, possono permettersi di agire da sole. Hanno dimensioni di mercato, capacità militari e leva sufficienti per dettare le condizioni. Le potenze medie no». E continua: se «negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È la recita della sovranità accettando la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze i Paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere». Così, anzitutto, occorre «chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per ciò che è: un sistema di rivalità crescente tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione». Se quindi «sappiamo che il vecchio ordine non tornerà» allora «non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia».
Attenzione alla conclusione: «Crediamo però che dalla frattura si possa costruire qualcosa di più grande, migliore, più forte e più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, i Paesi che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare da una cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque paese voglia percorrerla con noi».
Col Canada, che è pure associato a Horizon Europe[5] dal luglio 2024, l’Unione europea ha in corso l’applicazione (ancora in via provvisoria dal 2017) dell’accordo di libero scambio noto come CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement). C’è chi si spinge a rilevare che «in Canada e in Europa si allarga il dibattito sulla possibilità di un avvicinamento tra il Paese degli aceri e il Vecchio continente per arginare le mire espansionistiche degli Stati Uniti»[6], ciò fino addirittura a diventar membro dell’UE. Beninteso, l’adesione del Paese nordamericano all’Unione europea è oggi formalmente preclusa dall’art. 49 del Trattato sull’UE, secondo il quale anzitutto solo «uno Stato europeo … può domandare di diventare membro dell’Unione». Potremmo ragionare, sbizzarrendoci, sui contenuti della qualifica di “europeo”, ma l’intersecarsi della scienza della geografia con quella giuridica non lascia spazi d’interpretazione[7] . Nondimeno si sottolinea che Il Québec mette un piede canadese nell’Ue, dato l’accordo di partnership stabilito da quest’ultimo Stato federato nordamericano l’11 dicembre 2025 con il Comitato europeo delle regioni[8].
Insomma serve determinazione, nella temperie attuale, perché la navigazione dell’Unione europea sia adeguata ai marosi. Servono “capitani coraggiosi”[9]. Serve ragionare ma subito reagire alle intemperie. «Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno mentre le rivalità si intensificano», dice Mario Draghi[10]. Il quale continua rilevando che, «presi singolarmente, la maggior parte dei Paesi dell’UE non è nemmeno una media potenza capace di navigare questo nuovo ordine formando coalizioni efficaci. Collettivamente, però, disponiamo di qualcosa di più grande: scala, ricchezza, cultura politica e settantacinque anni di costruzione istituzionale di un progetto comune». Ma «costruire forza collettiva non sarà semplice. L’integrazione europea è diversa da quella di Stati Uniti e Cina: non fondata sulla forza o sulla subordinazione, ma sulla volontà comune e sul beneficio condiviso. È un’integrazione senza dominio -preferibile, ma più difficile». Così «non tutti aderiranno subito a ogni iniziativa, ma ogni passo deve restare ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più debole, bensì una vera federazione».
Per concludere allora, senza ovviamente concludere, non si può non condividere l’ironia[11] con cui Sergio Fabbrini constata che «il mondo sta esplodendo e l’Unione europea organizza un seminario per rifletterci»[12].
«Sicuri da ogni turbamento»[13].
DINO G. RINOLDI
[1] V. www.euronews.it del 20/01/2026 sotto il titolo Mentre Trump promuove la sua politica estera espansionistica, mettendo in crisi l’alleanza transatlantica, la presidente della Commissione Ue ha invitato l’Europa a cogliere l’attimo e a raggiungere una maggiore indipendenza.
[2] V. https://italy.representation.ec.europa.eu, sotto il titolo Lavorare per l’indipendenza dell’Europa – primo anno di mandato della seconda commissione von der Leyen.
[3] V. https://riformismoesolidarieta.it del 23 gennaio 2026 sotto il titolo Mark Carney e il suo memorabile discorso sulla politica delle “grandi potenze”.
[4] V. SAFE: gli Stati membri approvano l’accordo sulla partecipazione del Canada, in Consiglio europeo / Consiglio dell’Unione, comunicati stampa on line, 19 dicembre 2025, con riferimento al fatto che «il Canada sarà il primo paese non europeo a partecipare a SAFE, lo strumento per la difesa da 150 miliardi di euro che sostiene gli Stati membri dell’UE che desiderano investire nella produzione dell’industria della difesa mediante appalti comuni e concentrandosi sulle capacità prioritarie». Il comunicato prosegue sottolineando che «il Consiglio sarà invitato ad autorizzare la firma formale dell’accordo dopo la revisione giuridica. Dopo la firma, il Parlamento europeo sarà invitato a dare la sua approvazione. Una volta che il Parlamento europeo avrà dato la sua approvazione, il Consiglio potrà approvare formalmente l’accordo».
[5] Il programma quadro dell’UE per la ricerca e l’innovazione (2021-2027).
[6] Così V. Giordano, che scrive queste parole sotto il titolo Canada 28° membro dell’UE?, in Messaggero di sant’Antonio –on line, 23 maggio 2025.
[7] V. J. Thomas e T. Franca, Fact-checking: il Canada può chiedere di aderire all’Ue?, in euronews.it, 20/03/2025, dove si menziona fra l’altro un documento dell’allora Commissione delle Comunità europee, del 24 giugno 1992 (Europe and the challenge of enlargement, in Bulletin of the European Communities Supplement 3/92), in cui si può anche leggere – nella traduzione che ne fanno Thomas e Franca – che «Il termine ‘europeo’ non è stato definito ufficialmente. Combina elementi geografici, storici e culturali che contribuiscono all’identità europea».
[8] V. D. Carretta, C. Spillmann, O. Grimm, in Il mattinale europeo on line dell’11 dicembre 2025, dove sotto quel titolo si spiega fra l’altro che «l’accordo tra il Québec e il Comitato delle regioni dell’Ue copre un’ampia gamma di priorità condivise: economia, cultura, istruzione e giovani, democrazia e governance multilivello, partecipazione delle donne in politica, ambiente e lotta ai cambiamenti climatici e transizione energetica. Sono previsti piani d’azione congiunti della durata di due anni e mezzo coordinati dalla commissione Cittadinanza, governance e affari istituzionali e dal ministero delle relazioni internazionali del Québec».
[9] V. F. Chittolina, Europa, “capitani coraggiosi” cercansi, in www.apiceuropa.eu del 6 febbraio 2025; S. Montefiori, «Ho fiducia nell’Europa ma serve un gruppo ristretto di Paesi volonterosi per spingere il mercato unico», intervista a P. Aghion, in Corriere della Sera del 28 gennaio 2026, p. 35.
[10] V. il discorso tenuto il 2 febbraio all’Università Cattolica di Lovanio, pubblicato integralmente in Linkiesta dello stesso giorno sotto il titolo Il nuovo ordine globale. Il gran discorso di Mario Draghi sulla necessità politica di un’Europa federale.
[11] Epperò vien fatto di richiamare I. Kulekov, Questa non è ironia, Biblioteca del vascello (SE/NO), Roma, 1992.
[12] V. Il mondo cambia e la debolezza di von der Leyen, in Il Sole 24 Ore dell’8 febbraio 2026, pp. 1 e 9, con il riferimento iniziale all’incontro del 12 febbraio prossimo convocato dal Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per ascoltare M. Draghi, E. Letta e C. Lagarde sulle «sfide geopolitiche che l’UE deve affrontare e l’adeguamento delle sue capacità (economica e di difesa) per poterlo fare».
[13] V., nella liturgia eucaristica, la preghiera del Signore.
