Newsletter n.27/2020 – Consigli di lettura

 

Gianni Borsa è corrispondente  da Bruxelles per l’agenzia di stampa Sir, Servizio informazione religiosa. Si occupa di Unione europea sia in veste di giornalista, che di autore di libri. Uno dei suoi testi più recenti ha un titolo interessante per la nostra sezione e lo proponiamo alla vostra attenzione: “Europa. Parole per capire, ascoltare, capirsi”, pubblicato 2019. Si comprende agevolmente l’intenzione di andare in profondità e Borsa, alla domanda su come è nato questo suo lavoro, l’autore risponde:

“L’idea era quella di fornire una lettura semplice, introduttiva, ma al contempo critica rispetto al processo di integrazione europea appena prima delle elezioni del Parlamento nel 2019; ho accettato una proposta da parte della casa editrice cattolica “In dialogo”, di Milano, che proponeva un confronto forse un po’ rischioso, ma piacevole, tra un brano della Bibbia e il processo di integrazione europea. Il brano in questione è “La casa fondata sulla roccia”. Il testo, perciò, è diviso in due parti, una prima di esegesi di questa pagina biblica, a cura del bravissimo biblista Isacco Pagani e quattro miei capitoli sul processo di integrazione europea. La chiave di lettura è la seguente: il processo di integrazione europea funziona – o funzionerebbe – se fosse come quello di una casa fondata sulla roccia, ovvero con le fondamenta profonde, storiche, con la possibilità di edificare una casa che ospiti una comunità che si ritrova attorno a dei punti comuni, appunto i popoli europei, e soprattutto che sia un progetto comunitario che non si fermi all’idea dei padri fondatori, ma che ogni giorno si adegua alle novità; il processo di integrazione europea, infatti, segue il corso della storia”.

Un’Europa, quindi, sempre in cammino …

ll processo asce dopo la seconda guerra mondiale per la ricostruzione dei Paesi che aderiscono alla CEE e per costruire un’economia solidale forte, capace di condividere le ricchezze prodotte, arriva agli anni ’60, ’70 ‘ 80 con nuove sfide, rispetto alle quali inventa ogni volta risposte diverse; si pensi al processo apertosi con il 1989, alla caduta del muro di Berlino con cui si è avuto il passaggio da una piccola ad una grande Europa, che “respira con due polmoni”, dell’Est e dell’Ovest. Si pensi ai trattati che sono seguiti: Maastricht, Amsterdam, Nizza, il progetto poi fallito di Costituzione, Lisbona. Nel frattempo la casa comune passa da sei Stati fondatori a 28, poi 27 dopo la Brexit. Si sono costantemente inventate nuove forme per stare insieme. Le ultime sfide – crisi economico finanziaria del 2007, crisi migratoria del 2015, crisi della pandemia del 2020 – pongono al centro la grande questione di costruire rapporti di solidarietà, attraverso la quale creare nuove forme dello stare insieme. L’Europa è             quindi un cantiere sempre aperto, non è uno stato ma una forma di condivisione e costruzione solidale di comunità aperta al nuovo.

Il discorso della solidarietà europea spesso viene criticato perché l’Europa viene vista come un progetto concentrato solo sulla dimensione economica, delle élite della finanza; come un’unione monetaria senza un’anima. Qual è la posizione del libro in merito?

Occorre riconoscere che la costruzione europea parte dall’economia perché vi era la necessità di ricostruire dopo la guerra, di dare lavoro, di uscire dalla fame e dalla distruzione. Economia, del resto, significa produzione di benessere che può essere condiviso, ma è anche vero che oggi bisogna tener conto della dimensione politica. Le istituzioni europee sono politiche e occorrerebbe più dimensione politica. Ritengo che occorrerebbe non “più Europa”, ma “un’Europa più”: più funzionale, più efficace, più concreta, più coesa, più solida, più leggera, più aperta, più vicina ai cittadini perché possa essere apprezzata; quindi un’Europa anche più politica, là dove la politica serve a dare più diritti ai cittadini, a tutelare le libertà, i diritti, a costruire un ambiente nel quale l’economia stessa possa svilupparsi sul piano del mercato ma anche su quello dell’economia sociale.

Come conciliare le due dimensioni?

La solidarietà dev’essere uno stile e un metro della cooperazione economica, quindi anche un mezzo attraverso cui si costruisce l’Europa. C’è chi critica la costruzione europea per eccesso di solidarietà, nel senso che l’Europa tende a superare i confini nazionali. Ma se lo fa, non è per mortificare le sovranità nazionali, quanto perché si muove in uno scenario più ampio, che è quello dell’integrazione comunitaria. Oggi come oggi, i competitor dell’Europa sono la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, il Brasile, il Sudafrica, il Giappone, il Messico: sono giganteschi e ciascun singolo paese europeo non avrebbe voce in questo mondo, ecco perché costruire una sovranità europea che dà più forza alla sovranità nazionale. I populisti e i nazionalisti, da questo punto di vista, sono nemici dell’integrazione europea, ma lo sono anche degli stessi stati nazionali, perché vorrebbero richiuderli entro gli angusti spazi della sovranità nazionale, portandoli all’irrilevanza, perché gli stati nazionali non bastano più. L’Europa può essere la risposta giusta laddove le diamo la forza per vivere il nostro tempo.

In che modo l’Europa può riuscirci?

Pongo qui una questione che mi sta a cuore; l’Europa parte dall’esigenza della cooperazione, ma fin dalla sua origine, con la dichiarazione Schuman del 1950, l’Europa ha avuto come primo obiettivo quello di costruire la pace come obiettivo superiore, come pre-condizione per la crescita e tutti gli Stati membri dell’Unione hanno vissuto da allora in pace: un sogno che è diventato realtà, si direbbe. Ebbene, oggi siamo di fronte ad una realtà che ha bisogno di un sogno e questo sogno può essere l’Europa, però è vero che i cittadini hanno bisogno di percepirlo come tale, come grande obiettivo, come casa comune e la Conferenza sul futuro dell’Europa – forse in partenza nel prossimo autunno – potrebbe delineare alcuni passi necessari. Occorre però rimettere al centro la cittadinanza europea, occorre che i giornalisti raccontino meglio l’Europa, che i politici non puntino solo ai consensi, abbiamo bisogno di simboli forti per sentire l’Europa più vicina: non bastano la bandiera, l’inno, la moneta. Il racconto di un’Europa che crea risultati concreti è fondamentale: per esempio con l’Erasmus, con il Recovery plan deciso in questi pochissimi mesi. Quando vedremo sfilare alle Olimpiadi gli atleti europei con la bandiera blu dell’Unione, avremo dato un segnale forte di costruzione europea; certo, è solo un esempio, poi gli atleti concorreranno per il proprio Stato, ma è per far intendere che i cittadini hanno bisogno di sentirsi europei e che l’Europa è lì per rispondere alle loro esigenze.

Quale posizione prende il libro sui rapporti Europa – mondo, quello dove si più manifesta l’assenza di chiarezza e coerenza dell’Europa?

Sappiamo che la questione della politica estera è una delle incompletezze di cui soffre l’Ue. È affidata ancora ad un accordo unanime in Consiglio e ciò blocca la costruzione di una vera politica estera di respiro mondiale. Rispetto alle grandi questioni estere, come la Siria, la Libia, in Bielorussia, in Ucraina, prima ancora il Kuwait, l’Europa non ha una voce comune. Manca la capacità decisionale, da prendere attraverso una maggioranza semplice o qualificata, ma mancano anche gli strumenti per una politica estera: una politica commerciale comune (su questo punto, qualcosa si sta muovendo), una politica comune di lotta al cambiamento climatico e di difesa dell’ambiente, una politica di sicurezza e militare comune. Avendo degli eserciti per la politica di peace keeping, occorrerebbe che fossero integrati: un altro grande passaggio che l’Europa prima o poi dovrà fare e spero che la Conferenza sul futuro dell’Europa metta un punto fermo sull’esigenza di cambiare la politica estera.

Una parte assai rilevante della politica estera europea ruota attorno alla questione dei rapporti con il Vicino Oriente e, questa settimana, ci siamo concentrati molto sulla Turchia, considerata la pesantissima situazione che sta attraversando al suo interno sul piano dei diritti. E la Turchia è uno stato candidato all’ingresso nell’Ue …

La Turchia è un paese strategico per l’incontro tra Oriente e Occidente, sul piano della politica, della cultura, del dialogo interreligioso; oggi però è in mano, di fatto, a un dittatore, eletto sì, ma che governa con il pugno di ferro; è un rischio per l’area del Vicino Oriente, ma è un rischio anche per la democrazia europea, perché minaccia Stati membri come la Bulgaria, Cipro, la Greci; rappresenta una minaccia per la questione migratoria; la Turchia non riconosce i diritti e le libertà del popolo curdo, non rispetta libertà delle donne né le minoranze religiose; ha un piede pericolosamente posto in Siria, rendendo ancora più sofferente un paese già di per sé instabile. Per tutte queste ragioni, oggi la Turchia non può entrare nell’Ue. Però, sono convinto che dobbiamo sperare che la Turchia in futuro torni in cammino verso l’Europa, verso il dialogo e la democrazia, perché ne abbiamo bisogno, così come sono convinto che sia giusto aver interrotto i negoziati di adesione perché oggi chi governa la Turchia, di fatto non rispetta i valori europei.