Newsletter n.4/2021 – Carta dei diritti fondamentali

 

L’articolo 48 della Carta dei diritti fondamentali è dedicato alla presunzione di innocenza e al diritto di difesa, riconosciuto a tutti coloro che sono imputati in un processo e la cui colpevolezza diventa tale solo quando riconosciuta con sentenza definitiva. A livello europeo, ciò ha portato ad identificare nel cosiddetto “terzo pilastro” dell’integrazione lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia. È necessario perciò che le magistrature e i sistemi di sicurezza degli Stati membri dialoghino anche in una dimensione europea. Oggi, si avvertono alcune carenze nell’integrazione, specialmente quando si tratta il tema delle tradizioni giuridiche preesistenti.

Per approfondire il tema, Massimiliano Nespola ha contattato l’europarlamentare italiana Laura Ferrara (Gruppo dei non iscritti, eletta nel collegio Italia meridionale), avvocato, esponente del Movimento 5 Stelle membro della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. In occasione dell’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo, svoltasi dal 18 al 21 gennaio, in un suo intervento, Laura Ferrara ha posto proprio l’accento sul tema, affermando che “il rafforzamento dello spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia nell’Unione europea non può prescindere dal miglioramento dell’attuazione del mandato d’arresto europeo”. È un tema di interesse sia giuridico che tecnologico, perché legato anche alle strategie per scambiarsi più agevolmente informazioni attraverso sistemi digitali di comunicazione che superino più agevolmente le difficoltà esistenti in tale ambito.

 

La digitalizzazione è più utilizzabile come metodo per svolgere i processi o come metodo di indagine?

In tale ambito, ho avuto colloqui sia con Europol che con Eurojust e questo metodo interessa entrambe le attività nell’ambito della cooperazione giudiziaria. Si parla infatti, già dalla scorsa legislatura, di utilizzare in tale settore sia l’intelligenza artificiale e che la digitalizzazione, per quanto siano due attività differenti. In entrambi i casi si tratta di affidare a sistemi informatici tutto ciò che oggi è svolto da funzionari, che devono trascrivere e tradurre determinate informazioni, inserire parole chiave, impiegando molto più tempo e andando a scapito dell’efficienza delle indagini. Ciò vale sia a livello nazionale che a livello europeo, per lo scambio di informazioni. Se i dati che hanno carattere di transnazionalità vengono inseriti su delle banche dati e si riesce a incrociarli in maniera più veloce, efficiente, automatizzata, si guadagna molto tempo.

La rapidità e la tempestività è fondamentale. Vi si deve accostare anche la fiducia reciproca tra Stati membri: se essa manca, diventa più complesso collaborare.

Qual è il livello di collaborazione, oggi, tra gli Stati membri?

Credo che si stiano facendo dei passi in avanti, sia per quanto riguarda lo scambio di informazioni che per quanto riguarda il voto per il regolamento relativo all’interoperabilità tra i sistemi di informazione dell’UE. In passato veniva contestato il fatto che le varie banche dati non fossero in comunicazione tra loro: informazioni importanti ai fini di un’indagine rischiavano di rimanere sconosciute. Inoltre, per quanto siamo ancora agli inizi, dal 1° marzo dovrebbe entrare in funzione anche l’Ufficio del pubblico ministero dell’Ue (EPPO).

Un tema controverso e delicato, quello di EPPO. Se n’è parlato poco e, quando se ne è parlato, in Italia, si sono sollevati alcuni dubbi e probabilmente si è fatta confusione sia sul suo ambito di competenza che sulle sue funzioni …

Anzitutto, va chiarito il fatto che con Eppo non si impone un sistema giudiziario europeo che sostituisca quelli nazionali. Anzitutto, la competenza di Eppo è limitata al perseguimento delle frodi finanziarie al bilancio dell’Unione: non si occupa quindi di tutti i procedimenti penali. Quando sarà operativo pienamente, si sarà raggiunto il giusto livello di fiducia tra Stati membri: laddove essi sostengano di voler fare riferimento alle proprie tradizioni giuridiche, bisogna chiarire che il punto non è quello di modificare i propri sistemi, ma semplicemente di creare una cooperazione a livello europeo. Del resto, ogni stato ha il proprio procuratore nell’ambito di Eppo. Ritengo che, una volta rodati i meccanismi, le competenze di Eppo possano anche essere ampliate; per esempio, si è parlato di ampliarle in relazione al terrorismo. Quando, nel corso della scorsa legislatura, presentammo (come gruppo dei Non Iscritti, ndr) emendamenti in merito al mandato di Eppo, anche i liberali si trovarono d’accordo su questo punto. Ci si trovò d’accordo sul fatto di ampliare tale mandato anche al perseguimento dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Propedeutico a tale passo, dev’essere il riconoscimento del reato stesso a livello europeo.

Continueremo a parlare del tema, abbastanza complesso, ma volevo aprire una parentesi: anche il Recovery plan rientra in questo progetto di miglioramento, con i programmi per la digitalizzazione?

Sì, sicuramente rientra anche nel nostro programma nazionale, perché la digitalizzazione e l’informatizzazione rientrano tra le riforme, anche a livello italiano, come annunciato dal Presidente Conte, per una maggiore efficienza e speditezza del nostro sistema giudiziario.

Poiché rappresenti anche una regione attualmente ancora più in crisi in epoca di pandemia, come la Calabria, volevo chiederti: c’è il rischio di un acuirsi della distanza da Bruxelles? C’è un “caso Calabria” per quanto riguarda la criminalità organizzata?

In diversi settori, come la sanità, l’infiltrazione della corruzione e della criminalità organizzata è nota da tempo e ho avuto modo anche di denunciarla. Non credo sia un fenomeno solo calabrese. Ho riflettuto anche su come poter coinvolgere l’Unione europea rispetto a quanto stesse avvenendo in Calabria. Anche se non ha una competenza diretta nel settore sanitario, è però vero che i trattati prevedono che l’Unione eserciti comunque un suo ruolo, facendo valere il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui rientra quello alla salute.

Tornando al tema del contrasto europeo alla criminalità organizzata, il punto centrale è questo: seguire i flussi finanziari e la circolazione dei capitali nelle varie modalità illecite in cui possono circolare, come false fatturazioni, riciclaggio, operazioni sospette su conti correnti esteri.

In questo ambito, ancora c’è molto da lavorare, anche se degli input dal Parlamento europeo sono arrivati, già nella legislatura 2009 – 2014, con l’istituzione della Commissione CRIM. Un ulteriore segnale si è avuto nella legislatura 2014 – 2019 con la mia relazione sul contrasto alla corruzione e alla criminalità organizzata, in cui il Parlamento europeo chiedeva il riconoscimento a livello europeo del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, ricalcando nella definizione quanto previsto dall’articolo 416 bis del Codice penale italiano. In questa legislatura, ancora una volta il Parlamento europeo, in una relazione a firma della collega Sabrina Pignedoli (Movimento 5 Stelle) ha riconosciuto la necessità di tale riconoscimento. Quindi gli input arrivano da parte del Parlamento europeo, ma poi la Commissione europea deve saperli cogliere. Su questo singolo aspetto, ricordo il fatto che confrontandomi con il Commissario King, responsabile nella scorsa legislatura per la Sicurezza e affari interni, a fronte dell’approvazione della mia relazione di cui sopra, non riteneva questo tema una priorità: priorità erano il terrorismo, la corruzione e il riciclaggio, ma non il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

È un tema, ripeto, delicato e scottante: si tratta di toccare gli interessi economici della criminalità organizzata, non è un lavoro da poco.

Durante un’audizione in Commissione Libe, lo scorso anno, con la presenza di Cafiero de Raho e altri esperti accademici, ho sollevato una riflessione sul come si possa ancora oggi possa esservi l’assenza del riconoscimento di questo tipo di reati …. ciò è dovuto ad una mancanza di consapevolezza oppure si tratta di una lacuna scientemente voluta per tutelare determinati interessi economici? Pensare che il non riconoscimento del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso su tutto il territorio europeo sia dovuto ad una mancanza di consapevolezza risulta un po’ ingenuo, senza per questo pensare ad una teoria del complotto. Gli input sono arrivati a più riprese – esisteva anche una sezione di Europol che si occupava proprio di questo – la consapevolezza c’è, ma forse ad alcuni Paesi, sta bene così perché la situazione attuale consente di alimentare determinate attività imprenditoriali.

È una materia in cui alcuni dettagli sfuggono e ciò lascia intendere che vi possano essere delle aree di incertezza, specialmente guardando all’area dei nuovi Stati membri dell’Est europeo.

Assolutamente sì. Ci sono ancora molti passi da compiere per armonizzare e rendere più snella e fluida la cooperazione tra Stati membri, per la presenza differenze sostanziali nelle culture giuridiche, per esempio in Polonia ed Ungheria, che vanno a toccare proprio lo stato di diritto. Ciò ostacola la messa in atto di riforme per contrastare in maniera più efficace la criminalità organizzata. Ricollegandomi al punto iniziale, è il motivo per cui pongo l’accento sulla necessità della fiducia reciproca per poter più agevolmente collaborare nel contrasto al fenomeno.

Massimiliano Nespola