Questa settimana poniamo alla vostra attenzione il testo di un giovane studioso, Erasmo Mancini. Neolaureato in Giurisprudenza presso la Pontificia Università Lateranense con una tesi dedicata al contesto normativo in cui opera Frontex. Mancini sta svolgendo il servizio volontario europeo – occupandosi di perfezionare e innovare i meccanismi di comunicazione sui social – presso la sede del Movimento europeo. Con il suo studio, Mancini ha ragionato anche sui possibili meccanismi di riforma di Frontex e dell’approccio stesso dell’Unione europea al fenomeno migratorio, viste e considerate le notevoli criticità evidenziatesi in questi ultimi anni. Motu proprio, ha voluto dedicare questo suo scritto alla Giornata della Memoria 2021, raccontando la sua esperienza di adolescente in viaggio di istruzione presso l’ex campo di concentramento di Auschwitz e Birkenau.
Lo stupore per il male altrui
Sono passati ormai oltre dieci anni dalla mia esperienza di viaggio nel complesso di campi di concentramento di Auschwitz, a pochi chilometri dalla bellissima città polacca di Cracovia. Ero poco più di un bambino, avevo appena compiuto tredici anni; era il gennaio del 2010 ed insieme ai miei compagni di classe ho preso parte ad un viaggio formativo di oltre una settimana incentrato sulla sensibilizzazione al tema dell’olocausto degli studenti delle scuole medie della provincia di Latina.
Partimmo in autobus, da Gaeta a Cracovia, oltre 1700 chilometri coperti in circa 23 ore di viaggio. Difficile dire se sin dall’inizio qualcuno di noi avesse realmente preso coscienza di quello che avremmo incontrato nel corso del nostro viaggio. Qualcuno di noi era meno bambino di altri, nascevano le prime relazioni, le prime esperienze, ricordo bene che per i primi giorni del viaggio metà dei miei pensieri erano dominati dalla ragazza per cui, al tempo, avevo una piccola cotta, un pensiero che tuttavia non tornò a casa con me quella settimana, non c’era più spazio nella mia mente al ritorno.
Ricordo come l’idea di dormire in autobus non fosse un problema per nessuno di noi. Era un lussuoso e comodo autobus a due piani pieno di televisori in alta definizione, dove per tutto il corso della lunga traversata venivano proiettati film sull’Olocausto. Tuttavia, nonostante possa apparire paradossale, quei film non costituivano un peso per noi ragazzi, erano la principale fonte di distrazione dalla monotonia del tragitto. Nulla poteva scalfire i nostri animi infantili, nulla che riguardasse l’olocausto almeno.
Arrivati a Cracovia, trovammo la neve, una chimera per ragazzini di una cittadina di provincia del centro sud Italia, questa divenne il principale argomento di conversazione per i primi giorni di visita alla città. Anche durante la visita al ghetto ebraico di Cracovia, di fatto, la neve affollava i nostri pensieri, non si faceva altro che valutare il livello di sporcizia presente in un cumulo e una volta ritenuto lo stesso accettabile, cominciare a lanciare la neve meno scura sui pesanti e goffi giubbotti dei nostri compagni.
Anche i professori apparivano molto rilassati, i benefici derivanti dal notevole potere di acquisto che ai tempi noi italiani possedevamo in Polonia ed il lusso dell’hotel li aveva resi molto calmi e pacati, ci lasciavano molta libertà, tanto da rendersi irriconoscibili ai nostri occhi.
Questo clima ci accompagnò fino alla mattina del 26 gennaio.
Il 26 Gennaio fu il giorno in cui io, i miei compagni ed i miei professori, mettemmo per la prima volta piede nel campo di sterminio nazista di Birkenau.
Eravamo tutti molto incuriositi da quel luogo, di fatto quando entri dal grande portone principale ed osservi i lunghi binari che portano al centro del campo il primo pensiero che ti viene in mente è di trovarti in una struttura militare, direi anche non troppo antica, vista l’estrema modernità della struttura stessa rispetto anche alle abitazioni che circondano i campi.
Ma questa concezione di Auschwitz come “semplice” campo militare, come museo, variava molto rapidamente con il passare delle ore.
Ricordo che, avanzando nella neve alta, le nostre guide ci mostrarono prima di tutto le latrine comuni, poi i dormitori comuni ed ancora il resto dei campi. Passammo da Birkenau I e II ad Auschwitz I, gli edifici in mattoni erano quasi gradevoli alla vista, di fatto non sembravano un mattatoio di anime. Alcune strutture sembravano simili a scuole, altre addirittura simili a case a schiera. Nonostante la vista dall’esterno delle strutture non fosse poi cosi sorprendente, ricordo il silenzio di quei momenti, nessuno voleva parlare, nonostante fosse pieno di neve bianca e pulita da lanciarsi addosso.
Come ho detto, le cose possono cambiare molto rapidamente durante una visita nel complesso di campi di Auschwitz: nel corso del pomeriggio e del giorno successivo ci mostrarono gli interni di quelle strutture cosi anonime.
Porta dopo porta, si aprivano mondi paralleli fatti di profondo degrado e solitudine. Ricordo molto bene i magazzini, oggi riempiti di oggetti personali dei detenuti dei campi, migliaia di scarpe, migliaia di parrucche e centinaia di protesi, qualcuna ancora annerita dai lembi di carne ormai putrefatti e rimossi solo successivamente dalle stesse. In particolare, le protesi ci colpirono molto: normalmente quando oggi si osserva una protesi separata dal corpo di un essere umano si pensa ad un manichino o ad una bambola, quelle protesi invece sembravano veri e propri arti umani separati da corpi viventi. Gli aloni e gli schizzi di sangue presenti su quelle forme lignee raccontavano una storia di dolore, di umiliazioni e, nel riflesso del vetro che ci separava dalle stesse, ognuno di noi poteva quasi sentire il puzzo della morte, un odore acre che ancora oggi avvolge le strutture.
Quello stesso odore acre, simile alla muffa ma meno dolce, meno naturale, avvolgeva le stanze delle ultime camere a gas rimaste nei campi. I sovietici fecero saltare i forni crematori, di cui oggi restano solo poche rovine, ma non riuscirono in ogni caso a far bruciare quel puzzo dalle fondamenta delle stesse e dalle ultime strutture di sterminio rimaste in piedi.
Era gennaio, in Polonia in quelle settimane si andava diversi gradi sotto lo zero, noi ragazzi camminavamo goffi sui sentieri in silenzio, ma non credo fosse il freddo a farci desistere dal parlare.
C’è un momento della visita che sono riuscito a comprendere a fondo solo molti anni dopo, e che tutt’oggi mi fa commuovere. La sera del 26 gennaio ci recammo tutti insieme al muro del pianto al tramonto, le nostre guide ci invitarono ad affrontare un momento di preghiera dinnanzi a quel simbolo sacro al popolo ebraico, rappresentazione della sofferenza di tutti gli individui passati per quel campo, non ebrei inclusi. Come molti italiani che visitano il campo fanno, ormai per consuetudine, cominciammo a cantare il brano “Auschwitz” di Guccini, non conoscevamo le parole ma le imparammo quasi subito dopo le prime strofe e soprattutto, piangemmo. Tutt’oggi non ho mai più visto molte di quelle persone piangere, ma quella sera di gennaio piangemmo tutti e piangemmo tanto, tantissimo, tanto da tornare in albergo con occhiali e sciarpe ancora bagnati dalle lacrime. Il giorno dopo, il 27 gennaio, terminata la visita mattutina alle fabbriche ci recammo a Birkenau per assistere al discorso dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, discorso a cui non assistemmo mai, poiché l’enorme tenda allestita per l’evento era ormai satura di autorità e studenti provenienti da tutto il mondo. In ogni caso, non me ne rammarico, sono abbastanza convinto che di quel discorso, oggi, non avrei ricordato neanche una parola.
Nella mia memoria sono piuttosto impressi i volti nelle foto scattate dagli scienziati nazisti ed esposte nei laboratori di Auschwitz I, ci sono i soffioni circolari delle camere a gas, c’è il significato della parola polacca Birkenau, betulla, dalla foresta di betulle che i nazisti abbatterono per costruire il campo, c’è il freddo pungente e soprattutto, c’è lo stupore del male altrui che li è stato commesso in modo consapevole e sereno.
Nonostante oggi esistano innumerevoli strumenti di sensibilizzazione al tema della Shoah e dello sterminio del diverso in ogni sua forma umana penso al cinema – penso alle testimonianze dei sopravvissuti, penso all’educazione civica stessa – sono convinto che nulla sia più efficace di una visita al complesso dei campi di concentramento di Auschwitz per instaurare in un individuo una sana e corretta memoria.
Parlo ancora con molte delle persone che parteciparono a quel viaggio; capita spesso, anche quando ci si incontra dopo molto tempo, di ricordare quei momenti e soprattutto capita spesso di raccontarli a persone che quei momenti non li hanno vissuti, invitandoli a recarsi li.
La memoria è un fenomeno umano collettivo, è necessario che si alimenti a vicenda, che la si coltivi come un orto comune da cui trarre frutti. Citando le parole della senatrice a vita Liliana Segre nel suo discorso al Parlamento europeo, “Il razzismo strutturale c’è sempre stato, non c’era il momento politico per tirare fuori il razzismo e l’antisemitismo che sono insiti nell’animo dei poveri di spirito” e questi momenti possono tornare, vi saranno sempre individui che tenteranno di trovare il terreno adatto per farsi avanti e alimentare di nuovo la non memoria, il sentimento negativo verso il proprio vicino, il proprio fratello.
A mio parere dovremmo tutti passare attraverso Auschwitz, sono convinto che se vogliamo davvero fermare qualsiasi forma di deriva, di negazionismo o anche semplicemente di “ignoranza” sui fatti storici, questo sia l’unico modo per farlo.
Il mio auspicio è che, in futuro, non solo classi di meritevoli di qualche istituto scolastico sparso per l’Europa, ma tutti i cittadini europei, giovani e non giovani, passino almeno una volta per Auschwitz, e ritrovino la memoria.
Erasmo Mancini
