Newsletter 22 Giugno/2026 – L’EDITORIALE

 

I TEMPI LUNGHI E INEFFICACI DEL METODO CONFEDERALE

Con I leaders europei si sono riuniti per la quinta volta dall’inizio del 2026 per discutere delle sfide a cui l’Unione europea è chiamata a dare risposte dettate in buona parte dalle emergenze internazionali e in parte dalla necessità di definire le “priorità politiche generali” con un compito che è attribuito loro in via quasi esclusiva dal Trattato di Lisbona e che precisa ad abundantiam che essi non esercitano o non dovrebbero esercitare alcuna funzione legislativa (art. 15.1).

Nel ricordare le molteplici e crescenti riunioni dei leader nel formato dei capi di Stato e di governo degli Stati membri evitiamo di citare le altre riunioni al Vertice che li ha visti insieme in questo primo semestre come l’ormai inutile Comunità politica europea o il Summit con i Balcani sulle prospettive delle future adesioni.

Nel leggere le lunghe conclusioni dell’ultimo e formale Consiglio europeo (LINK), nella versione definitiva in quindici punti che corregge e aggiorna il testo provvisorio ricevuto dalle delegazioni in via breve insieme alla lettera di convocazione inviata da Antonio Costa, vale la pena di sottolineare che la discussione sulle questioni strategiche controverse in cui è più forte il dissenso fra le posizioni nazionali dei governi è stata rinviata al Consiglio europeo di metà ottobre perché – come dicono le fonti diplomatiche – “le decisioni non sono ancora mature”.

Esse riguardano 

 –  il tema delle relazioni fra allargamento e riforme (interne) su cui lo stesso Consiglio europeo aveva chiesto alla Commissione europea di presentare un rapporto desaparecido nel giugno 2025,

 –  le politiche migratorie su cui sono emersi in parte inattesi contrasti fra i leader nonostante lo sciagurato accordo fra i legislatori sulla “remigrazione” e sui respingimenti in centri di detenzione di paesi terzi,

 –  la difesa europea su cui, nonostante le molte parole delle conclusioni del Consiglio europeo su numerose questioni che richiedono risposte concrete e urgenti, i leader hanno ritenuto indispensabile fissare una data per un nuovo dibattito strategico,

 –  ed infine la competitività sulla base delle proposte contenute nel rapporto Draghi del 2024 che sembrava ormai sepolto dopo le riunioni dei leaders a febbraio e marzo 2026 a favore dell’obiettivo denominato “one Europe, one market” e che invece riemerge apparentemente come un fiume carsico.

Segniamoci la data di metà ottobre in agenda e prepariamoci ad esprimere in anticipo il nostro punto di vista su questi quattro temi che riguardano l’essenza della costruzione europea a cui si aggiunge il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) su cui molti leader vorrebbero chiudere di fatto il negoziato a metà ottobre per consentire al Parlamento europeo di dare la sua (eventuale) approvazione e per concludere quest’iter al Consiglio europeo di dicembre.

A ben vedere e per esigere una visione coerente delle priorità strategiche i temi della competitività e della difesa non sono estranei al contenuto del QFP se non ci si dimentica che il rapporto Draghi aveva indicato in 800 miliardi di euro all’anno (in un mix di investimenti pubblici e privati aggiornato dalla BCE in 1200 miliardi) le necessità di finanziamenti futuri e che nel dibattito sulla difesa uno dei temi centrali è su chi investe su che cosa e all’interno di quale quadro finanziario.

Vi è poi chi ritiene che il futuro del QFP sia legato al dibattito su riforme e allargamento che riguardano il metodo asfittico al centro della governance intergovernativa del processo decisionale europeo di cui sono una dimostrazione parlante le scarne righe ad esso dedicate dalle conclusioni definitive del Consiglio europeo della scorsa settimana.

Consentiteci di denunciare con vigore lo spregio antidemocratico con cui le istituzioni europee, ma in particolare chi ci dovrebbe governare in una dimensione europea e cioè Antonio Costa e Ursula von der Leyen, trattano le opinioni pubbliche europee a cui vengono nascoste nelle conclusioni del Consiglio europeo le ragioni dei conflitti di interessi nazionali sull’ammontare del QFP, sulla ripartizione delle spese e sulle modalità del loro finanziamento.

Ci saremmo aspettati da Antonio Costa, nella funzione di chi è chiamato a “facilitare la coesione e il consenso nel Consiglio europeo” (art. 15.6.c TUE), e da Ursula von der Leyen, nella funzione di chi dovrebbe promuovere “l’interesse generale dell’Unione” (art. 17.1 TUE), un forte richiamo alle responsabilità dei governi nel rispetto del principio di cooperazione leale “per assicurare l’esecuzione delle obbligazioni che derivano dai trattati o che risultano dagli atti delle istituzioni dell’Unione” astenendosi “da ogni misura suscettibile di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione” (art. 4.3 TUE) di cui fa parte anche il principio della “solidarietà fra gli Stati membri” (art. 3.3 TUE).

È un richiamo doveroso (nel senso del loro dovere) al rispetto dei trattati che vorremmo ascoltare nella prossima sessione plenaria del Parlamento europeo quando Antonio Costa e Ursula von der Leyen faranno una relazione sui risultati del Consiglio europeo.

Vorremmo infine che il richiamo al “realismo” – sorprendentemente richiamato dai relatori parlamentari sul QFP Muresan e Tavares nella conferenza stampa a Strasburgo del 16 giugno – sia sostituito da un appello al Parlamento europeo, ai parlamenti nazionali e ai cittadini europei a sostegno di un bilancio ambizioso per garantire beni pubblici europei attraverso vere risorse proprie per annullare integralmente i contributi nazionali (LINK).

Bruxelles, 22 giugno 2026 coccodrillo