Newsletter 13 Ottobre/2025 – L’EDITORIALE

 

UNA TREGUA PROVVISORIA O UNA PACE DURATURA IN MEDIO ORIENTE

Con la liberazione degli ultimi ostaggi ancora in vita, catturati due anni fa dai terroristi di Hamas, e con la scarcerazione di una parte di prigionieri palestinesi che Netanyahu ha definito “assassini” inizia finalmente una tregua in quest’area martoriata del mondo e considerata come la regione con la maggiore quantità e la maggiore durata di conflitti.

Con la tregua dovrebbero essere interrotte le azioni militari della forza di difesa israeliana (IFD) anche se il governo di Tel Aviv non intende rinunziare alla distruzione dei tunnel dove si rifugiavano i miliziani di Hamas.

Questi stessi miliziani dovrebbero accettare di disarmarsi secondo i venti punti dell’accordo condiviso dai Paesi arabi (LINK) ma i leader di Hamas non hanno preso alcun impegno ed escludono la possibilità di abbandonare il controllo della Striscia di Gaza per cederlo all’Autorità palestinese o ad una provvisoria amministrazione internazionale.

Memori di una storia sanguinosa che dura da quasi ottanta anni, è più realistico parlare di tregua temporanea e non di pace duratura.

È ben difficile immaginare infatti una pacifica convivenza fra palestinesi ed israeliani o relazioni non conflittuali fra due popolazioni confinanti di cui quella israeliana risiede in un territorio indipendente e dunque in uno Stato che unisce regole democratiche alla rivendicazione di un sistema teocratico e quella palestinese risiede solo in una parte di territorio (la Striscia di Gaza) perché un’altra parte più consistente (Westbank) è illegalmente occupata dai coloni ebrei.

In questa situazione i rapporti fra le due popolazioni potrebbero essere paragonati allo stato di apartheid perseguito dalle minoranze bianche fino al 1991 in Sud Africa quando la liberazione dal carcere di Nelson Mandela aprì la strada alla fine delle discriminazioni razziali perpetrate a danno delle libertà e dei diritti civili dei neri.

Persistono tuttora in Sud Africa violenze e soprusi da ambedue le parti insieme al mancato superamento delle diseguaglianze socioeconomiche, alla diffusa povertà che colpisce i neri e a fenomeni di corruzione nel quadro di un processo di consolidamento democratico dove si dimostra che questo processo non è appannaggio solo dell’Occidente.

Il passaggio dalla tregua temporanea ad una pace che duri nel tempo, aprendo a lungo termine la via a formule innovative di convivenza fra due popoli e due Stati come l’ipotesi di una Confederazione piuttosto che di una improbabile federazione, esige risposte alle molte domande lasciate aperte dal piano la cui paternità viene attribuita al solo Donald Trump.

Esso è invece il risultato di una convergenza di interessi politici, economici, finanziari e di sicurezza fra gli Stati Uniti da una parte e i Paesi arabi dall’altra in un negoziato da cui sono stati inizialmente esclusi altri attori internazionali come la Russia, la Cina e la Turchia ma anche la silenziosa e frammentata Unione europea con l’eccezione dell’iniziativa di Emmanuel Macron in coppia con il principe saudita Mohammad bin Salman Al Saud.

Ci sono alcune domande lasciate aperte dagli accordi sottoscritti a Sharm el-Sheikh che richiedono  tre risposte in tempi rapidi e cioè

  • la ricostruzione della Striscia di Gaza, dopo due anni di distruzioni perpetrate dal governo Netanyahu, dei suoi costi e delle modalità di gestione che non potranno essere affidate né ad Israele né ai palestinesi sapendo che l’obiettivo della ricostruzione deve essere quello di garantire ai palestinesi di vivere con dignità sulla loro terra per creare le condizioni economiche e sociali di sviluppo di una popolazione che per metà ha meno di venti anni,
  • la definizione di un territorio palestinese con confini precisi ed inviolabili che appare essenziale, anche dal punto di vista del diritto internazionale, per la creazione di un vero e proprio Stato della Palestina passando dalle affermazioni di principio al suo effettivo riconoscimento da parte di tutta la comunità internazionale a partire dall’Unione europea e sapendo che esso è già stato riconosciuto dall’ONU nel 2012 e dalla Lega Araba fin dal 22 settembre 1948, ma che esso dovrà essere riconosciuto da Israele come lo Stato di Israele dovrà essere riconosciuto dallo Stato della Palestina,
  • le condizioni per una comune identità politica del popolo palestinese, nonostante la sua frammentazione internazionale, che dovrà presto riconoscersi in una leadership autorevole in vista di nuove elezioni presidenziali che non si svolgono dal 2005 e che coinvolgano tutti quelli che vivono nella Striscia di Gaza e nella Wesbank insieme a chi vive in Israele, in Giordania e negli altri Paesi arabi (Siria, Libano, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Iraq e Yemen).

Non è un caso che, per ostacolare l’identificazione in una leadership autorevole, il governo Netanyahu si sia rifiutato di scarcerare il leader palestinese Marwan Barghuthi in prigione dal 2002, condannato all’ergastolo per aver diretto il braccio armato di Al Fatah – così come Nelson Mandela aveva diretto in Sud Africa il braccio armato dello African National Congress – e che ha accettato l’esistenza dello Stato di Israele definendolo “il nostro futuro vicino”.

Noi ci uniamo all’appello e alla richiesta di molte organizzazioni non governative a difesa dei diritti fondamentali per la liberazione immediata ed il ritorno di Marwan Barghuthi a Ramallah come un forte segnale che è iniziata una vera pacificazione fra palestinesi e israeliani.

Perugia, 12 ottobre 2025coccodrillo