CARE LETTRICI E CARI LETTORI
La nostra newsletter settimanale Noi e il futuro dell’Europa è stata concepita per contribuire ad una corretta informazione sull’Unione europea e partecipare al dibattito sulla riforma dell’Unione, così come abbiamo fatto durante la Conferenza sul futuro dell’Europa e come continueremo a fare per la nuova legislatura europea.
Ecco l’indice della nostra newsletter di oggi:
– Editoriale, che esprime l’opinione del Movimento europeo su un tema di attualità
– Rubrica “Attualità“
– Petizione al Parlamento europeo
– Rubrica “Attiriamo la vostra attenzione“
– La settimana del Movimento europeo
– Eventi principali, sull’Europa in Italia e Testi in evidenza
Siamo come sempre a vostra disposizione per migliorare il nostro servizio di comunicazione e di informazione e per aggiungere vostri eventi di interesse europeo nella speranza di poter contare su un vostro volontario contributo finanziario.
L’EDITORIALE
PIAZZA DEL POPOLO EUROPEO:
DIFESA, PACE, COALIZIONE CENTO PIAZZE PER L’EUROPA E REPUBBLICA EUROPEA
- La piazza di Londra e la piazza di Roma
A Londra e in video-conferenza sono andati in scena il 15 marzo le divisioni e i dubbi dei cosiddetti Paesi “volenterosi” su invito del Primo Ministro britannico Kerr Starmer e del Presidente francese Emmanuel Macron e dunque al di fuori o al di là dell’Unione europea per rispondere alla progressiva vicinanza da Donald Trump e Vladimir Putin e al rischio di un accordo senza l’Ucraina e senza l’Unione europea.
Si sono ritrovati invece a Roma il 15 marzo cittadini e associazioni in “una Piazza per l’Europa” richiamati dall’appello di Michele Serra e spinti da reazioni più emotive di fronte alla crescita dei nazionalismi illiberali e all’evaporazione della vecchia democrazia liberale statunitense che fondate sulle ragioni di chi sostiene che “l’Europa ci serve”.
- Le condizioni per la pace in Ucraina
Donald Trump ostenta ottimismo su un accordo per una tregua in poche settimane o entro Pasqua, ma Vladimir Putin ha comunicato all’inviato USA Steve Witkoff le condizioni che debbono “rimuovere le cause all’origine della crisi” e cioè:
- la rinuncia dell’Ucraina ai territori occupati dall’esercito russo di Lugansk e Donetsk, russofoni ma certamente non russofili,
- la resa dei soldati di Kiev nella regione russa del Kursk a cui egli ha offerto l’opzione fra cedere o morire,
- e il veto a truppe europee o, forse, internazionali con funzioni di peacekeeper dentro o alle frontiere dell’Ucraina.
Se Donald Trump confermasse la sua decisione di abbandonare Volodymir Zelensky ad un destino perlomeno incerto sia militare che politico, la sostituzione europea del sostegno USA sarà certo molto difficile.
In tre anni l’Ucraina ha usufruito soprattutto del supporto statunitense in aiuti militari, finanziari e umanitari fino al dicembre 2024 pari a 114 miliardi di euro mentre 104 miliardi di euro sono arrivati dall’insieme dell’Unione europea ivi compresi quelli dal bilancio europeo (49 miliardi di euro) con l’Italia in fondo alla lista (2,26 miliardi di euro), tutti forniti in ordine sparso con interventi bellici inefficaci e non coordinati perché non coordinate e inefficaci sono le ventisette difese nazionali i cui effettivi sono stati ridotti della metà negli ultimi venti anni.
- La risposta popolare all’imperialismo di Putin e alla democrazia illiberale di Trump
Sappiamo che, da molto tempo, non scendeva in piazza il “popolo europeo” con il forte limite di un 15 marzo a Roma di una mobilitazione solo italiana e non europea.
La speranza è che si possa costituire o ricostituire in futuro una rete di associazioni e di cittadini in tutta Europa per rivendicare un futuro del continente coerente con i valori che sono stati all’origine dell’idea di pacificazione dopo la tragedia delle due guerre mondiali e che Piazza del Popolo ha identificato spontaneamente nel Manifesto di Ventotene.
Certamente il Manifesto “non basta più” (Andrea Malaguti, La Stampa 15 marzo) o la sua rivendicazione non basta da sola ma esso ha rappresentato in questi ottantaquattro anni la visione più lucida e pragmatica dell’idea di una democrazia europea solida e destinata a durare nel tempo contrariamente alla visione confusa e grottesca di chi lo giudica da anni con ripetuta petulanza un “progetto profondamente anti-democratico con una visione giacobina dei rapporti fra élite e popolo” che sarebbe all’origine dei fallimenti dell’Europa (Luca Ricolfi, ancora su La Stampa ripetendosi poi su Il Gazzettino, 14 e 15 marzo), una visione alternativa alla pericolosa proposta di un nuovo nazionalismo, che indica delle istituzioni a garanzia dell’estensione dell’idea di libertà e di pace l mondo intero.
Sappiamo anche che gli Stati e le opinioni pubbliche europee si stanno dividendo sul sostegno all’Ucraina se si prendono in considerazione le manifestazioni quasi oceaniche che hanno mobilitato centinaia di migliaia di tedeschi, finlandesi, portoghesi, cechi e slovacchi già dal 24 febbraio 2022.
I tedeschi sono di nuovo scesi in piazza il 24 febbraio 2025, rinnovando la richiesta al governo di “stand by Ukraine” al motto “Russia is a terror state” nel terzo anniversario dell’invasione russa anche come risposta alle pulsioni autoritarie e pro-Putin dell’AFD.
In un’Italia la mobilitazione popolare che ha coinvolto gli altri Paesi europei non c’è stata poiché l’opinione si è divisa fra le polemiche sterili che hanno contrapposto le forze politiche sia nella maggioranza che all’opposizione, impedendo di discutere seriamente di una pace giusta a garanzia della indipendenza e della inviolabilità dell’Ucraina e dei Paesi limitrofi.
Contrariamente ad un’opinione diffusasi in Occidente ma smentita dalla stessa Russia, l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina iniziata nel 2013 con la caduta del governo pro-russo del presidente Janukovyc riguarda tutta l’Europa perché essa annulla gli impegni per la sicurezza e la cooperazione sul continente sottoscritti nel 1975 con gli accordi di Helsinki e nel 1990 con il Trattato di Parigi.
L’aggressione all’Ucraina conferma dunque l’obiettivo imperialista di Vladimir Putin di ricostituire la “Grande Russia” come è avvenuto con la lunga guerra in Cecenia fino al 2009 e con l’annessione della Crimea nel 2014 insieme alla guerra nel Donbass e come potrebbe avvenire verso i Paesi baltici ed i Paesi indipendenti dell’Europa orientale (Georgia e Moldova) se gli accordi con Donald Trump avvenissero alle condizioni russe e se, dopo la tregua, non ci fossero forze internazionali di monitoraggio, di interposizione e di garanzia sul territorio ucraino e alle frontiere fra la Russia e i Paesi vicini.
- La piazza di Roma e il Manifesto di Ventotene
Vale la pena per questo aspetto italiano di dedicarsi rapidamente alla lettura dei principali quotidiani dopo il 15 marzo:
- Da una parte il giudizio positivo di Repubblica (“L’Europa siamo noi”), il Corriere della Sera (“La Piazza di bandiere blu per sostenere l’UE”), La Stampa (“L’Europa, la piazza e il sentimento del popolo che cerca una risposta politica”), Avvenire (“Piazza del Popolo”), Il Sole 24 Ore (“Sicurezza e Pace: la UE oltre il sentimento”), Il Messaggero (“In piazza per l’Europa siamo 50mila”), Il Mattino (“Una piazza per l’Europa ma contro il riarmo UE”), Domani (“L’Europa e la piazza dei 50milla”) e il Mattino di Padova (“Migliaia di voci per l’Ue ma il riarmo divide ancora”).
- Dall’altra il tentativo di annullare il positivo “effetto Serra” su cui si sono sforzati tutti i giornali di destra e di estrema destra da il Giornale (“Dalla guerra ai diritti gay, l’orgoglio della insalatiera mista”), Libero (“E quindi? Sinistra in piazza a Roma con i soliti vip….e nessuno ha capito cosa vogliono”), La Verità (“A Roma va in scena la triste euro-propaganda”), Il Tempo (“L’effetto Serra affonda Schlein”) ma anche il Fatto Quotidiano (“Guerrafondai e pacifisti in piazza: l’Ue per tutti i gusti fa il pieno in piazza”) con la caricatura di Michele Serra definito “santo subito” ed “eroe dei finti tonti d’Europa, smascheratore delle schifezze paci finte”.
Vogliamo dedicare tuttavia un commento all’editoriale di Tommaso Di Francesco su Il Manifesto – un quotidiano di cui apprezziamo ma non sempre condividiamo le analisi e il pluralismo di idee – che ci ha fornito una sintesi giornalisticamente disprezzabile di disinformazione e di mal-informazione da cui vorremmo trarre un nostro giudizio più articolato sulla piazza di Roma.
Secondo Tommaso Di Francesco (“I pacificatori disinteressati alla pace”) i pacificatori non vogliono la pace e c’era chi voleva andare in piazza con le bandiere della NATO.
Sui pacificatori che “non vogliono la pace” siamo convinti che Tommaso Di Francesco non ha letto o non ha voluto capire la lettera che centinaia di militanti federalisti, fra cui il Movimento europeo – ma non chi sostiene senza se e senza ma il piano ReArmEurope – hanno scritto ai movimenti per la pace per proporre loro di manifestare tutti insieme.
Non tutti i movimenti che si dichiarano per la pace hanno ignorato la lettera dei federalisti perché alla “piazza per l’Europa” hanno aderito fra gli altri, oltre alle organizzazioni federaliste e Europa Porta Europa, la Tavola per la Pace, l’ANPI, la Comunità di Sant’Egidio, le Acli, la Costituente della Terra e c’erano Cgil, Cisl e UIL ancora una volta insieme che hanno firmato un appello dei sindacati europei per la pace, la Legacoop, gli artigiani e piccole e medie imprese della CNA, l’organizzazione agricola della CIA, la Legambiente, il Forum sulle diseguaglianze di Fabrizio Barca e centinaia di sindaci mobilitati dalla Legautonomie insieme al Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e al Sindaco di Ventotene.
Per ora ci fermiamo qui ma su La Repubblica potete leggere la lista completa per evitare di dimenticare le centinaia di adesioni arrivate a Michele Serra.
Con tutti quelli che non hanno aderito dobbiamo continuare a discutere perché il Movimento europeo è lo spazio pubblico del dialogo e non di sterili contrapposizioni sapendo che tutti quelli che sostengono l’idea di sterili contrapposizioni sono e saranno fuori dalla cultura del Movimento europeo.
Sulle bandiere in piazza vale la pena di sottolineare che non c’erano vessilli della NATO né bandiere USA o russe ma c’erano in prevalenza bandiere blu con le dodici stelle, una bandiera che non è stata fin dall’inizio la bandiera dell’Unione europea né tanto meno quella di Ursula von der Leyen.
Fu prima la bandiera del Consiglio d’Europa nel 1955 e fu scelta su proposta prima dal Parlamento europeo nel 1983 e quindi da Jacques Delors nel 1985 per le allora Comunità europee che l’hanno resa obbligatoria nel 1986 su tutti gli edifici pubblici ed è il simbolo (non accettato dai governi come segno costituzionale insieme ad altri simboli come l’Inno ed ancor di più il primato del diritto europeo difeso dalla Corte di Giustizia ma contestato da Giorgia Meloni e Viktor Orban) dell’Unione degli Stati membri e dei cittadini europei.
C’erano in piazza le bandiere verdi e bianche di tutte le organizzazioni federaliste (Movimento europeo, MFE e GFE) e c’erano bandiere e striscioni arcobaleno della pace come è stato suggerito dalla sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi in quanto atto importante che unisce l’Unione europea ai suoi valori fondanti.
C’erano – poche – bandiere dell’Ucraina.
Insieme all’assenza di bandiere russe (ma Putin non è tutto il popolo russo), non c’erano bandiere bielorusse, cinesi o iraniane o nord coreane.
Se ci si basa sull’applausometro, i maggiori consensi sono andati all’evocazione del Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli, della pace e della difesa comune che, come sappiamo, è cosa diversa dall’aumento delle spese militari nazionali che sarebbero un primo passo nella direzione sbagliata e che è stata proposta da Ursula von der Leyen nel suo ReArmEurope accolto con molti distinguo dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo ma che deve ancora tradursi in atti legislativi europei.
- Piazza del Popolo, e poi?
Gli organizzatori avrebbero potuto invitare a parlare quei giovani palestinesi e israeliani che lottano per l’idea dei due Stati in pacifica convivenza e che contestano nello stesso tempo la proposta di uno Stato palestinese dal fiume al mare che vuol dire cancellare lo Stato di Israele e l’occupazione illegittima dei territori palestinesi da parte dei coloni israeliani.
Sarebbe stato molto importante collegarsi con la piazza di Belgrado dove trecentomila serbi manifestavano il 15 marzo contro la corruzione nel governo e per una Serbia europea dando la parola alla leader dei giovani universitari Marjia Sekulic e spiegando che le ragioni di quelle manifestazioni e dell’assenza di bandiere europee sono legate anche alle inaccettabili ambiguità della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen che si è limitata a chiedere al Presidente Aleksandar Vucic di “non fare uso della forza” contro l’opposizione.
- Conclusioni provvisorie
Noi suggeriamo in vista della prossima Piazza per l’Europa o, meglio, delle prossime piazze dei popoli europei come è avvenuto il 15 marzo in Place Albertine a Bruxelles di allargare la mobilitazione nei Paesi membri e nei Paesi candidati promuovendo la formazione di una rete che potrebbe chiamarsi “coalizione cento piazze per l’Europa” e pensiamo che questa iniziativa debba essere lanciata dai trentotto consigli nazionali del Movimento europeo internazionale in occasione della Assemblea federale che si svolgerà il 26 giugno 2025 a Bruxelles in coincidenza con il Consiglio europeo e che potrebbe essere preceduta da iniziative simboliche nelle capitali europee dall’8 al 10 maggio 2025.
Noi diciamo sì ad un’Europa unita dei ponti e non dei muri che cancelli i nazionalismi (tutti i nazionalismi che, come disse Mitterrand, provocano le guerre), giusta, solidale e democratica con una politica estera e di sicurezza al servizio della pace.
Lottiamo pacificamente per una “Repubblica europea” e non perdiamoci di vista.
Roma, 17 marzo 2025![]()
ATTUALITA’
L’Ucraina, la difesa e la pace
Vogliamo sintetizzare il nostro pensiero su due punti legandoci alle idee che sono al centro del dibattito politico in Italia e in Europa e che hanno attraversato il 15 marzo Piazza del Popolo.
- Il sostegno all’Ucraina e il processo di pace in Europa
Il sostegno all’Ucraina nella sua risposta all’aggressione russa deve proseguire ed anzi rafforzarsi attraverso una determinazione unitaria nelle organizzazioni internazionali, la disponibilità a contribuire a garantire anche militarmente il rispetto della tregua e poi degli accordi di pace da parte di tutti gli attori se tali accordi saranno negoziati intorno a un tavolo a cui partecipino su un piano di uguaglianza il governo ucraino e i rappresentanti dell’Unione europea, del Consiglio d’Europa e dell’OSCE di cui fanno parte sia il Regno Unito e la Turchia.
Gli accordi devono prevedere una missione di forze di interposizione e di controllo della tregua e che devono essere composte da effettivi internazionali di Paesi che non sono stati parti in causa e che escludono la Nato e l’Unione europea da una parte e la Russia e i suoi alleati dall’altra con funzioni di peace keeping, peace building ma anche di peace enforcement come previsto dallo Statuto delle Nazioni Unite ed una catena di comando autonoma dagli Stati coinvolti essendo consapevoli dei problemi nati in altre passate iniziative di pace come nella guerra civile che ha martoriato i Balcani.
L’Unione europea deve chiedere nell’incontro di Roma dal 10 al 12 luglio l’impegno internazionale al coinvolgimento nell’opera di ricostruzione dopo la guerra delle grandi banche e organizzazioni finanziarie (Banca Mondiale, FMI, BERS e BEI) immaginando anche la creazione di una banca ad hoc insieme a regole precise e condizioni rigorose di attribuzione, gestione e rendicontazione dei fondi che ne sottraggano la responsabilità alle autorità ucraine affidandole ad una amministrazione controllata che applichi i principi finanziari dell’Unione europea.
L’eventuale adesione dell’Ucraina all’organizzazione politica e militare del Patto Atlantico deve far parte degli accordi di pace che devono preludere ad una conferenza internazionale sul modello di quella di Helsinki del 1975 e del Trattato di Parigi del 1990.
L’eventuale adesione all’Unione europea dell’Ucraina e degli altri Paesi candidati deve essere preceduta – nella misura in cui essi saranno in grado di rispettare e di adeguarsi all’acquis communautaire – all’accordo preliminare dei loro parlamenti sulla esclusione di ogni opting out preteso dai candidati, allo stato di diritto, al primato del diritto europeo e alla sua personalità giuridica internazionale insieme all’adesione ai poteri della Corte di Giustizia e al principio della cooperazione leale, alla Carta dei diritti fondamentali, ai diritti delle persone che appartengono a delle minoranze, al rispetto delle competenze esclusive ed in particolare il mercato interno, la politica monetaria e la politica commerciale.
L’Unione europea, da parte sua, deve avviare in tempo utile prima delle future adesioni un processo di riforma federale dell’Unione europea che sia fondato su una procedura democratica costituente in cui sia riconosciuto il potere di iniziativa del Parlamento europeo, il coinvolgimento dei parlamenti nazionali attraverso delle “assise” a cui partecipino come osservatori delegati dei parlamenti dei paesi candidati come avvenne nella Convenzione sul futuro dell’Europa e la ratifica del testo di riforma attraverso un referendum pan-europeo come fu proposto in quella Convenzione dalla maggioranza dei suoi membri.
- La difesa europea e la pace internazionale
Per quanto riguarda la difesa europea con una funzione deterrente, di protezione civile, di lotta al terrorismo internazionale e di mantenimento della pace (peace keeping, peace building e peace enforcement) e di monitoraggio sul rispetto dei trattati internazionali noi siamo convinti che le scelte strategiche, politiche ed operative debbono precedere la quantificazione delle spese europee usando gli strumenti che esistono già come l’Agenzia europea di procurement comune, l’Agenzia europea della Difesa e il futuro fondo EDIP per l’industria militare in codecisione sul tavolo del Consiglio e del Parlamento europeo e, come futura catena di comando sottoposta ad una autorità politica, l’esistente Stato Maggiore Europeo per andare ben al di là di unità operative multinazionali come Eurofor e Eurocorps che non sono mai andato oltre attività di addestrative comuni.
Ciò può e deve avvenire in tempi rapidi, contrariamente all’approccio proposto da Ursula von der Leyen che ha suggerito l’ammontare totale di 800 miliardi di euro prima di identificare gli obiettivi che vanno bel al di là della inutile bussola cosiddetta strategica adottata nel maggio 2022 e dell’inefficace cooperazione strutturata a 26 nel quadro delle PESCO.
La difesa europea deve essere così parte integrante della politica estera e della sicurezza europea nella prospettiva di un governo europeo abilitato a decidere per tutti sotto il controllo del Parlamento europeo includendo anche il tema della difesa civile, dei corpi di pace e di solidarietà sapendo che la prospettiva di una vera difesa europea per rispondere alla eventuale fine dell’ombrello statunitense europeo nella NATO aprirà la questione della deterrenza nucleare francese su cui Emmanuel Macron ha tuttavia ribadito che “la dissuasione nucleare è e resterà francese dall’inizio alla fine” chiudendo per ora la porta alla rinuncia di Parigi alla propria sovranità e una riflessione sull’ipotesi dell’adesione dell’Unione europea all’organizzazione politica dell’Alleanza Atlantica sulla base dell’art. 42.7 TUE per le relazioni con la NATO e l’art. 217 TFUE che autorizza l’Unione europea a sottoscrivere degli accordi con organizzazioni internazionali con diritti e obblighi reciproci insieme ad azioni comuni.
Fin da subito, uniformando le infrastrutture e i comandi europei con quelli della NATO, si può con urgenza costruire un pilastro europeo della NATO che permetta di avere una autonomia strategica dagli USA e la possibilità di agire in modo indipendente dopo un loro eventuale ritiro dalla Alleanza.
Noi siamo anche convinti che il primo passo verso investimenti europei nel settore della difesa si indirizzerebbe nella direzione sbagliata se in esso prevalesse l’idea di aumentare le spese nazionali usando la clausola di sospensione e di salvaguardia del Patto di stabilità, a cui il governo italiano vorrebbe aggiungere surrettiziamente la lotta all’immigrazione con il controllo delle frontiere nazionali, quando ciascuno Stato europeo difende gelosamente sovranità, produttori, importatori e accordi internazionali rifiutandosi di adottare qualunque forma di cooperazione sul controllo delle vendite di armi a paesi terzi.
L’idea di aumentare globalmente le spese militari, che rischierebbero di concentrarsi sugli effettivi e non su investimenti comuni e coordinati, perde di credibilità se si considera che nel 2024 la Russia ha speso per la difesa in termini reali 145,9 miliardi di dollari mentre i cinque maggiori Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia) ne hanno spesi da soli 294.
Si dovrebbe invece rafforzare il bilancio europeo con prestiti e titoli di debito pubblico e poi con nuove risorse proprie come è avvenuto con il NGEU i cui atti normativi furono basati non più sull’art. 122 TFUE ma sull’ultima parte dell’articolo 175 TFUE, che prevede “azioni specifiche” a medio termine al di fuori dei fondi a finalità strutturale e che richiede la procedura legislativa ordinaria garantendo così il controllo democratico europeo ed il coinvolgimento dei parlamenti nazionali sulla base dell’art. 5 TUE.
Si tratta di finanziare azioni comuni in settori in cui manca la cooperazione operativa militare e industriale e in cui fosse indispensabile un’efficace cooperazione e interoperabilità come i servizi di intelligence, i sistemi di difesa antimissile e anti-droni e uno scudo spaziale europeo, strumenti satellitari per garantire l’autonomia strategica insieme all’integrazione degli investimenti pubblici in una dimensione europea per affrancarsi progressivamente dalle tecnologie statunitensi come suggerito dal rapporto Draghi.
Nel settore industriale è urgente approvare il regolamento relativo al Fondo EDIP, piuttosto che creare un nuovo piano Security Action For Europe (SAFE) come proposto dalla Commissione europea, rafforzandone la dimensione finanziaria con i prestiti di 150 miliardi di euro già annunciati nel “Libro Bianco sulla Difesa” le cui basi giuridiche (art. 114.1 sul riavvicinamento delle legislazioni, art. 173.3 sulla politica industriale, art. 212.2 sulla cooperazione economica e finanziaria con paesi terzi e art. 322.1 sulle regole finanziarie) prevedono il voto a maggioranza qualificata del Consiglio e la proceduta legislativa ordinaria e dunque il ruolo legislativo del Parlamento europeo.
Nel caso in cui apparissero necessarie azioni per raggiungere gli obiettivi indicati nel paragrafo 5 degli articoli 3 e 21 TUE ed in particolare quelli della pace e della sicurezza ma il Trattato non avesse previsto i poteri d’azione bisognerebbe ricorrere all’art. 352 TFUE che richiede una proposta della Commissione europea, l’approvazione del Parlamento europeo con il coinvolgimento dei parlamenti nazionali e la decisione unanime del Consiglio dell’Unione.
Se l’ostacolo dell’unanimità nel Consiglio non potesse essere superato la strada percorribile potrebbe essere quella che fu indicata nel 2017 dopo la Brexit dagli allora ministri degli esteri Paolo Gentiloni e della difesa Roberta Pinotti con il sostegno di Francia, Germania e Spagna per un trattato al di fuori dei trattati ispirandosi al contenuto del progetto di Trattato per una Comunità europea di Difesa congelato nel 1954 dall’Assemblea nazionale francese e dal non-voto del Parlamento italiano con un metodo che richiami il modello di Schengen sulla libera circolazione delle persone sottoscritto inizialmente nel 1985 da Francia, Germania e Benelux con l’obiettivo di integrarlo come è avvenuto nel 1997 con il suo acquis quando le condizioni politiche lo consentirono.
Esso fu integrato con l’eccezione del Regno Unito e dell’Irlanda che ottennero, con molti caveat, di non sottoscrivere l’integralità di quell’acquis e con una soluzione che potrebbe avvenire con i Paesi membri dell’Unione europea che non fanno parte della NATO (Austria, Cipro e Malta) ma con l’eccezione positiva dell’Albania, dell’Islanda, della Macedonia del Nord, del Montenegro, della Norvegia, del Regno Unito e della Turchia che non sono membri dell’Unione europea ma che sono membri della NATO.
Pier Virgilio Dastoli
Roma, 17 marzo 2025
PETIZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO
Promuovere nell’attuazione del Patto Europeo Migrazione e Asilo il
modello “Riace” per l’accoglienza e inclusione dei migranti
Il Movimento Europeo Italia, insieme al “Comitato 30 gennaio per l’europeizzazione del modello Riace”, ha presentato alla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo una petizione per promuovere il modello Riace nell’attuazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo.
Riace ha dimostrato che accoglienza e inclusione possono andare di pari passo con la rinascita dei territori e la costruzione di comunità più coese. Ora chiediamo all’Unione Europea di:
- Coinvolgere le autorità locali e la società civile nelle politiche migratorie.
- Finanziare un progetto pilota basato sul modello Riace.
- Promuovere un’iniziativa legislativa per garantire un trattamento equo ai migranti.
- Porre fine alla criminalizzazione di chi fornisce assistenza umanitaria.
Abbiamo 90 giorni per raccogliere il maggior numero di firme possibile!
Firmare è semplice e veloce attraverso questo MODULO ONLINE.
Vi invitiamo a sottoscrivere la petizione e a condividerla con i vostri contatti. Insieme possiamo costruire un’Europa più giusta e solidale!
Testo della petizione disponibile in: [ITALIANO] – [INGLESE] – [FRANCESE]
ATTIRIAMO LA VOSTRA ATTENZIONE
“Giorgio Napolitano e il Parlamento europeo”
a cura di Pier Virgilio Dastoli e Nicoletta Parisi con prefazione di Giuliano Amato
(Editoriale Scientifica – Napoli)

II volume trova la propria origine nell’evento dedicato a Giorgio Napolitano, tenutosi il 22 febbraio 2024 su invito e iniziativa del Senatore Pier Ferdinando Casini e del Movimento Europeo in Italia, nonché con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale a partire dal progetto dedicato ai “Beni comuni europei per una prosperità condivisa: opportunità e sfide del sistema Italia nella decima Legislatura europea”.
Il volume non si limita a raccogliere il testo degli interventi allora presentati da personalità che – per aver ricoperto incarichi nelle istituzioni europee e per essere state vicine a Giorgio Napolitano durante la sua esperienza di componente del Parlamento europeo – hanno voluto, prima, prendere parte all’evento e, poi, mettere a disposizione dei curatori il proprio contributo. Esso è infatti integrato da altre testimonianze – fra le quali quella espressa dalla Prefazione di Giuliano Amato – e dalla raccolta dei discorsi che Giorgio Napolitano ha tenuto nel corso della quinta legislatura del Parlamento europeo, dove Egli ha ricoperto l’incarico di Presidente della Commissione Affari Costituzionali (1999-2004). Quest’ultima scelta è stata motivata dalla volontà dei Curatori di far scaturire direttamente dalle parole del Nostro il grande contributo da Lui dato al processo di integrazione europea, attraverso l’affermazione dei valori dello Stato di diritto, della democrazia, del rispetto di diritti e libertà individuali.
Il volume vuole anche essere un ringraziamento postumo a un Presidente del Movimento Europeo in Italia (1995-2006) significativamente attivo: Egli ha riversato nell’Associazione energie intellettuali potenti, sostenendo l’idea di un’Europa politicamente integrata, secondo l’insegnamento di Altiero Spinelli e il pragmatismo di Jacques Delors (di stampo “monettiano”) fondato sulla strategia dei “piccoli passi” per costruire politiche comuni.
LA SETTIMANA DEL MOVIMENTO EUROPEO
17-20 marzo
- Civil Society Week 2025 (Comitato economico e sociale europeo)
IN EVIDENZA
VI SEGNALIAMO
- 17-20 marzo, Bruxelles. Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) terrà per il secondo anno la Civil Society Week: Strengthening Cohesion and Participation in Polarised Societies, presso la propria sede di Bruxelles. Per affrontare i risultati delle elezioni del 2024 in tutto il mondo e la crescente tendenza alla polarizzazione che continua a minare la democrazia e la fiducia nelle istituzioni, la Civil Society Week 2025 riunirà una vasta gamma di parti interessate della società civile provenienti dall’Europa e oltre, per impegnarsi in dibattiti critici, condividere le migliori pratiche e collaborare per sviluppare soluzioni che promuovano la coesione sociale e rafforzare l’impegno democratico. ULTERIORI INFORMAZIONI, PROGRAMMA.
- 19 marzo, ore 13:30-18:30, Bruxelles. Congresso inaugurale organizzato da Legacoop, in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, dal titolo “Driving force for Europe’s competitiveness and social cohesion“. Durante l’evento saranno esplorati i temi critici legati alla competitività, all’innovazione, alla sostenibilità dell’UE e al ruolo centrale delle cooperative nel futuro dei settori industriale e agroalimentare europei. La conferenza si terrà negli uffici della rappresentanza della Regione Emilia Romagna a Bruxelles. PROGRAMMA.
ARTICOLI E TESTI DELLA SETTIMANA
- Editoriale: “L’Europa incompiuta: lezioni apprese e scelte necessarie per affrontare il nuovo disordine globale”, di Enrico Letta (Federalismi.it -12/03/2025)
- Il giusto deterrente, di Vincenzo Camporini (Il Foglio – 14/03/2025)
- Democrazia, Stato di diritto e solidarietà: sostenere i valori europei a cura di Redazione (Questione Giustizia – 17/03/2025)
- EU Weekly: War in Ukraine | REARM Europe | EUCO (European Movement International – 17/03/2025)
LIMITAZIONE DELLA RESPONSABILITÀ
Ad eccezione de L’EDITORIALE, le opinioni espresse nella presente newsletter sono esclusivamente riconducibili alla responsabilità degli autori e non riflettono la posizione ufficiale del Movimento europeo.
