Newsletter 18 Maggio/2026 – L’EDITORIALE

 

 Da Carlo Magno a Mario Draghi e le vie strette dell’unificazione continentale

Dal 1950 la città di Aachen è sede di un premio intitolato a Carlo Magno di cui sono conservate le reliquie nella Cattedrale della città tedesca.

Egli fu incoronato a Roma “imperatore dei romani” da Papa Leone III il 25 dicembre dell’anno 800 succedendo in qualche modo al destituito Romolo Augusto che fu l’ultimo imperatore dell’Impero romano d’Occidente e creando non poca irritazione nell’Impero Bizantino a Costantinopoli che si considerava la sede legittima del defunto Impero Romano.

Carlo Magno è stato considerato da alcuni storici come uno dei padri dell’Europa o meglio Rex Pater Europae che ne sottolineavano i meriti delle riforme interne all’impero occidentale

Essi sottovalutano o ignorano il fatto che, nella storia del continente europeo, tutti i tentativi di unificazione sono avvenuti per secoli attraverso campagne di conquiste militari e cioè conflitti sanguinosi frutto delle lotte fra sovranità assolute ma anche religiose come è testimoniato da quel che avvenne fra cattolici e protestanti nella stessa città di Aachen.

Abbiamo sempre nutrito molta diffidenza per il fatto che dal 1950 in poi il nome di Carlo Magno e la città di Aachen sono stati presi a simbolo dell’unificazione di un continente diviso e sconvolto per secoli dagli scontri fra sovranità assolute.

Esse furono in qualche modo legittimate ottocento anni dopo Carlo Magno dalla cosiddetta Pace di Vestfalia destinata a chiudere la Guerra dei Trenta Anni dal 1618 al 1648, aprendo piuttosto la strada alla frammentazione del continente in Stati-nazione e dunque al successivo sviluppo dei nazionalismi che hanno rappresentato l’altra faccia della medaglia delle sovranità assolute.

Da Carlo Magno in poi la storia dell’unificazione del continente è passata attraverso tentativi imperialisti conclusi con sconfitte belliche di chi se ne era fatto militarmente carico e che ritenevamo fossero definitivamente riposti nei libri di storia alla fine della Seconda Guerra nata in Europa e diventata poi mondiale con l’avvio dell’idea della unificazione pacifica e progressiva del continente grazie ai moderni padri e madri dell’Europa libera e democratica.

Oggi l’Europa appare “sola” – come ha detto ad Aachen Mario Draghi – essendo vittima di altre forme extra-europee di imperialismi che si ispirano al concetto europeo delle sovranità assolute e dei nazionalismi.

Essa non è stata capace di esportare nel mondo l’obiettivo primario della pace e della cooperazione fra i popoli che pure appare come una delle ragioni del progetto di integrazione comunitaria iscritta prima nella Dichiarazione Schuman del 1950, di cui abbiamo celebrato il 9 maggio il settantaseiesimo anniversario con riferimento alla fine dell’inimicizia franco-tedesca, e di cui celebreremo la più ampia dimensione internazionale il 25 marzo 2027 quando ricorderemo i settanta anni dei Trattati di Roma.

Negli ultimi anni l’obiettivo della pace non appare più come primario – dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, l’attacco terrorista di Hamas a Israele e l’azione di sistematico sterminio civile del governo Netanyahu a Gaza ed ora anche nella West Bank e in Libano e l’attacco israelo-statunitense all’Iran a cui hanno fatto seguito gli attacchi dell’Iran nel Golfo e non solo nel Golfo – per essere sostituito da un nuovo principio.

Esso potrebbe essere declinato in si vis pacem para praesidium e cioè predisponi una protezione armata in una situazione in cui l’Unione europea non ha predisposto né piani di pace né tanto meno fatto sostanziosi passi in avanti per predisporre una comune protezione armata e cioè una difesa europea.   

Fatta questa lunga premessa invitiamo a leggere sia le motivazioni del premio attribuito a Mario Draghi (LINK) che l’integralità del discorso (LINK) con cui egli ha accettato il premio di cui la cospicua parte finanziaria non va più dal 2025 al premiato ma ad opere di natura sociale e morale.

Della motivazione – che fa riferimento al ruolo di Mario Draghi come presidente della BCE nell’impegno per la stabilità finanziaria e monetaria, a quello di capo del governo italiano in un periodo di grave crisi non solo finanziaria del paese e alle sue idee sul futuro dell’Europa – vogliamo attirare l’attenzione sull’appello finale del comitato promotore indirizzato non a Mario Draghi ma ai governi degli Stati membri ed alla Commissione europea.

Essi dovrebbero dare un seguito concreto e urgente al rapporto sulla competitività europea che fu commissionato a Mario Draghi da Ursula von der Leyen nel “discorso sullo Stato dell’Unione” a settembre 2023 (LINK).

Sappiamo dal Vertice belga di Alden Biesen del 12 febbraio 2026 che i governi degli Stati membri hanno deciso di accantonare il rapporto sulla competitività di Mario Draghi considerato troppo costoso privilegiando quello di Enrico Letta, da loro commissionato nel giugno 2023, sul mercato unico e l’unione dei mercati dei capitali e adottando una improbabile agenda secondo cui tutti gli obiettivi di quel rapporto dovrebbero essere realizzati entro il 2028 (LINK).

Nella prima parte del discorso di Aachen Mario Draghi ha messo pragmaticamente l’accento sugli obiettivi del completamento del mercato unico che è una precondizione per assicurare la competitività dell’economia europea finalmente integrata che richiederà finanziamenti strategici europei per superare gli ostacoli derivanti dalle asimmetrie squilibranti degli aiuti nazionali.

Sulla questione degli investimenti strategici Mario Draghi ha aggiornato le sue idee relative al tema del debito pubblico europeo e dello strumento di safe asset di natura federale che, nelle sue iniziali proposte, apparivano necessari per garantire una parte sostanziale degli investimenti che la BCE aveva valutato nel 2025 in 1200 miliardi di euro in un mix di risorse pubbliche e di interventi privati.

“Il denaro pubblico – ha detto Mario Draghi ad Aachen – avrebbe meno probabilità di sostenere imprese senza prospettive di crescita e più probabilità di rafforzare le capacità di cui l’Europa ha davvero bisogno: l’intervento potrebbe diventare più mirato, meno costoso e più efficace. Più l’Europa si riforma – sostiene Draghi – meno dovrà affidarsi al debito, nazionale e comune, per compensare la propria frammentazione”.

Riprendendo la sua idea di un federalismo pragmatico, al centro del suo discorso autunnale ad Oviedo in occasione del Premio Asturias (LINK 1 – LINK 2), Mario Draghi ha dedicato la seconda parte del suo discorso alle tre sfide che a suo giudizio richiedono risposte nuove e più ambiziose per sviluppare l’autonomia strategica europea e che riguardano l’energia, le nuove tecnologie e la difesa.

Per ciascuno di questi settori Mario Draghi immagina gruppi di paesi volenterosi “pronti ad approfondire la cooperazione dove ciascuno possa entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto”.

Secondo Mario Draghi quest’approccio è insieme pragmatico e federale perché guidato dalla convinzione che “gli europei debbano imparare ad esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori”.

L’esempio a cui si ispira Mario Draghi è quello della creazione dell’euro adottando la stessa dinamica per l’energia, le nuove tecnologie e la difesa e uscendo dal quadro istituzionale attuale “in una scala che l’Europa non può fornire ma richiedendo un grado di legittimità democratica che andrebbe costruito dalle fondamenta”.

Pensiamo che Mario Draghi sia perfettamente cosciente del fatto che l’esempio dell’Unione economica e monetaria (Uem) – di cui l’euro è solo una parte del tutto – non possa essere applicato tale e quale all’energia e alle nuove tecnologie come elementi portanti della politica industriale europea in statu nascendi basato su un sistema di istituzioni e di poteri comuni con una autorità vera (la Bce) che sovraintendono all’Uem iscritto nel Trattato di Maastricht e messo alla prova di successo dell’agire insieme.

Pensiamo che l’esempio dell’Uem possa essere invece applicato alla difesa comune usando il laboratorio dell’area di Schengen creata nella prospettiva di essere integrata nei trattati – così come lo SME fu creato come embrione della futura Uem – e con uno spazio di libera circolazione che si è progressivamente allargato a paesi al di fuori dell’Unione europea così come potrebbe avvenire per la difesa comune e così come l’euro circola al di fuori dei paesi che aderiscono all’Uem.

La politica industriale, di cui le nuove tecnologie sono una parte essenziale, è invece un pilastro della futura unione politica o – come dice Mario Draghi – della reintroduzione nei mercati di uno Stato strategico, perché le grandi trasformazioni industriali superano lo Stato nazionale.

Solo l’Ue può avere la scala necessaria per realizzarla con un ruolo strategico ed una leva per investimenti destinati a favorire l’occupazione e aumentare la produttività, sostenere la riconversione delle industrie in crisi, migliorare l’ambiente di lavoro, ridurre gli squilibri territoriali e affrontare la competizione internazionale.

Ci riferiamo a temi che completano quelli sottolineati da Mario Draghi ad Aachen e che erano ricordati nel suo rapporto sulla competitività quando egli parlava di beni pubblici europei la cui garanzia può accompagnare l’aumento dell’offerta di prodotti europei con una accresciuta domanda.

Al contrario della difesa ma anche dell’energia e delle nuove tecnologie in cui il federalismo pragmatico o flessibile potrebbe introdurre riforme che renderebbero meno necessario l’introduzione di debito comune, il finanziamento di beni pubblici europei richiederebbe sostanziose risorse proprie per adeguare il quadro finanziario pluriennale e garantire valori come la solidarietà, la democrazia. lo stato di diritto e la protezione delle minoranze per “dare agli europei una ragione di agire”.

Nonostante le attuali e future dimensioni del mercato unico e l’elevato livello di capitale umano e tecnologico, l’Ue mostra infatti divari strutturali di competitività rispetto alle principali economie globali.

Tali divari emergono in diversi indicatori chiave: dinamica della produttività, capacità di generare imprese tecnologiche di grande scala, investimenti in R&S, diffusione delle tecnologie digitali e disponibilità di capitale di rischio.

Un esempio particolarmente indicativo riguarda l’intelligenza artificiale (AI): l’Ue produce solo il 5% dei cosiddetti “notable models” di AI, contro il 60% degli Stati Uniti e il 30% della Cina.

Le analisi economiche evidenziano poi fattori strutturali che contribuiscono a questi divari:

  • frammentazione dei mercati europei;
  • debole integrazione dei mercati dei capitali;
  • livelli di investimento insufficienti;
  • costi energetici relativamente elevati.

Questi elementi non indicano una debolezza intrinseca dell’economia europea, ma l’esistenza di vincoli istituzionali che limitano la piena valorizzazione del mercato unico e delle capacità industriali del continente.

La riduzione di tali divari richiede strategie europee più integrate, capaci di mobilitare investimenti su scala continentale, rafforzare le filiere industriali strategiche e favorire la crescita di imprese innovative in grado di competere globalmente.

Tuttavia, la loro efficacia è ridotta dalla dispersione delle politiche tra livelli nazionali e dalla limitata capacità di coordinamento su scala europea.

Laddove le politiche restano prevalentemente nazionali emergono costi di inefficienza, perdita di scala e minore capacità di competere con economie continentali.

Le grandi trasformazioni industriali non possono essere governate efficacemente dagli Stati nazionali e richiedono invece una scala europea di decisione, investimento e coordinamento. 

La capacità dell’Ue di mantenere livelli elevati di prosperità, innovazione e autonomia strategica dipende sempre più dalla sua capacità di agire come un sistema economico integrato, dotato di politiche industriali e strumenti finanziari coerenti con la scala della competizione globale.

In questa prospettiva, le riflessioni di Mario Draghi sulla competitività europea si collegano alla più ampia questione della costruzione dell’Ue che esige un salto di qualità costituzionale a cui il federalismo pragmatico e settoriale non è in grado di dare una risposta adeguata ed efficace nei tempi certi della prossima legislatura europea la cui responsabilità spetta alla legittimità democratica in una dimensione europea e non nazionale.

Strasburgo, 18 maggio 2026
coccodrillo