Newsletter 22 Aprile/2025

CARE LETTRICI E CARI LETTORI

La nostra newsletter settimanale Noi e il futuro dell’Europa è stata concepita per contribuire ad una corretta informazione sull’Unione europea e partecipare al dibattito sulla riforma dell’Unione, così come abbiamo fatto durante la Conferenza sul futuro dell’Europa e come continueremo a fare per la nuova legislatura europea.

Ecco l’indice della nostra newsletter di oggi:

– Editoriale, che esprime l’opinione del Movimento europeo su un tema di attualità

– Rubrica “Europa dei diritti“

– In ricordo di Papa Francesco 

– Bando di concorso “Immagini per il futuro dell’Europa”

– Petizione al Parlamento europeo

– Rubrica “Attiriamo la vostra attenzione“

– La settimana del Movimento europeo

– Eventi principali, sull’Europa in Italia e Testi in evidenza

– Rubrica “Attualità” – Celebriamo il 25 aprile

Siamo come sempre a vostra disposizione per migliorare il nostro servizio di comunicazione e di informazione e per aggiungere vostri eventi di interesse europeo nella speranza di poter contare su un vostro volontario contributo finanziario.

 

 


 L’EDITORIALE

CONTRIBUTO ALLE RIFLESSIONI  SUL RUOLO INTERNAZIONALE DELL’UNIONE EUROPEA

E SULLA POSIZIONE DELL’ITALIA

Dall’incontro avvenuto il 17 aprile 2025 nello Studio Ovale fra il Presidente Donald Trump e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e poi fra la stessa Giorgia Meloni e JD Vance a Roma il 18 aprile è emersa o, meglio, è stata confermata la “affinità elettiva” che caratterizza gli orientamenti della “grande restaurazione” propugnata dal conservatorismo nazionalista e promossa nel 2017 dallo stesso Donald Trump e dal suo capo stratega Steve Bannon.

Gli obiettivi del conservatorismo nazionalista

Questo movimento internazionale nasce da un approccio ideologico fondato sulla contestazione degli obiettivi dello sviluppo sostenibile e della lotta al cambiamento climatico, su politiche energetiche inquinanti e costose, sulla supremazia razzista delle etnie bianche, sulla chiusura di tutte le frontiere ai flussi migratori, sul rafforzamento degli arsenali militari nonostante i trattati internazionali, sulla demolizione degli strumenti multilaterali economico-finanziari e giudiziari, su politiche fiscali diseguali aperte all’elusione e all’evasione, su ipocrite posizioni fideiste a sostegno del trittico “Dio, patria e famiglia” all’interno di un contesto rigidamente atlantista.

La “grande restaurazione” colloca al centro delle sue rivendicazioni la difesa delle sovranità assolute e la divisione del mondo in Stati-nazione e cioè una organizzazione del mondo da combattere a partire dalla scelta rivoluzionaria del “progetto di un manifesto per un’Europa libera ed unita”, scritto a Ventotene nel 1941 e che appare oggi di drammatica ed urgente attualità.

L’emergenza della “grande restaurazione”, che ha rafforzato in molti Paesi europei forze identitarie e nazionaliste eredi in alcuni casi della cultura fascista come Fratelli d’Italia, è stata facilitata dall’aggressione della Russia all’Ucraina il 24 febbraio 2022 e dall’attacco terroristico di Hamas ad Israele il 7 ottobre 2023.

C’è una unità di intenti e di programmi a livello internazionale che raccoglie gli estremismi illiberali americano ed europeo – presenti sul nostro continente in Italia, Austria, Slovenia, Polonia, Spagna, Grecia, Ungheria, Croazia, Finlandia, Belgio e Paesi Bassi – ma anche latino-americano consolidata nelle Conferenze mondiali del conservatorismo (a cui non si disdegna di partecipare anche il PPE).

In queste Conferenze si richiamano talvolta le tesi del World Congress of Families sostenuto dalla rete dei sovranisti cristiani che fu promosso nel 2019 dalla Fondazione Edmund Burke il cui ispiratore fu un feroce contestatore non solo della Rivoluzione francese ma anche dei diritti fondamentali da lui considerati come “foglie secche”.

Nella “grande restaurazione” conservatrice e nazionalista prevale l’idea della difesa dei valori dell’Occidente sul o meglio contro il resto del mondo sintetizzata agli inizi degli anni ottanta da Ronald Reagan nel programma “Make America Great Again”, poi rilanciato da Donald Trump nel 2016, con il parallelo slogan “Make Europe Great Again” suggerito all’Unione europea da JD Vance e copiato da Viktor Orban all’inizio della sua presidenza del Consiglio dell’Unione europea che né il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, né la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen né il Parlamento europeo hanno pavidamente osato mettere in discussione.

Una visione alternativa del mondo

La storia, la geografia, le culture ed i nostri interessi geopolitici ci consiglierebbero invece un’altra lettura planetaria per garantire la pace e la giustizia nel rispetto degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile e della Enciclica di Franceso Laudato Sì.   

Secondo storici e geografi, l’Eurafrasia – e cioè la “macedonia” fra Europa, Asia ed Africa – rappresenta la massa continentale più grande del pianeta (circa il 55% del totale delle terre emerse) e coincide con quello che veniva comunemente chiamato il vecchio mondo, in contrapposizione al nuovo mondo, con una popolazione di oltre sei miliardi e mezzo di individui pari all’75 % della popolazione mondiale.

All’interno dell’Eurafrasia si è fatta normalmente una distinzione fra l’Eurasia e l’Africa separate, a livello del canale di Suez, con una sub-divisione fra Europa ed Asia all’altezza della catena dei Monti Urali ed una sub-divisione fra l’Africa del Nord e l’Africa nera a livello del deserto del Sahara.

In Africa, che etimologicamente vuol dire terra (dal berbero Taferka), è nata la razza umana volendo indicare con quest’espressione tutta l’umanità perché la suddivisione dell’umanità in razze diverse è frutto di ignoranza o di pregiudizi – appunto – razziali.

Dall’Africa la razza umana si è diffusa in tutta l’Eurafrasia con scambi etnici, religiosi, culturali e commerciali che hanno contraddistinto la storia delle relazioni fra i popoli e le regioni del vecchio mondo a cominciare dalle colonie fenicie, greche e romane.

In questo quadro si colloca l’influenza positiva del mondo arabo sull’Europa che è durata fino a quando la cristianità è passata dalla pax romana Christiana al Bellum Sacrum nell’undicesimo secolo in cui si giustificò l’annientamento degli “infedeli” non solo mussulmani ma anche ebrei e si aprì un lungo periodo di oscurantismo nel mondo arabo da cui quei popoli stentano ancora ad uscire malgrado le illusorie speranze suscitate dalle cosiddette primavere arabe tramutatesi quasi sempre in cupi inverni.

Le relazioni fra l’Europa (e non solo l’Europa) e l’Africa sono proseguite con oltre quattrocento anni di schiavismo (1500-1800) fino al colonialismo moderno, che ha toccato praticamente tutti gli Stati africani, e quindi alla decolonizzazione degli anni ’60 e ’70 e all’indipendenza di cinquantasette Stati iniziata (con l’eccezione della Liberia nel 1847 e dell’Africa del Sud nel 1910) con quella della Libia nel 1951 e conclusa con quella dell’Eritrea nel 1993.

La divisione del mondo in aree di influenza geopolitica con l’egemonia statunitense ad Occidente e l’imperialismo sovietico ad Oriente ha di fatto lasciato fuori l’Africa nera soprattutto dall’influenza americana con crescenti incursioni sovietiche e cinesi che hanno mutato gli equilibri strategici nel mondo.

Il ruolo dell’Europa

Gli Stati che si sono uniti via via nelle Comunità europee – responsabili per più di un secolo della spoliazione delle ricchezze naturali delle colonie e protagonisti del commercio delle armi con quasi tutti i regimi dei nuovi Stati indipendenti che è aumentato nel quinquennio 2020-2024 del 138% –  hanno indicato all’inizio del processo di integrazione comunitaria e già nella Dichiarazione Schuman del 1950 la cooperazione con l’Africa come un obiettivo prioritario della loro politica verso i Paesi in via di sviluppo e l’Accordo di Yaoundé del 1963 rappresentò una best practice che avrebbe potuto fungere come esempio (ma non lo è stato) per altre aree del mondo.

Dall’Accordo di Yaoundé in poi, la cooperazione delle Comunità prima e in seguito dell’Unione europea con l’Africa ha fatto alcuni modesti passi in avanti che hanno accompagnato processi di collaborazione e poi di unificazione all’interno del continente africano come è avvenuto con la trasformazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) fondata nel 1963 nell’Unione Africana (UA) creata nel 2002 che ha scritto nei suoi obiettivi la realizzazione degli “Stati Uniti d’Africa“.

L’Unione europea ha contribuito alle decisioni che sono state assunte nell’ambito delle Nazioni Unite con l’elaborazione degli Obiettivi del Millennio nel 2000 e gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile nel 2015.

L’Africa avrebbe dovuto essere posta al centro dell’agenda internazionale e le prospettive di sviluppo del continente avrebbero dovuto essere considerate prioritarie sia dall’Unione europea che dai Vertici G7/G20 nelle loro varie riunioni.

Nonostante l’avvio di nuove politiche dell’Unione europea e le decisioni prese a livello internazionale, l’elenco delle sfide che non hanno avuto ancora risposte adeguate è lungo e drammatico: dalla tragedia della fame e dalla scarsità di acqua che potrebbe trovare una soluzione sapendo, come ci ha insegnato Amartya Sen, che il problema non è la scarsità del cibo ma la volontà e la capacità di distribuirlo equamente (si dice che le risorse alimentari basterebbero per dodici miliardi di abitanti), alle inadeguate politiche di educazione, alla scarsa qualità dell’ambiente (avete mai visto l’enorme quantità di foreste africane bruciate dalle società multinazionali con emissioni di CO2 che annullano e superano largamente i vantaggi delle politiche attuate per rispettare il Protocollo di Kyoto?), alla mancata promozione degli investimenti, all’assenza di un commercio equo e solidale, alle violazioni dei diritti fondamentali e al disprezzo del ruolo della donna. 

È evidente che, al di là degli aiuti finanziari, occorra ripensare profondamente la cooperazione fra l’Europa (e gli altri paesi più ricchi del mondo) ed il continente africano per assicurare l’avvio di un vero, duraturo ed equo sviluppo mettendo questo tema all’ordine del giorno del Vertice UE-Unione africana che avrà luogo nel prossimo autunno dopo il fallimento di quello che si tenne nel 2022. 

Si scrive di solito che l’Unione europea sarebbe il primo donatore di aiuti nel mondo e che nella lotta al cambiamento climatico gli aiuti siano stati globalmente nel 2024 di trenta miliardi di euro da fonti pubbliche e di otto miliardi di euro da fonti private.

Secondo le analisi e le denunce delle organizzazioni non governative, gli aiuti ai paesi in via di sviluppo è sempre più incentrato su interessi nazionali invece di sostenere i Paesi partner in modo trasparente e solidale con un calo quantitativo dei fondi destinati ai Paesi in via di sviluppo ma anche una crescente manipolazione delle cifre che collocano l’Unione europea ben lontana dal raggiungimento dell’obiettivo dello 0.7% del Reddito Nazionale Lordo fissato dalle Nazioni Unite nel 1975.

I governi e la società civile dovrebbero fare la loro parte e tradurre nei fatti gli impegni ripetutamente sottoscritti sapendo che, purtroppo, l’Italia appare fra gli ultimi nella lista dei Paesi donatori di aiuti ai Paesi in via di sviluppo e che questa situazione non è cambiata malgrado la propaganda del governo italiano sul cosiddetto Piano Mattei.

All’inizio di una nuova fase del processo di integrazione regionale che coinvolge una parte rilevante del continente europeo in un pianeta attraversato da crisi devastanti, dall’evaporazione del multilateralismo e dal rivale bipolarismo fra Stati Uniti e Cina con junior partners da una parte e dall’altra, l’Unione europea si dovrebbe chiedere quali siano le prospettive della sua collocazione internazionale e se ci sono le condizioni per passare dallo stato di junior partner collettivo degli Stati Uniti a una graduale prospettiva di equal partnership politica, economica, finanziaria, tecnologica e industriale nel quadro di una sovranità europea condivisa come appare dagli obiettivi più che dagli strumenti indicati dal “rapporto Draghi”.

Il ruolo dell’Unione europea nel mondo dovrebbe essere svolto nel rispetto della Carta europea dei diritti fondamentali e del diritto internazionale come contributo essenziale al costituzionalismo europeo che dovrà aprire la via ad un processo costituente al fine di dotare l’Unione europea di una vera Costituzione e che potrebbe essere preso come modello da altre organizzazioni di integrazione regionale in Asia, in America Latina e in Africa.

Da quanto abbiamo appreso, il tema del passaggio dallo stato di junior partner a quello di equal partner non è emerso nei colloqui bilaterali a Washington e nei successivi incontri a Roma né tantomeno questa volontà è apparsa nelle dichiarazioni della amministrazione americana dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025.

Gli sconvolgimenti e le devastazioni in corso nel sistema internazionale obbligherebbero l’Unione europea e con essa anche l’Italia a riscriverne la collocazione internazionale in tutte le dimensioni: democratica, politica, economica, sociale, securitaria, ambientale e culturale.

L’Unione europea e i suoi Stati membri dovrebbero essere in grado di aprire una nuova fase di relazioni con il Sud (globale) sapendo che la sfida per l’Unione europea è di prendere finalmente in considerazione le attese di questi Paesi che rappresentano il 20% del PIL mondiale in particolare in materia di riduzione della povertà che è diminuita in India e in Cina ma è aumentata nel resto di questi Paesi, di sviluppo sostenibile e di protezione dell’ambiente insieme alla lotta al cambiamento climatico.

L’Unione europea dovrebbe aggiornare le sue relazioni con tutti i Paesi che vengono genericamente collocati nel quadro del Sud Globale riorganizzando la sua politica economica estera e la politica commerciale sapendo che la crescita degli scambi produce effetti ambientali positivi nelle aree integrate nell’economia mondiale se esse sono dotate di politiche che internalizzano nei prezzi il corrispettivo per l’uso delle risorse ambientali.

Esse producono in caso contrario effetti negativi con un deterioramento delle condizioni ambientali attraverso un eccessivo uso delle risorse naturali, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’aumento della quantità dei rifiuti e il degrado del territorio.

Il Patto per il futuro

I documenti approvati dal “Summit del futuro 2024” avrebbero dovuto essere colti dall’Unione europea per ribadire il proprio impegno a sostegno della pace, della giustizia, della lotta al cambiamento climatico e alle diseguaglianze, del superamento della crisi del multilateralismo.

L’approvazione è avvenuta grazie alla compattezza del gruppo dei Paesi africani e nonostante il voto contrario di Russia, Bielorussia, Nicaragua, Corea del Nord, Argentina, Siria e Iran insieme all’astensione di Cina, Algeria, Bolivia e Thailandia sancendo così una evidente spaccatura fra i dieci membri del nuovo gruppo dei BRICS e l’isolamento dei Paesi ostili al Patto per il futuro all’interno del G20.

Con cinquantasei proposte non vincolanti di azioni suddivise in cinque grandi temi (pace e sicurezza;  sviluppo sostenibile, clima, finanza per lo sviluppo; cooperazione digitale; giovani e future generazioni; diritti fondamentali e equilibrio di genere), il Patto per il futuro e i due documenti allegati riprendono e rilanciano parte dei diciassette Obiettivi per lo sviluppo sostenibile adottati dalla Assemblea nel 2015 nel quadro della Agenda 2030 la cui scadenza si avvicina in un disordine mondiale e con drammatiche incompletezze e significativi ritardi.

Rispetto all’Agenda 2030, il Patto per il futuro, insieme ai due testi complementari, include questioni di cui si discuteva senza risultati da anni:

  • il tema della governance multilaterale con particolare riferimento al ruolo del Consiglio di Sicurezza, alla sua rappresentatività, alla sua efficacia e ai rapporti con l’Assemblea;
  • l’impegno, poco meno che volenteroso, sulla riduzione delle armi nucleari insieme al disuso di tecnologie belliche letali;
  • l’idea della riforma dell’architettura finanziaria internazionale a cominciare dal FMI e dalla Banca Mondiale insieme al ruolo del WTO;
  • il tema dei debiti pubblici nazionali e un livello minimo di tassazione globale;
  • l’uso delle nuove tecnologie digitali per tutti;
  • la partecipazione dei giovani al processo decisionale nel quadro delle Nazioni Unite.

Sembrerebbe l’inizio di un nuovo multilateralismo per sostituire il disordine di un crescente multipolarismo conflittuale con un processo dove il futuro – ancora indefinito nei tempi e senza l’indicazione di strumenti adeguati a renderlo concreto – dovrebbe preludere al passaggio da una governance fondata sulle sovranità assolute degli Stati (peraltro ribadita dai governi nelle parti più sensibili del Patto per il futuro) ad una governance fondata su una sovranità tendenzialmente condivisa.

Essa renderebbe vincolanti alcune decisioni inizialmente legate alla materia ambientale (il processo di decisione nelle Conferenze delle parti o COP), alla dimensione finanziaria nelle organizzazioni internazionali e alla sicurezza nelle cooperazioni regionali (Europa, Medio Oriente, Asia, Africa).

Sui grandi temi che riguardano il funzionamento delle Nazioni Unite, a partire dalla riforma del Consiglio di Sicurezza, il processo sarà lungo e irto di ostacoli se si tiene conto delle divisioni fra i paesi sostenitori del Patto per il futuro dell’ostilità russo-cinese con i loro alleati e del diritto di veto dei membri permanenti che paralizza ogni decisione.

Ci sono tuttavia alcuni preoccupanti silenzi su cui l’Unione europea non si è espressa e che riguardano:

  • il tema della democrazia – o meglio, del declino della democrazia nel mondo e della crescita degli autoritarismi – come condizione essenziale per la realizzazione dì una nuova governance mondiale. Si tratta fra l’altro della difesa della libertà di stampa di cui non si parla nemmeno nel Digital Compact, dell’indipendenza della magistratura e dei principi della democrazia rappresentativa nei processi elettorali, della lotta alla disinformazione e alle ingerenze esterne, delle violazioni dei diritti politici e delle forme di repressioni delle organizzazioni rappresentative della società civile. In questo quadro si colloca l’assenza di strumenti per la creazione di un vero spazio pubblico internazionale al fine di andare al di là del sistema di riconoscimento delle organizzazioni non governative da parte delle Nazioni Unite.
  • il tema della finanza etica come strumento per la realizzazione degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile che richiedono un forte partenariato pubblico/privato così come definito dal diciassettesimo SDG. Il tema della finanza riguarda la riforma delle organizzazioni internazionali che evoca implicitamente l’alternativa fra la soluzione di una global currency svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente e affidata al controllo del FMI opportunamente rinnovato e potenziato o la costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency) seguendo un percorso simile a quello che ha portato dallo SME all’Euro lasciando aperta la questione della riforma dei diritti speciali di prelievo istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro.
  • l’impegno a mantenere dritta la barra – o a considerare gli accordi di Parigi sul clima come la bussola – per la realizzazione di tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030 nei termini e nei tempi concordati quasi dieci anni fa e sui quali si levano oggi dubbi e ostilità come sta avvenendo nell’azione demolitrice in corso nell’Unione europea sui temi della deforestazione e dei trasporti puliti di chi vuole riformare decisioni già prese o anticipare la loro revisione.
  • le politiche migratorie – le cui cause ed i cui effetti sono strettamente legati ai temi della pace, della sicurezza, dello sviluppo sostenibile, dei giovani e delle future generazioni – sottoposte in misura crescente ad una vasta azione securitaria di chiusure nazionali che minano la solidarietà internazionale, i diritti fondamentali e i principi della libera circolazione in palese contraddizione con la crisi demografica e l’invecchiamento delle popolazioni nei paesi sviluppati ma anche con il calo sostanziale degli arrivi irregolari nel 2024 (meno 39% nella sola Unione europea). Il Patto per il futuro ignora un altro patto onusiano e cioè quello sulle politiche migratorie sicure, ordinate e regolari approvato da 162 Stati membri dalle Nazioni Unite a Marrakech il 10 dicembre 2018 come seguito della Dichiarazione di New York del 2016 sui migranti e sui rifugiati e poi formalmente adottato da 152 membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite a New York il 19 dicembre 2018.

Poiché il Patto per il futuro e i due documenti complementari – nonostante questi silenzi – hanno avuto il consenso dell’insieme dell’Unione europea, le istituzioni europee dovrebbero dare un immediato e concreto segnale considerandoli politicamente vincolanti per la futura politica estera europea e per i suoi rapporti con le Nazioni Unite e sapendo che il Trattato di Lisbona (art. 34.1 TUE) prevede esplicitamente che “gli Stati membri coordinano le loro azioni all’interno delle organizzazioni internazionali”.

L’illusione degli Stati europei – che ritenevano di poter attraversare, immuni, gli sconvolgimenti planetari rinchiudendosi nell’ottocentesca dimensione nazionalista – è stata spazzata via non solo dai flussi migratori africani e asiatici, ma anche dal progredire di Stati a dimensione continentale e di nuove alleanze a geometria variabile.

L’Unione europea e la Cina

In questo spirito, necessita maggiore attenzione l’azione della Cina – oltre alla volontà di espansione aggressiva della Russia e di altre crescenti autocrazie – da decenni in atto in Africa ma in progressione anche in altre aree del pianeta: è una situazione che esige l’individuazione di un ruolo dell’Unione europea anche nella direzione della riduzione e dell’uscita dai conflitti.

E’ stato forse sottovalutato a causa probabilmente della vaghezza dell’intervento e delle ambiguità della politica estera di Pechino quello che è apparso quasi come un “appello agli Europei” del ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese Wang Yi che ha ricordato l’impegno del suo governo per il rispetto del diritto internazionale, la fiducia nel multilateralismo, l’idiosincrasia per iniziative unilaterali, l’opposizione al protezionismo e il collegamento delle Nuove Vie della Seta con i progetti infrastrutturali dell’Unione europea.

Come sappiamo la Cina è stata a lungo considerata, con qualche rara vox clamantis in deserto, un “rivale sistemico” dell’Europa e più in particolare dall’Unione europea e quest’idea non è mai mutata negli anni nonostante i rilevanti rapporti economici, industriali e tecnologici che molti Paesi europei hanno con la Repubblica Popolare Cinese per non parlare delle nostre relazioni millenarie con quella cultura che ha influenzato la storia europea.

Pur mantenendo ferma la nostra difesa dei valori della libertà, della democrazia e della giustizia senza discriminazioni varrebbe la pena di riflettere – di fronte allo tsunami trumpiano – se le convergenze fra l’Unione europea e la Cina non siano maggiori delle divergenze nella visione del multilateralismo e nelle relazioni con il Sud Globale, nello sviluppo del commercio internazionale, nell’impegno per le transizioni gemelle digitale e ambientale e nell’idea di una revisione del sistema monetario internazionale come fu proposta e troppo presto ignorata nel marzo 2009 dall’allora governatore della Banca Centrale Cinese Zhou Xiaochuan e se non sia opportuno aprire un dibattito sulla Cina come partner strategico dell’Unione europea.

L’Unione europea e il Sud Globale

Le popolazioni dell’area mediterranea, africana e medio-orientale – e soprattutto i giovani che ne sono la parte maggioritaria – avevano manifestato alla fine del primo decennio del Ventunesimo secolo la volontà di affrancarsi dai regimi totalitari dei propri Paesi, affermando i diritti della persona umana.

Ma la comunità internazionale, l’Unione europea e gli Stati nazionali non sono riusciti ad assicurare loro adeguato sostegno e le primavere arabe sono rapidamente sfociate nell’inverno delle democrazie che erano ancora in statu nascendi.

I processi migratori in atto sono una clamorosa testimonianza dell’inadeguatezza delle politiche (non solo) europee per il progresso delle aree dove si fugge dalle guerre, da conflitti tribali, dalla fame, dalla espropriazione delle terre e dai disastri ambientali.

I rapporti con i Paesi mediterranei dell’Africa e quelli appartenenti all’area medio-orientale non sono mai stati sviluppati dall’Unione europea sulla base di strategie autenticamente sovrannazionali e di una politica mediterranea volte al perseguimento di un’integrazione euro-araba-africana capace di superare la concezione coloniale che ha a lungo caratterizzato questi rapporti.

Alle problematiche sopra accennate si sono aggiunte quelle dell’energia e del cambiamento climatico che continuano a essere affrontate dagli Stati nazionali, singolarmente e nelle sedi internazionali, con scarse possibilità di successo in assenza di soggetti di governo e di politiche che consentano di fronteggiare e gestire i processi interdipendenti che le caratterizzano.  

I risultati inadeguati dei vertici internazionali consacrati alla lotta al cambiamento climatico sono del resto una conseguenza di questa situazione anche se l’Unione europea era apparsa come l’area del mondo più avanzata nella difesa dell’ambiente prima che irrompessero nel dibattito europeo movimenti spinti dalla volontà populista di frenare il cammino virtuoso verso lo sviluppo sostenibile.

Per rispondere al protezionismo Usa, al nazionalismo aggressivo russo, alla trasformazione nella rete dei poteri globali e al neocolonialismo economico cinese, la riapertura del cantiere europeo appare dunque necessaria al fine di dotare l’Unione europea dei poteri e degli strumenti indispensabili per svolgere un ruolo autonomo di attore a livello planetario e per avviare un nuovo ciclo nel governo dell’interdipendenza segnato da uno sviluppo equilibrato e sostenibile, dalla distensione e dal rispetto della dignità umana.

Le politiche europee dovranno essere coerenti con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che rappresentano un programma per un modello di governo ordinato del pianeta per realizzare i diciassette obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Leave no one behind è un principio centrale della Agenda 2030 delle Nazioni Unite perché esso rappresenta l’impegno inequivocabile a mettere fine a ogni forma di discriminazione insieme al principio della promozione dei diritti fondamentali e a quello dell’equilibrio di genere e generazionale.

Le politiche dell’Unione europea nella decima legislatura europea devono essere coerenti non solo con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con la Carta dei diritti fondamentali ma devono aggiornare e completare gli impegni che le istituzioni europee avevano assunto nei settori che erano stati considerati prioritari all’inizio della nona legislatura ma che sono rimasti a metà del guado o che sono addirittura regrediti a causa di compromessi condivisi purtroppo da maggioranze a geometria variabile nel Parlamento europeo sospinte dalla volontà di seguire le pulsioni populiste di una parte delle opinioni pubbliche nella convinzione di trarne vantaggi elettorali.

Ciò ha riguardato in particolare la transizione ecologica anche nel rapporto con il rispetto della natura e con le politiche agricole, nelle politiche migratorie, nella dimensione sociale, nel bilancio europeo, nelle relazioni esterne e nel rispetto dei valori dell’Unione europea.

Occorre dunque la definizione di linee strategiche di cui non vediamo l’ombra nelle riunioni del Consiglio europeo e che potrebbero invece emergere in una dimensione parlamentare attraverso delle assise che coinvolgano il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali.

Le politiche migratorie

Una nuova politica migratoria, accantonando lo sciagurato Patto adottato dal Consiglio e dal Parlamento europeo nel dicembre 2023 che dovrà entrare in vigore a giugno 2026 ma che la Commissione europea ha proposto di anticipare per introdurre una sua discutibile versione dei “Paesi sicuri”, dovrebbe

– considerare le migrazioni un’opportunità e non una questione di ordine pubblico     e di sicurezza;

– inserire le misure nel quadro del Pilastro sociale europeo, dal momento che avviare le persone migranti al lavoro significa dare dignità e opportunità di integrazione nel contesto socioeconomico europeo;

– provvedere ad aiutare adeguatamente lo sviluppo economico dei Paesi da cui partono i migranti e intervenire per ridurre ed eliminare i conflitti e per garantire la sicurezza degli operatori delle organizzazioni non governative;

– individuare le capacità di assorbimento e integrazione dei migranti sul territorio europeo affinché l’Unione europe si faccia carico di affrontare concretamente le multiformi sfide di un corretto inserimento e dell’indispensabile inclusione e riconosca nelle città i meccanismi e i motori dell’integrazione perché è tramite le città d’accoglienza e della loro cultura democratica che i migranti diventano cittadini europei;

– contemplare strumenti di pacificazione nel Mediterraneo anche attraverso la creazione di peace corps europei con funzione di mediazione nei conflitti;

– sapere anche spiegare alle popolazioni europee le opportunità rappresentate dall’arrivo dei richiedenti asilo e dei migranti economici.

Una vera politica europea migratoria deve contenere misure per garantire la libertà di movimento per la ricerca del lavoro, per la parità di accesso al mercato del lavoro, pari opportunità, condizioni di lavoro eque, salute e sicurezza sul luogo di lavoro, assistenza sanitaria, condizioni e trattamento dei lavoratori stranieri che ritornano in patria prima della fine del periodo minimo per la pensione e assistenza all’infanzia.

É necessaria una politica euro-mediterranea che garantisca la pace, la sicurezza e la solidarietà nella regione rilanciando l’idea di un “anello degli amici” e avviando progetti concreti come quelli di un rafforzamento del ruolo delle Bei e della Bers non escludendo la possibilità di nuovi strumenti finanziari specializzati nell’area, di Università miste con parità fra il Nord e il Sud nel quadro di un’effettiva mobilità di studenti, ricercatori e docenti e di periodiche “assise” della società civile e delle comunità locali che permettano un libero confronto e lo sviluppo di una cittadinanza attiva. A questa questione si unisce l’idea di un Erasmus euro-mediterraneo.

In Africa e in particolar modo nelle relazioni con l’Unione africana, l’Unione europea può svolgere – diversamente dalla Cina e dalla Russia – un’azione positiva che accompagni (e condizioni) gli strumenti della cooperazione finanziaria con azioni per costruire o rafforzare la governance democratica, l’evoluzione verso lo Stato di diritto e il rispetto della dignità umana apparsi in questi anni come una leva fondamentale per la crescita economica.

La pace e la difesa comune

Il gran numero di conflitti che hanno insanguinato il mondo dal 1945 a oggi – e che nella maggior parte dei casi sono apparsi come guerre civili o sono rimasti chiusi all’interno di una ben delimita area regionale – possono espandersi e coinvolgere direttamente potenze con ambizioni extra-regionali o mondiali come è avvenuto nell’aggressione della Russia all’Ucraina e come è avvenuto con l’attacco terroristico di Hamas ad Israele ed alle successive stragi  israeliane nella Striscia di Gaza accompagnate da decennali guerre in tutto il Medio Oriente.

Di fronte a questa situazione si pone con urgente drammaticità la questione del ruolo planetario che può essere svolto dall’Unione europea nell’ambito della propria autonomia strategica per costruire e mantenere la pace già a Trattati costanti, mettendo a disposizione gli strumenti militari e civili di cui essa dispone o che potrebbero essere dispiegati in tempi rapidi rafforzando nello stesso tempo lo strumento europeo per la pace (European Peace Facility).

Tutte queste questioni dovranno far parte delle priorità strategiche che l’Unione europea dovrebbe mettere sul tavolo di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki-II), insieme al rilancio della cooperazione fra essa e i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena) e al partenariato con l’Unione africana (Ua) e far parte dell’agenda di una Comunità geopolitica europea nella prospettiva di un processo di integrazione europea differenziata, i cui contorni emergeranno durante una fase costituente da avviare in questa legislatura europea

Tutto ciò pone la questione della riforma delle organizzazioni globali internazionali come l’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale del Commercio sottoposte a durissimi attacchi dal conservatorismo nazionalista, dove l’Unione europea deve porre come priorità il rispetto dello Stato di diritto, valore imprescindibile al suo interno e nelle relazioni con i Paesi terzi.

Prospettare una sede internazionale che rinnovi le radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione sull’esempio della Conferenza di Helsinki del 1975 e rilanciare l’idea di una Conferenza per la Sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo sono responsabilità primaria dell’Unione europea e della sua “autonomia strategica” nel quadro di un’unica politica estera e della sicurezza di cui deve far parte a valle una difesa comune iscritta in unione politica sempre più stretta secondo un modello federale.

C’è molto, e forse eccessivo, entusiasmo nella ormai variegata rete degli europeisti  – che ha esondato dalla “maggioranza Ursula” imbarcando una parte dei conservatori e riformisti e financo di federalisti – sulla proposta di Ursula von der Leyen di “riarmare l’Europa” (Rearm Europe) ora ribattezzata Readiness 2030.

O meglio: di riarmare gli eserciti nazionali nell’Unione europea per rafforzare il sostegno all’Ucraina e, soprattutto, prepararsi a contrastare le eventuali mire imperialiste di Mosca che, conquistate le regioni russofone ma non russofile dell’Ucraina con l’accordo di Donald Trump, potrebbe teoricamente indirizzare le sue truppe verso i Paesi Baltici e fors’anche verso altri Paesi che facevano parte fino al 1990 dell’impero sovietico.

Riarmarsi presuppone la convinzione che, in tutti questi anni dalla caduta del Patto di Varsavia in poi, i Paesi dell’Unione europea che fanno parte della NATO si siano disarmati e che quindi sia venuto il momento di prepararsi a reagire alle per ora ipotetiche minacce espansioniste di Mosca aumentando le nostre spese in risorse umane, mezzi e investimenti industriali.

Secondo i calcoli dell’IISS di Londra parzialmente corretti dall’0CPI di Milano nel 2024 i Paesi membri dell’Unione europea e i Paesi europei nella NATO avrebbero invece investito nella loro difesa cifre superiori a quelle della Russia che ha pur dovuto compensare le perdite in armi e vite umane derivanti dall’aggressione all’Ucraina ed anche della Cina.

Queste cifre, che hanno rappresentato “solo” l’1.95% del PIL europeo, partono dal fatto che le risorse umane europee si sarebbero ridotte a meno della metà di venti anni fa così come nell’artiglieria, nei sistemi d’arma, negli aerei da combattimento, nei carri armati e nei cacciatorpediniere secondo il rapporto di Bruegel che giustifica così l’ipotesi del riarmo e ha proposto di creare un Meccanismo Europeo di Difesa (MED) sul modello del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

I Paesi extra-europei ed in particolare africani sanno bene che debbono contare sull’export europeo, che è aumentato in Francia del 59%, in Germania del 41% e in Italia del 43%, con una politica che tende a perpetuare vecchi rapporti colonialisti e che approfitta del fatto che nell’Unione europea non è mai stato introdotto un sistema di controllo della vendita degli armamenti gelosamente gestita a livello nazionale con intrecci non trasparenti fra Ministeri della difesa e industrie private delle armi.

Il piano per il riarmo europeo, annunciato da Ursula von der Leyen, si dovrà tradurre in atti normativi di non facile concezione per superare gli ostacoli che potremmo chiamare “costituzionali”, se esistesse una costituzione dell’Unione europea, per passare da un’economia di mercato (market economy) ad una economia di guerra (war economy) e sostituire al benessere europeo (European welfare) un modello conflittuale (European warfare).

Di quel piano lo strumento più agevole sarà probabilmente quello dei prestiti per un ammontare complessivo di 150 miliardi di euro in quattro anni, secondo il modello SURE introdotto per far fronte all’aumento della disoccupazione causato dal COVID, passando così dal welfare al warfare non sapendo in partenza quali Paesi ne beneficeranno in base alla loro sostenibilità finanziaria e non considerando che i prestiti dovranno essere rimborsati dagli Stati beneficiari.

La somma più consistente di 650 miliardi di euro dovrebbe provenire invece da investimenti pubblici nazionali che saranno consentiti usando la clausola di emergenza nel Patto di Stabilità e che privilegerà dunque anche in questo caso i Paesi con maggiore sostenibilità finanziaria lasciando ai singoli Governi la decisione se dirottare sulla difesa risorse inutilizzate dei fondi strutturali (regionali, sociali, agricoli) o usando una parte dei fondi di coesione per chi li vorrà utilizzare per aumentare le spese militari.

La Commissione europea ha inizialmente evitato di porre questioni fortemente divisive fra i governi come l’idea di un bilancio e un debito comune, degli eurobond o di un rafforzamento degli strumenti esistenti dedicati soprattutto all’industria della difesa come il programma EDIP per cui sono attualmente previsti solo un miliardo e mezzo di euro e il cui regolamento è in codecisione fra Consiglio dell’Unione e Parlamento europeo.

Come sappiamo il tema del bilancio e del debito comune riguarda parzialmente il finanziamento della difesa ma si estende alla questione ben più ampia dei beni pubblici e delle risorse proprie per garantirli nell’ambito del quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2032 il cui negoziato partirà a luglio 2025 per concludersi, se ci sarà un accordo fra Parlamento europeo e Consiglio entro il 31 dicembre 2027.

Né Ursula von der Leyen né l’Alta Rappresentante Kaja Kallas hanno posto i problemi della interoperabilità fra gli eserciti nazionali, della catena di comando, della priorità agli investimenti europei in Europa (buy European) che pure erano stati sollevati nel rapporto Draghi e che avrebbero potuto essere messi da Kaja Kallas nell’agenda di una riunione dei Ministri della difesa eventualmente insieme ai Ministri degli esteri in formazioni del Consiglio da lei presiedute.

Nessuno ha proposto di aggiungere al tema strettamente militare della difesa europea questioni che fanno parte dei valori dell’Unione europea come la difesa civile e l’educazione alla pace, i corpi volontari europei e il ruolo dell’Unione europea nella costruzione, nel mantenimento e nell’imposizione della pace nel quadro dello Statuto delle Nazioni Unite perché appare come prioritario l’obiettivo della deterrenza che non esclude quella nucleare.

Siamo lontani non solo dalla creazione di una difesa comune ma ancor di più da una vera politica estera al servizio della pace per gettare le basi di una Unione economicamente competitiva ed autonoma nella sua dimensione politica e strategica.

Conclusioni

Su tutto ciò potremmo riflettere il 29 maggio 2025 a Perugia, città della pace, in una Conferenza pubblica e il 30 maggio nella nostra Assemblea nazionale.

Roma, 22 aprile 2025coccodrillo

 

 

 


EUROPA DEI DIRITTI

La proposta della Commissione Union of skills: una chance per coniugare il rilancio della competitività economica  con il rafforzamento della coesione sociale?

       1. Dal Rapporto Draghi al Competitiveness Compass

Il 5.3.2025 la Commissione europea ha pubblicato la Comunicazione (al Parlamento europeo, al Consiglio ed al Cese) sulla Union of skills che “proposes a new approach, combining education, training and employment policies, united around a common vision on competitiveness” e che “ will frame the work of the Commissione for the entire mandate” ([1]). Come diremo più avanti questo ambizioso programma è denso di prevedibili ripercussioni sul piano sociale e figura, peraltro,  come l’ultima iniziativa già  prevista nel Piano di attuazione del Pilastro sociale del Marzo del 2021, Piano che la Commissione europea aveva promesso di ridefinire per la legislatura in corso già nel primo trimestre del 2025.

 La prima categoria di diritti e principi del Pilastro riguarda, infatti,  proprio le “pari opportunità e l’accesso al mercato del lavoro” (ad es. competenze, istruzione e apprendimento permanente, pari opportunità, parità di genere e sostegno attivo all’occupazione) cui si aggiungono  le misure (stabilite nella terza parte del Pilastro)  di aiuto ai cittadini in difficoltà , in particolare  ai disoccupati e ai gruppi sociali vulnerabili come il reddito minimo garantito (RMG) onde consentire (anche in combinazione con le cosidette  politiche attive) il loro pieno inserimento nel mercato del lavoro o, comunque, nei contesti sociali di appartenenza. La logica “ quasi-costituzionale” del Pilastro  (che la proposta di riforma dei Trattati approvata dal PE del 22.11.2023 voleva menzionare, tra l’altro, all’art. 151 TFUE che indica gli obiettivi di costruzione dell’Europa sociale) è infatti quella di cercare di stringere, in coerenza con il principio di sussidiarietà e di attribuzione, le azioni proprie dell’UE, anche di integrazione e  coordinamento, con quelle spettanti agli stati membri cercando di assicurare una convergenza strategica su quei valori di uguaglianza, solidarietà, non discriminazione e rispetto dei diritti umani attestati dall’art. 2 TUE e sugli obiettivi di coesione e giustizia sociale indicati al successivo art. 3 TUE. Nella scorsa legislatura europea certamente è stato privilegiato il momento della regolazione sovranazionale delle condizioni di lavoro (ad esempio con la direttiva sui salari minimi o le varie direttive sulla “trasparenza”, sul gender gap o sui diritti di  informazione e negoziazione dei lavoratori sulle piattaforme) ma la questione delle tutele “nel mercato” dei cittadini laboriosi, della loro fortificazione sul piano educativo e di aggiornamento formativo, di riconoscimento delle loro aspirazioni a trovare il loro “modo” di contribuire alla ricchezza sociale (secondo il cosidetto capability approach della scuola di Amatya Sen e Martha Nussbaum) rientra indubbiamente nell’orizzonte del Pilastro ed è presidiato anche da numerosi articoli della Carta dei diritti (a cominciare dall’art. 15 sul diritto di lavorare e dall’art. 14 sul diritto alla formazione professionale continua).

Nella Dichiarazione interistituzionale tra organi Ue e parti sociali del 14.4.2024 (poco prima delle elezioni per il PE)  di La Hulpe (Belgio) sul futuro del Pilastro sociale (che si aggancia a quella di Porto del 2021)  si legge che

“In light of the widespread labour shortages and skills mismatches affecting all Member States, further actions promoting a mindset of lifelong learning are needed, in line with the Barcelona Tripartite Statement. The right to quality and inclusive education, training and lifelong learning as set out in Principle 1 of the European Pillar of Social Rights is essential to help all working, unemployed and inactive people and upholding this right requires action. More specifically, we underline the importance of innovative and quality education and training for all. We welcome the momentum created by the European Year of Skills and commit to keeping skills as a policy priority and to updating the Skills Agenda.. ed ancora “we stress the need to recognise skills and qualifications within the EU, in an inter-operable way, including those of third country nationals. We take note of the Action Plan on Labour and skills shortages in the EU. Further steps at EU and national level, involving social partners, are needed for its implementation”.

E’ certamente presto per giudicare se la nuova Commissione si muoverà nel solco delle prospettive di La Hulpe (che reclamano anche un rafforzamento delle tutele “nel rapporto” di lavoro). Nelle linee-guida politiche della Commissione 2024-2029 ([2]) del 29.8.2024 sulle politiche sociali sostanzialmente non ci sono proposte rilevanti: nel roboante capitoletto intitolato “supporting people, strengthening our societies and our social model” si accenna solo ad una modesta misura contro le pratiche non etiche delle grandi piattaforme ([3]).

Qualche indicazione in più per individuare quali potranno essere le iniziative delle CE si rinviene, però,  nel mandato conferito dalla Presidente neo-eletta della Commissione alla vice Presidente con compiti esecutivi, la socialista rumena Roxana Mînzatu, investita del settore “diritti sociali e competenze, posti di lavoro di qualità e preparazione“ la quale dovrà:

“leading the work on the European Pillar of Social Rights to reach our 2030 social headline targets;developing a Quality Jobs Roadmap to ensure a just transition for all delivering a new Pact for European Social Dialogue; leading the work on the first-ever EU Anti-Poverty Strategy and contribute to the European Affordable Housing Plan; focusing on the impact of digitalisation in the world of work; improving Europe’s approach to occupational health and safety; creating a more coherent framework for addressing long-term care workforce challenges; implementing European funds that support social rights and a fair transition; strengthening the Child Guarantee to prevent and fight social exclusion”.

Sul piano delle tutele lavoristiche in senso stretto le indicazioni sono ancora  piuttosto  vaghe e non stupisce che il nuovo Piano per l’implementazione del Social Pillar sia stato prima promesso per il Marzo  del 2025 e poi rinviato al Dicembre di quest’anno.

Più specifici e promettenti sembrano  i compiti assegnati sul lato  “istruzione- formazione- competenze”:

“Roxana Mînzatu is leading the work on the Union of Skills, focusing on investment, adult and lifelong learning, vocational education and training, skill retention and recognition and enhancing skills intelligence.She is responsible for:working on the European Education Area to drive a common approach to skills development, learning mobility, quality and inclusiveness, and strengthening Erasmus+working on the European Degree and supporting European Universities Alliances; preparing a Skills Portability Initiative to ensure cross-country skills recognition;creating a Talent Pool to attract skills matching EU labour market needs;developing a European Strategy for Vocational Education and Training; developing an Action Plan on Basic Skills and a STEM Education Strategic Plan to address two of the most striking shortfalls building on the work in the Pact for Skills to upskill and reskill more workers; developing an EU Teachers Agenda to improve working conditions, training and career prospects, and explore a European Schools Alliance for better cross-border cooperation and mobility”.

Sembra già dall’impostazione di questo dicastero che il focus della Commissione sia incentrato sulla promozione del capitale umano in uno sforzo sinergico con gli stati membri per raggiungere una convergenza europea in tutti i settori indicati,  nonostante una certa debolezza delle basi giuridiche consentite dai Trattati estranee ai meccanismi dei “minimi di trattamento” dell’art. 153 TFUE.

Una forte spinta, però, a percorrere con determinazione questa strada, sulla quale sia gli stati che le parti sociali mostrano una maggiore convergenza, è venuta dal cosidetto Rapporto Draghi sulla competitività che pone addirittura come priorità assoluta di azione “quella di fornire agli europei le competenze necessarie per trarre vantaggio dalle nuove tecnologie, in modo che tecnologia e inclusione sociale vadano di pari passo. Se da un lato l’Europa dovrebbe puntare ad eguagliare gli Stati Uniti in termini di innovazione, dall’altro dovremmo puntare a superare gli Stati Uniti nell’offrire opportunità di formazione e di apprendimento agli adulti, nonché buoni posti di lavoro per tutti, per tutta la durata della loro vita”.  

Il Rapporto suggerisce ([4] )che:

 “L’UE dovrebbe rivedere il suo approccio alle competenze, rendendolo più strategico, orientato al futuro e focalizzato sulle carenze di competenze emergenti. La relazione raccomanda che, in primo luogo, l’UE e gli Stati membri migliorino l’uso della skills intelligence, facendo un uso molto più intenso dei dati per comprendere e agire sulle carenze di competenze esistenti. In secondo luogo, i sistemi di istruzione e formazione devono diventare più reattivi alle mutevoli esigenze di competenze e alle carenze di competenze individuate dalla skills intelligence. I programmi di studio devono essere rivisti di conseguenza, coinvolgendo anche i datori di lavoro e le altre parti interessate. In terzo luogo, per massimizzare l’occupabilità, si dovrebbe introdurre un sistema comune di certificazione per rendere le competenze acquisite attraverso i programmi di formazione facilmente comprensibili dai potenziali datori di lavoro in tutta l’UE. In quarto luogo, i programmi dell’UE dedicati all’istruzione e alle competenze dovrebbero essere ridisegnati, in modo che i fondi stanziati possano avere un impatto notevolmente maggiore. Per migliorare l’efficienza e la scalabilità degli investimenti nelle competenze, l’erogazione dei fondi UE dovrebbe essere accompagnata da una più rigorosa responsabilità e valutazione dell’impatto. Parallelamente, si propone di adottare interventi specifici per affrontare le carenze più gravi di competenze tecniche e STEM. È necessario concentrarsi in particolare sull’apprendimento degli adulti, che sarà fondamentale per aggiornare le competenze dei lavoratori nel corso della loro vita. In relazione a ciò, anche la formazione professionale necessita di un’ampia riforma in tutta l’UE. Settori specifici (catene del valore strategiche) o competenze specifiche (capacità dei lavoratori e manageriali) richiederanno interventi mirati complementari”.

Il Rapporto riconosce a pieno, peraltro, l’importanza delle cosiddette competenze trasversali  ricordando come, oltre alle competenze tecniche o specialistiche, siano cruciali per la crescita anche personale. Si tenta, poi, una declaratoria delle competenze socio-emotive, elencando: creatività, lavoro di squadra, comunicazione, adattabilità, pensiero critico, risoluzione dei problemi, leadership e intelligenza emotiva. Il Piano per la competitività ci ricorda che queste competenze rappresentano un fattore chiave che incide sulla produttività del lavoro e diventeranno sempre più importanti per consentire ai lavoratori di apportare valore aggiunto in un ambiente ad alta intensità di macchine, come quella “ ad-venire”. Si tratta di un punto di convergenza  tra richieste che vengono dal mondo delle imprese e momenti di capacitazione individuale che certamente rientrano nella tradizione umanistica ma che si esprimono nell’inedito contesto di un flusso alluvionale  di innovazione che non può essere controllato con il solo sapere tecnico- scientifico. Questo aspetto forse  può  già di per sé confutare l’ impressione che il Rapporto  offra un’idea semplicistica e riduttiva di competitività schiacciata sugli orientamenti della “triste scienza“ e degli imprenditori più in difficoltà (e poco disposti a rischiare di investire)  del vecchio continente ([5]): non solo Draghi perentoriamente esclude che si possano rimettere in gioco le conquiste dell’Europa sociale ma sviluppa un’idea di rilancio produttivo nella transizione europea che vede il capitale umano come vettore principale in un rapporto razionale e meditato con le tecnologie ([6]). Certo un compromesso, quello proposto dall’allievo di Federico Caffè, tra capitale e lavoro, per usare vecchi termini, ma di alto profilo e meritevole di grande attenzione (nella ricerca –forse- di un overlapping consensus, per dirla con  John Rawls, con posizioni più esplicitamente pro-labour) anche da parte di coloro che si ispirano al paradigma della “creazione di capacità” come criterio di valutazione del benessere, non meramente  adattivo agli imperativi della  crescita” in senso stretto ([7]). Una obiettiva spinta per una nuova sintesi tra coesione sociale e competitività economica può derivare anche dalla inedita costellazione nella quale ci muoviamo nella quale l’impresa, il lavoro e le istituzioni devono misurarsi con il dilagare della “distruzione creatrice” (innanzitutto di certezze dogmatiche e di vecchie ideologie) indotto dall’AI.

Nella Comunicazione della Commissione  del 29.1.2025 denominata “A competetiveness compass for the EU” ([8]), nel raccogliere sul piano operativo  quelli che vengono chiamati gli “ imperativi “ del Rapporto Draghi  viene così anticipato il Piano per una “Union of skills”:

“To ensure a good match between skills and labour market demands, the Commission will present an initiative to build a Union of Skills, focusing on investment, adult and lifelong learning, future-proof skills creation, skill retention, fair mobility, attracting and integrating qualified talents from third countries and the recognition of different types of training to enable people to work across our Union. Up- and re-skilling Europe’s existing workforce is essential to allow the transition between jobs and occupations. The Union of Skills will include a STEM Education Strategic Plan, a Basic Skills Action Plan focusing on school education, and a European Strategy for Vocational Education and Training, and will strengthen the European Universities Alliances. Equally, labour market relevance of skills and occupations requires a strong dialogue with the social partners, facilitating recognition and validation of skills, and building evidence on current and future skills and labour market trends. Work in this area will include a Skills Portability Initiative aimed to facilitate that skills acquired are recognised in case of mobility. In addition to this, Europe must also be a more accessible and attractive destination for skilled professionals from third countries, for whom we are in competition with other jurisdictions, building on the existing Talent Partnerships with partner countries and the future EU Talent Pool” ([9] ).

   2. La Comunicazione del 5.3.2025  The Union of skills

Arriviamo infine alla Comunicazione della Commissione  del   5.3.2025 denominata The Union of skills ([10]): la Commissione, sin dalle sue premesse, sottolinea che questo Piano molto ambizioso è stato elaborato su quanto di meglio l’Europa ha già costruito:

“To be competitive and prepared for the future, the EU needs to support and prepare its people with the skills and competences needed for success in learning, work, and life, as highlighted by the Competitiveness Compass for the EU1. Europe’s social market economy, with its strong foundations in education, training, research, innovation and democracy, can serve as a solid base “.

Le premesse della Comunicazione ripercorrono temi già tracciati nel Rapporto Draghi sulle emergenze del sistema economico europeo in particolare sul cosidetto shortage nell’offerta di lavoro (che sembra connotare questa fase in contrapposizione con quella precedente nella quale vi era carenza di domanda) che si concreta non solo nella riduzione del numero di persone disponibili ad impiegarsi che indubbiamente dipende della forte denatalità nel vecchio continente ma anche dalla carenza di competenze adeguate alle  richieste dalle imprese più innovative a causa della trasformazione tecnologica di questi anni che richiederebbe anche un aggiornamento continuo ed efficace dei lavoratori già operativi. Mancano le persone ma manca anche l’insieme di capacità produttive in senso lato che sarebbero necessarie; siamo abituati a considerare questo fenomeno come soprattutto italiano ma in realtà lo shortage e’ certamente un problema europeo; nel bel paese è accentuato (mentre circa il 40% delle assunzioni presenta delle difficoltà nell’Ue, nel “ bel paese” si arriva in certi settori ad oltre il 60% dei casi) per il  tasso ancora più basso di natalità rispetto alla media europea e per livello scoraggiante dei salari spesso sotto la “soglia di povertà”([11] ). A questo va aggiunta la cosidetta “fuga” dalla subordinazione, vista come forma contrattuale troppo gerarchica, soffocante ed incapace di fornire quella flessibilità richiesta sempre di più  dalle nuove generazioni cui vengono spesso preferiti i “lavori” effimeri  offerti nel mondo digitale ([12]). Difficile concepire meccanismi di apprendimento permanente per una forza lavoro instabile, fluttuante, dispersa in molteplici attività. La Commissione europea parte, dunque, da quell’emergenza  del sistema produttivo UE rilevata anche dal rapporto Draghi; gli obiettivi dichiarati sono quelli di migliorare le competenze di base e avanzate, consentire alle persone di aggiornare regolarmente le proprie competenze e di acquisirne di nuovo, facilitare le assunzioni nell’Ue ed attrarre  i migliori talenti in Ue e di trattenerli se già operano nel vecchio continente. Ma la Comunicazione mette subito in chiaro che queste finalità hanno un fondamento in una prospettiva di filosofia politica-istituzionale rivolta alla  capacitazione dei cittadini, di fortificazione della loro forza progettuale nell’arrivare a possedere quel bagaglio di competenze essenziali per i loro piani di vita,  che la società dovrebbe loro riconoscere e consentire di investire anche  nel lavoro. Il seguente passaggio (p. 4) appare determinante nel ricostruire il disegno della Commissione:

“The Union of Skills aims to ensure that everyone in Europe, no matter where they are, is empowered to build solid skills foundations and engage in lifelong upskilling and reskilling, in line with the European Pillar of Social Rights. Its goal is to support European education and training systems to provide equal opportunities for everyone, including all young people, regardless of their background and place of residence, to access education, lifelong learning, quality jobs and navigate transitions and crises. Stronger educational foundations and skills also underpin EU values such as democracy, human rights, solidarity, social inclusion and diversity, helping people become more resilient to mis- and disinformation, radicalisation and recruitment into crime and empowering them to contribute to a greener, fairer, and more cohesive Europe”. 

Un resoconto produttivistico e schiacciato sulle sofferenze delle imprese europee della proposta della CE  sarebbe, crediamo, quindi  ingeneroso e fuorviante; del resto non riuscire a trovare un’occupazione perché si possiedono competenze non coerenti con gli sviluppi del processo produttivo configura una grave difficoltà di autoaffermazione personale, solo mitigata dalla garanzia dei minimi vitali con il reddito minimo garantito, di cui all’art. 34.3. della Carta dei diritti.

Ci limitiamo, per ragioni di spazio, ad indicare i principali Pilastri (derivandole dalla sintesi della stessa Commissione) di questa strategia olistica  che cerca di saldare i momenti dell’istruzione (primaria, secondaria ed universitaria) con quelli della formazione permanente e continua in un sistema organico che dovrebbe garantire il diritto fondamentale di ognuno al riconoscimento delle competenze possedute su basi conclamate a livello europeo e quindi in modo trasferibile pienamente in tutti i paesi membri ([13]):

sono previste per le competenze “di base” dal 2025  in poi : l’ Action Plan on Basic Skills; un Basic Skills Support Scheme (pilot) [2026]; una 2030 Roadmap on the future of digital education and skills [ 2025]; una Initiative on AI in education [2026];  uno STEM Education Strategic Plan [2025]; una EU Teachers and Trainers Agenda [2026]; un European competence framework for academic staff [2026]; una European Strategy for vocational education and training (VET) [2026] ; nonché  misure per increasing accessibility of higher education [2027] e una Intergenerational fairness strategy [2026]”.

Non mancano nuovi obiettivi quantitativi per il 2030 che si aggiungono a quelli del 60% di cittadini con competenze digitali di base o il 60% di lavoratori che frequentano corsi di formazione annualmente, ragionevolmente incentrati sul rafforzamento delle competenze nelle discipline STEM  ([14]).

Sul piano del miglioramento delle competenze e della formazione permanente e continua la Commissione intende estendere l’uso delle microcredenziali; rafforzare il Patto per le competenze;sperimentare una garanzia per le competenze rivolto ai lavoratori a rischio disoccupazione; creare  delle Accademie UE.

Ancora sul fronte della libera circolazione dei lavoratori: è prevista un’Iniziativa sulla trasferibilità delle competenze; si vuole introdurre un nuovo diploma IFP (istruzione e formazione professionale) ; si intende lavorare a  sviluppare un diploma europeo e costruire un sistema di alleanze delle scuole europee per migliorare la mobilità di insegnanti e studenti ([15]).

Le ambizioni della Commissione si allargano anche alla prefigurazione di un “bacino di talenti” di cittadini di paesi terzi da assumere in ambito UE anche con una Strategia di visti che faciliti gli ingressi e con il lancio dell’iniziativa “ Choose europe” per attrarli  e trattenerli ([16]) .

Sono queste solo le più significative misure previste, spesso di riarticolazione di progetti e linee guida già operativi (ad es. i diversi framework europei sulle competenze) che si vorrebbero comunque rendere più stringenti e convergenti, ma l’aspetto di  new governance del Piano è certamente molto originale: verrà infatti creato un Osservatorio europeo dell’intelligence sulle competenze che fornirà i dati necessari ad una programmazione educativa e formativa:

“the Commission will provide strategic data and foresight regarding skills (current and future) stocks, use and needs, in concrete sectors and regions, and the performance of education and training systems. This timely data reporting will allow to have early warning alerts regarding skills shortages in critical or strategic sectors for the EU.The Commission  is taking steps to improve skills intelligence and data gathering in close coordination with Eurostat and with the relevant EU Observatories and agencies47 (Eurofound, European Labour Authority and Cedefop), which gather a wealth of data, including the annual labour shortages and surpluses report and the skills online vacancy analysis tool, producing near ‘real-time’ intelligence and skills forecasting. Other relevant data sources include the sectoral skills intelligence gathered through the Pact for Skills and ‘Blueprint’ skills alliances, the European graduate tracking, the Education and Training Monitor, the European higher education sector observatory, the Research and Innovation Careers Observatory (ReICO), the European Data Space for Skills, and the Eurydice network.The European Skills Intelligence Observatory will allow to centralise all these granular, real-time and comparable data in a one-stop-shop, providing the necessary inputs to the High-Level Skills Board and feeding the work of the European Semester”.

Inoltre verrà creato un Comitato europeo ad alto livello sulle competenze diretto dalla Commissione che “will bring together the key stakeholders, including business leaders, education and training providers and social partners to provide comprehensive, cross-sectoral insights and guidance on skills to the EU policy makers, ensuring a coordinated vision and the identification of the bold action necessary to strengthen our human capital, building on the findings of the European Skills intelligence observatory”.

Ma quella che potrebbe essere davvero una  svolta per una strategia dell’Unione sulle competenze è l’intenzione della Commissione di integrare il Social Convergence Framework divenuto operativo nell’ambito del semestre europeo nell’ottobre 2024 con un il monitoraggio e l’analisi sulle politiche sul capitale umano degli stati membri e sui risultati occupazionali, sociali, educativi e di raggiungimento di competenze di questi. La Commissione intende così sviluppare 27 Raccomandazioni specifiche  per gli stati membri  che:

“ should have a particular focus on education and skills structural issues, as well as its relationship with the rapidly evolving labour market and competitiveness. Its aim is to provide a contribution to the agenda setting for issues related to human capital for the EU as a whole, as well as an input for the relevant policy debates in the Council and to inform the Tripartite Social Summit. This should be complementary to the other elements of the European Semester, including notably the Joint Employment Report, the Employment Guidelines, and will feed into the country reports and the country-specific recommendations. At institutional level, the Commission will steer a closer collaboration and linkages to guarantee coherence between the different elements of the European Semester to and encourage closer collaboration between the relevant Council formations, notably education, employment and economic ministries, to address the skills human capital challenge at EU and national levels in a whole-of-government approach”.

Nella prima  metà del 2025 la Commissione licenzierà un primo report sull’ European Education Area e ne informerà il Consiglio; ci si augura che in vista dell’attuazione della Union of skills al settore delle competenze vengano destinati adeguati fondi anche con una revisione dei programmi di coesione, ma su questo punto la Comunicazione è piuttosto reticente visto che deve ancora partire il confronto sul nuovo Bilancio Ue settennale e sulla possibilità di utilizzare euro-bond e risorse comuni per incrementare il social investment dell’Unione come suggerisce anche il rapporto Draghi e il recente Rapporto degli esperti  “On the future of the european protection and welfare state in EU”  del 3.2.2023 ([17]) .

     3. Qualche  sommaria conclusione.

 La potenzialità del Piano d’azione Union of skills è immensa: pur agendo sulla base di basi giuridiche (artt. 165 e 166)  che escludono momenti di armonizzazione o anche di introduzione di “minimi di trattamento inderogabili”  come nel settore del lavoro e che sono sostanzialmente di sostegno e coordinamento degli stati membri si mira a rendere operativa ed efficace una strategia sulle competenze integrate (tra istruzione anche terziaria e formazione permanente e continua) portabili in tutta l’Unione e rivendicabili quindi dai suoi cittadini, in vista  del miglioramento delle loro opportunità, anche alla luce dei  piani di vita e degli interessi individuali o collettivi in gioco. Sul piano geo-politico è già stato notato come la nuova amministrazione USA stia creando le premesse per un esodo degli studenti universitari che può fare dell’Unione una “New Education Superpover” ([18]).  Certamente questo Piano incontra anche le obiettive necessità di un’impresa europea che stenta a reggere la sfida globale senza il supporto di un’azione sovranazionale. Un’opera di guida comune è esercitata a monte da organismi sovranazionali o tecnici di raccolta e sviluppo dei big data raccolti dall’Unione e di indirizzo per gli stati membri con un Board nel quale confluiranno anche i principali stakeholders nell’ambito delle sfera pubblica continentale, a cominciare da imprese e sindacati, scuole ed Università.

Ancora più forte è l’aggancio alla governance economica dell’UE  ai meccanismi di sorveglianza  multilaterale del semestre europeo già aggredito dalla valutazione in questa sede anche dei progressi  nel perseguimento delle politiche sociali dell’Unione  da parte degli stati membri ( ad esempio nel contrasto della povertà). Con ogni probabilità diventerà cruciale nel valutare i progressi e le riforme dei member states  anche l’esame dei risultati raggiunti nel settore educazione, formazione, competenze. Ci si allontana progressivamente e virtuosamente dal modello del piatto  esame in base alle regole “stupide” sul  debito pubblico interno o dei dati quantitativi legati al ciclo economico strettamente inteso. Ricordiamo, per concludere, che il nuovo Patto di stabilità concede, anche ai paesi più indebitati, una certa flessibilità in cambio però della dimostrazione che si intendono perseguire le linee guida indicate dalla Commissione durante il semestre europeo: la flessibilità- riteniamo- sarà così concessa solo ai quei paesi che dimostreranno di voler perseguire anche  le politiche di valorizzazione del capitale umano che abbiamo prima indicato, che del resto la Commissione ritiene rientrino negli obiettivi del Social Pillar.

Difficile che gli stati possano ignorare le indicazioni sovranazionali in vasti settori tra i quali inevitabilmente rientreranno le cosidette politiche attive che difficilmente potranno in futuro, come in Italia, condizionare i sussidi  sociali a processi formativi non di qualità, difficilmente spendibili e verificabili (in una pletora di soggetti istituzionali deputati al controllo dei “ sussidiati”)  e non, in qualche modo, parametrati anche sulle aspirazioni individuali o sul livello di professionalità acquisita Sembra peraltro, sempre riguardo il triste caso italiano, che la logica della Union of skills sia di per sé incompatibile con un workfare irriguardoso per la dignità delle persone nel forzarli ad accettare  sub-lavori di pochi giorni che ne mortificano le aspirazioni ([19]).     

In un momento in cui la rivoluzione tecnologica  è in pieno dispiegamento, sopratutto  tramite l’ondata applicativa dell’AI, e le competenze delle persone (correlate ai loro bisogni ed ai loro desideri) stentano a rimanere al passo di questa trasformazione, la Commissione ha mostrato di cercare una strada per  “formare” un futuro più a misura d’uomo ([20]), che avrà efficacia solo se vi sarà un’adeguata copertura finanziaria dell’Unione per i tanti Progetti previsti a livello sovranazionale e, a livello nazionale, un riscontro “di base”, un coinvolgimento emotivo e creativo da parte delle forze politiche e sociali che hanno a cuore il successo del “progetto europeo”.          

Giuseppe Bronzini

Già Presidente della sezione lavoro della Corte di cassazione;

Segretario generale Movimento europeo-Italia

 

[1] 915b147d-c5af-44bb-9820-c252d872fd31_en

[2] cepInput_The_Political_Guidelines_2024-2029_of_the_European_Commission__von_der_Leyen_II_ (1).pdf

[3] Nel programma di investitura del 18.7.2025  la Presidente proponeva oltre ad un nuovo Piano di implementazione del Pillar anche di intervenire sul tema del diritto all’abitazione e del contrasto della povertà. Figura anche una forte attenzione a colmare il gap di conoscenze  e di competenze per affrontare la sfida competitiva globale. Cfr.: e6cd4328-673c-4e7a-8683-f63ffb2cf648_en  

[4] 00_Rapporto-Draghi-parte-A.pdf

[5] Cfr. E. Granaglia A partire dal Rapporto Draghi. Per un welfare di aiuto, ma non ancella della crescita, in Menabò di economia, 2.11.2024; P. Van Parijs Fighting for a sociale europe. When Europe ins at war, in Social europe, 9.4.2025 ove si dice “ we must accept that competetiveness matters, for the sale of both prosperity and geopolitical weight, but we must refuse to reduce Social Europe to being the servant of competitive Europe”

[6] Sulla costruzione di un rapporto equilibrato e controllato  tra le modalità di utilizzazione dell’AI  ed il “ fattore umano” cfr. l’intervento del  Premio Nobel per l’economia D. Acemoglu  DeepSeek ha messo in crisi il metodo USA su larga scala, in IlSole24ore, 13.2.2025

[7] M. Naussbaum Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, Bologna, Il Mulino2012

[8] Nelle premesse della Comunicazione si sottolinea che non sono solo di ordine economico le preoccupazioni per il futuro europeo: “What is at stake for Europe is not just economic growth, but the future of its model. If Europe does not increase its productivity, it risks to be stuck on a low-growth path, with less income for the employed, less welfare for the disadvantaged and less opportunities for all. Europe faces a world of great power rivalry, competition for technological supremacy, and a scramble for control over resources. In this world, Europe’s competitiveness and what Europe stands for are inseparabile”

[9] COM(2025) 30 final

[10] 915b147d-c5af-44bb-9820-c252d872fd31_en

[11] Ricordiamo che l’Italia è l’unico  paese OCSE nel quale il livello dei salari è diminuito dagli anni 90; né si è riusciti ad attenuare il fenomeno con un salario minimo legale in quanto l’Italia rimane tra i 5 paesi Ue che non prevede un “ minimum wage” d fonte legale. 

[12] Si tratta del fenomeno della great resignation  per il caso italiano ben descritto nella ricerca di F. Coin Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita , Torino, Einaudi,2023   

[13] Cfr. M. B. Benedetto L’Unione europea  diventa Unione delle competenze, in www.europeanrights.eu 15.1.2025

[14] “the share of underachievement in literacy, mathematics, science and digital skills should be less than 15%, whereas the share of top performance in literacy, mathematics and science should be at least 15%;the share of students enrolled in STEM fields in initial medium-level VET should be at least 45%24, with at least 1 out of every 4 students female5.the share of students enrolled in STEM fields at tertiary level should be at least 32%26 , with at least 2 out of 5 students female; the share of students enrolled in ICT PhD programmes should be at least 5%28, with at least 1 out of every 3 students female

[15] Questo l’elenco principale:  Skills Portability Initiative [2026];Common European framework for the automatic recognition of study qualifications and learning periods abroad in school, VET and higher education [2027] ; Launch of innovative joint European study programmes with a European degree/label [2026];A legal status for European Universities alliances [2027];Pilot a European VET diploma [2025-2026];+Pilot European School Alliances [2026]

[16]Questo l’elenco delle iniziative sui talenti: “ Launch of the EU Talent Pool IT Platform ;Marie Sklodowska-Curie Action ‘MSCA Choose Europe’ Pilot [Q4 2025]; A new Visa Strategy [Q4 2025] ; Launch of Multipurpose Legal Gateway Offices [2026]

[17] Report of the High-Level Group on the future of social protection and of the welfare state in the EU – European Commission

[18] Cfr. P. Toynbee  Trump’s policies are making Europe the new Education  Superpower, in Social europe 14.4.2025; per il settore universitario cfr. i rilievi (in parte critici) di F. Esposito The Union of skills; un’analisi e una valutazione, leggibile nel sito del Forum Disuguaglianze Diversità

[19] Cfr. G. Bronzini La controriforma del Reddito di cittadinanza alla luce delle Raccomandazioni e delle fonti sovranazionali, in Prismi n. 2/2024

[20] “ L’Unione pone la persona al centro della sua azione” Preambolo della Carta di Nizza

 

 


IN RICORDO DI PAPA FRANCESCO E DELLA SUA VISIONE PER L’EUROPA

A seguito della scomparsa di Sua Santità, Papa Francesco, desideriamo rendere omaggio alla sua straordinaria eredità pubblicando il testo integrale del discorso che tenne al Parlamento Europeo di Strasburgo, nel novembre 2014.

In questa occasione storica, il Santo Padre rifletté sulle radici dell’identità europea e sull’importanza di valori come la dignità umana, la solidarietà e la giustizia sociale, lanciando un appello per un’Europa più unita e inclusiva. Il suo messaggio rimane di grande rilevanza e continua a ispirare dialogo e speranza.

Vi invitiamo a riscoprire questo intervento, un simbolo del suo impegno per un mondo più giusto e umano.

 

VISITA DEL SANTO PADRE
AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO D’EUROPA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL PARLAMENTO EUROPEO

Strasburgo, Francia
Martedì, 25 novembre 2014

 

Signor Presidente, Signore e Signori Vice Presidenti,
Onorevoli Eurodeputati,
Persone che lavorano a titoli diversi in quest’emiciclo,
Cari amici,

vi ringrazio per l’invito a prendere la parola dinanzi a questa istituzione fondamentale della vita dell’Unione Europea e per l’opportunità che mi offrite di rivolgermi, attraverso di voi, agli oltre cinquecento milioni di cittadini che rappresentate nei 28 Stati membri. Particolare gratitudine desidero esprimere a Lei, Signor Presidente del Parlamento, per le cordiali parole di benvenuto che mi ha rivolto, a nome di tutti i componenti dell’Assemblea.

La mia visita avviene dopo oltre un quarto di secolo da quella compiuta da Papa Giovanni Paolo II. Molto è cambiato da quei giorni in Europa e in tutto il mondo. Non esistono più i blocchi contrapposti che allora dividevano il continente in due e si sta lentamente compiendo il desiderio che «l’Europa, dandosi sovranamente libere istituzioni, possa un giorno estendersi alle dimensioni che le sono state date dalla geografia e più ancora dalla storia»[1].

Accanto ad un’Unione Europea più ampia, vi è anche un mondo più complesso e fortemente in movimento. Un mondo sempre più interconnesso e globale e perciò sempre meno “eurocentrico”. A un’Unione più estesa, più influente, sembra però affiancarsi l’immagine di un’Europa un po’ invecchiata e compressa, che tende a sentirsi meno protagonista in un contesto che la guarda spesso con distacco, diffidenza e talvolta con sospetto.

Nel rivolgermi a voi quest’oggi, a partire dalla mia vocazione di pastore, desidero indirizzare a tutti i cittadini europei un messaggio di speranza e di incoraggiamento.

Un messaggio di speranza basato sulla fiducia che le difficoltà possano diventare promotrici potenti di unità, per vincere tutte le paure che l’Europa – insieme a tutto il mondo – sta attraversando. Speranza nel Signore che trasforma il male in bene e la morte in vita.

Incoraggiamento a tornare alla ferma convinzione dei Padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente. Al centro di questo ambizioso progetto politico vi era la fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente.

Mi preme anzitutto sottolineare lo stretto legame che esiste fra queste due parole: “dignità” e “trascendente”.

La “dignità” è una parola-chiave che ha caratterizzato la ripresa del secondo dopoguerra. La nostra storia recente si contraddistingue per l’indubbia centralità della promozione della dignità umana contro le molteplici violenze e discriminazioni, che neppure in Europa sono mancate nel corso dei secoli. La percezione dell’importanza dei diritti umani nasce proprio come esito di un lungo cammino, fatto anche di molteplici sofferenze e sacrifici, che ha contribuito a formare la coscienza della preziosità, unicità e irripetibilità di ogni singola persona umana. Tale consapevolezza culturale trova fondamento non solo negli avvenimenti della storia, ma soprattutto nel pensiero europeo, contraddistinto da un ricco incontro, le cui numerose fonti lontane provengono «dalla Grecia e da Roma, da substrati celtici, germanici e slavi, e dal cristianesimo che li ha plasmati profondamente»[2], dando luogo proprio al concetto di “persona”.

Oggi, la promozione dei diritti umani occupa un ruolo centrale nell’impegno dell’Unione Europea in ordine a favorire la dignità della persona, sia al suo interno che nei rapporti con gli altri Paesi. Si tratta di un impegno importante e ammirevole, poiché persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi.

Effettivamente quale dignità esiste quando manca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare senza costrizione la propria fede religiosa? Quale dignità è possibile senza una cornice giuridica chiara, che limiti il dominio della forza e faccia prevalere la legge sulla tirannia del potere? Quale dignità può mai avere un uomo o una donna fatto oggetto di ogni genere di discriminazione? Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, che non ha il lavoro che lo unge di dignità?

Promuovere la dignità della persona significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non può essere privata ad arbitrio di alcuno e tanto meno a beneficio di interessi economici.

Occorre però prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici -, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade” (μονάς), sempre più insensibile alle altre “monadi” intorno a sé. Al concetto di diritto non sembra più associato quello altrettanto essenziale e complementare di dovere, così che si finisce per affermare i diritti del singolo senza tenere conto che ogni essere umano è legato a un contesto sociale, in cui i suoi diritti e doveri sono connessi a quelli degli altri e al bene comune della società stessa.

Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel “noi-tutti” formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale[3]. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.

Parlare della dignità trascendente dell’uomo significa dunque fare appello alla sua natura, alla sua innata capacità di distinguere il bene dal male, a quella “bussola” inscritta nei nostri cuori e che Dio ha impresso nell’universo creato[4]; soprattutto significa guardare all’uomo non come aun assoluto, ma come a un essere relazionale. Una delle malattie che vedo più diffuse oggi in Europa è la solitudine, propria di chi è privo di legami. La si vede particolarmente negli anziani, spesso abbandonati al loro destino, come pure nei giovani privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro; la si vede nei numerosi poveri che popolano le nostre città; la si vede negli occhi smarriti dei migranti che sono venuti qui in cerca di un futuro migliore.

Tale solitudine è stata poi acuita dalla crisi economica, i cui effetti perdurano ancora con conseguenze drammatiche dal punto di vista sociale. Si può poi constatare che, nel corso degli ultimi anni, accanto al processo di allargamento dell’Unione Europea, è andata crescendo la sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose. Da più parti si ricava un’impressione generale di stanchezza e di invecchiamento, di un’Europa nonna e non più fertile e vivace. Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni.

A ciò si associano alcuni stili di vita un po’ egoisti, caratterizzati da un’opulenza ormai insostenibile e spesso indifferente nei confronti del mondo circostante, soprattutto dei più poveri. Si constata con rammarico un prevalere delle questioni tecniche ed economiche al centro del dibattito politico, a scapito di un autentico orientamento antropologico[5]. L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, così che – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere.

È il grande equivoco che avviene «quando prevale l’assolutizzazione della tecnica»[6], che finisce per realizzare «una confusione fra fini e mezzi»[7]. Risultato inevitabile della “cultura dello scarto” e del “consumismo esasperato”. Al contrario, affermare la dignità della persona significa riconoscere la preziosità della vita umana, che ci è donata gratuitamente e non può perciò essere oggetto di scambio o di smercio. Voi, nella vostra vocazione di parlamentari, siete chiamati anche a una missione grande benché possa sembrare inutile: prendervi cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla “cultura dello scarto”. Prendersi cura della fragilità delle persone e dei popoli significa custodire la memoria e la speranza; significa farsi carico del presente nella sua situazione più marginale e angosciante ed essere capaci di ungerlo di dignità[8].

Come dunque ridare speranza al futuro, così che, a partire dalle giovani generazioni, si ritrovi la fiducia per perseguire il grande ideale di un’Europa unita e in pace, creativa e intraprendente, rispettosa dei diritti e consapevole dei propri doveri?

Per rispondere a questa domanda, permettetemi di ricorrere a un’immagine. Uno dei più celebri affreschi di Raffaello che si trovano in Vaticano raffigura la cosiddetta Scuola di Atene. Al suo centro vi sono Platone e Aristotele. Il primo con il dito che punta verso l’alto, verso il mondo delle idee, potremmo dire verso il cielo; il secondo tende la mano in avanti, verso chi guarda, verso la terra, la realtà concreta. Mi pare un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del continuo incontro tra cielo e terra, dove il cielo indica l’apertura al trascendente, a Dio, che ha da sempre contraddistinto l’uomo europeo, e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta di affrontare le situazioni e i problemi.

Il futuro dell’Europa dipende dalla riscoperta del nesso vitale e inseparabile fra questi due elementi. Un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende.

Proprio a partire dalla necessità di un’apertura al trascendente, intendo affermare la centralità della persona umana, altrimenti in balia delle mode e dei poteri del momento. In questo senso ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita. Tale contributo non costituisce un pericolo per la laicità degli Stati e per l’indipendenza delle istituzioni dell’Unione, bensì un arricchimento. Ce lo indicano gli ideali che l’hanno formata fin dal principio, quali la pace, la sussidiarietà e la solidarietà reciproca, un umanesimo incentrato sul rispetto della dignità della persona.

Desidero, perciò, rinnovare la disponibilità della Santa Sede e della Chiesa cattolica, attraverso la Commissione delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE), a intrattenere un dialogo proficuo, aperto e trasparente con le istituzioni dell’Unione Europea. Parimenti sono convinto che un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e lepotenzialità, possa essere anche più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente, perché «è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza»[9].

Non possiamo qui non ricordare le numerose ingiustizie e persecuzioni che colpiscono quotidianamente le minoranze religiose, e particolarmente cristiane, in diverse parti del mondo. Comunità e persone che si trovano ad essere oggetto di barbare violenze: cacciate dalle proprie case e patrie; vendute come schiave; uccise, decapitate, crocefisse e bruciate vive, sotto il silenzio vergognoso e complice di tanti.

Il motto dell’Unione Europea è Unità nella diversità, ma l’unità non significa uniformità politica, economica, culturale, o di pensiero. In realtà ogni autentica unità vive della ricchezza delle diversità che la compongono: come una famiglia, che è tanto più unita quanto più ciascuno dei suoi componenti può essere fino in fondo sé stesso senza timore. In tal senso, ritengo che l’Europa sia una famiglia di popoli, i quali potranno sentire vicine le istituzioni dell’Unione se esse sapranno sapientemente coniugare l’ideale dell’unità cui si anela alla diversità propria di ciascuno, valorizzando le singole tradizioni; prendendo coscienza della sua storia e delle sue radici; liberandosi dalle tante manipolazioni e dalle tante fobie. Mettere al centro la persona umana significa anzitutto lasciare che essa esprima liberamente il proprio volto e la propria creatività, sia a livello di singolo che di popolo.

D’altra parte, le peculiarità di ciascuno costituiscono un’autentica ricchezza nella misura in cui sono messe al servizio di tutti. Occorre ricordare sempre l’architettura propria dell’Unione Europea, basata sui principi di solidarietà e sussidiarietà, così che prevalga l’aiuto vicendevole e si possa camminare, animati da reciproca fiducia.

In questa dinamica di unità-particolarità, si pone a voi, Signori e Signore Eurodeputati, anche l’esigenza di farvi carico di mantenere viva la democrazia, la democrazia dei popoli dell’Europa. Non ci è nascosto che una concezione omologante della globalità colpisce la vitalità del sistema democratico depotenziando il ricco contrasto, fecondo e costruttivo, delle organizzazioni e dei partiti politici tra di loro. Così si corre il rischio di vivere nel regno dell’idea, della sola parola, dell’immagine, del sofisma… e di finire per confondere la realtà della democrazia con un nuovo nominalismo politico. Mantenere viva la democrazia in Europa richiede di evitare tante “maniere globalizzanti” di diluire la realtà: i purismi angelici, i totalitarismi del relativo, i fondamentalismi astorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza sapienza[10].

Mantenere viva la realtà delle democrazie è una sfida di questo momento storico, evitando che la loro forza reale – forza politica espressiva dei popoli – sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti. Questa è una sfida che oggi la storia vi pone.

Dare speranza all’Europa non significa solo riconoscere la centralità della persona umana, ma implica anche favorirne le doti. Si tratta perciò di investire su di essa e sugli ambiti in cui i suoi talenti si formano e portano frutto. Il primo ambito è sicuramente quello dell’educazione, a partire dalla famiglia, cellula fondamentale ed elemento prezioso di ogni società. La famiglia unita, fertile e indissolubile porta con sé gli elementi fondamentali per dare speranza al futuro. Senza tale solidità si finisce per costruire sulla sabbia, con gravi conseguenze sociali. D’altra parte, sottolineare l’importanza della famiglia non solo aiuta a dare prospettive e speranza alle nuove generazioni, ma anche ai numerosi anziani, spesso costretti a vivere in condizioni di solitudine e di abbandono perché non c’è più il calore di un focolare domestico in grado di accompagnarli e di sostenerli.

Accanto alla famiglia vi sono le istituzioni educative: scuole e università. L’educazione non può limitarsi a fornire un insieme di conoscenze tecniche, bensì deve favorire il più complesso processo di crescita della persona umana nella sua totalità. I giovani di oggi chiedono di poter avere una formazione adeguata e completa per guardare al futuro con speranza, piuttosto che con disillusione. Numerose sono, poi, le potenzialità creative dell’Europa in vari campi della ricerca scientifica, alcuni dei quali non ancora del tutto esplorati. Basti pensare ad esempio alle fonti alternative di energia, il cui sviluppo gioverebbe molto alla difesa dell’ambiente.

L’Europa è sempre stata in prima linea in un lodevole impegno a favore dell’ecologia. Questa nostra terra ha infatti bisogno di continue cure e attenzioni e ciascuno ha una personale responsabilità nel custodire il creato, prezioso dono che Dio ha messo nelle mani degli uomini. Ciò significa da un lato che la natura è a nostra disposizione, ne possiamo godere e fare buon uso; dall’altro però significa che non ne siamo i padroni. Custodi, ma non padroni. La dobbiamo perciò amare e rispettare, mentre «invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura»[11]. Rispettare l’ambiente significa però non solo limitarsi ad evitare di deturparlo, ma anche utilizzarlo per il bene. Penso soprattutto al settore agricolo, chiamato a dare sostegno e nutrimento all’uomo. Non si può tollerare che milioni di persone nel mondo muoiano di fame, mentre tonnellate di derrate alimentari vengono scartate ogni giorno dalle nostre tavole. Inoltre, rispettare la natura, ci ricorda che l’uomo stesso è parte fondamentale di essa. Accanto ad un’ecologia ambientale, serve perciò quell’ecologia umana, fatta del rispetto della persona, che ho inteso richiamare quest’oggi rivolgendomi a voi.

Il secondo ambito in cui fioriscono i talenti della persona umana è il lavoro. E’ tempo di favorire le politiche di occupazione, ma soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo anche adeguate condizioni per il suo svolgimento. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli.

Parimenti, è necessario affrontare insieme la questione migratoria. Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero! Sui barconi che giungono quotidianamente sulle coste europee ci sono uomini e donne che necessitano di accoglienza e di aiuto. L’assenza di un sostegno reciproco all’interno dell’Unione Europea rischia di incentivare soluzioni particolaristiche al problema, che non tengono conto della dignità umana degli immigrati, favorendo il lavoro schiavo e continue tensioni sociali. L’Europa sarà in grado di far fronte alle problematiche connesse all’immigrazione se saprà proporre con chiarezza la propria identità culturale e mettere in atto legislazioni adeguate che sappiano allo stesso tempo tutelare i diritti dei cittadini europei e garantire l’accoglienza dei migranti; se saprà adottare politiche corrette, coraggiose e concrete che aiutino i loro Paesi di origine nello sviluppo socio-politico e nel superamento dei conflitti interni – causa principale di tale fenomeno – invece delle politiche di interesse che aumentano e alimentano tali conflitti. È necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti.

Signor Presidente, Eccellenze, Signore e Signori Deputati,

La coscienza della propria identità è necessaria anche per dialogare in modo propositivo con gli Stati che hanno chiesto di entrare a far parte dell’Unione in futuro. Penso soprattutto a quelli dell’area balcanica per i quali l’ingresso nell’Unione Europea potrà rispondere all’ideale della pace in una regione che ha grandemente sofferto per i conflitti del passato. Infine, la coscienza della propria identità è indispensabile nei rapporti con gli altri Paesi vicini, particolarmente con quelli che si affacciano sul Mediterraneo, molti dei quali soffrono a causa di conflitti interni e per la pressione del fondamentalismo religioso e del terrorismo internazionale.

A voi legislatori spetta il compito di custodire e far crescere l’identità europea, affinché i cittadini ritrovino fiducia nelle istituzioni dell’Unione e nel progetto di pace e amicizia che ne è il fondamento. Sapendo che «quanto più cresce la potenza degli uomini tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità individuale e collettiva»[12], vi esorto a lavorare perché l’Europa riscopra la sua anima buona.

Un anonimo autore del II secolo scrisse che «i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo»[13]. Il compito dell’anima è quello di sostenere il corpo, di esserne la coscienza e la memoria storica. E una storia bimillenaria lega l’Europa e il cristianesimo. Una storia non priva di conflitti e di errori, anche di peccati, ma sempre animata dal desiderio di costruire per il bene. Lo vediamo nella bellezza delle nostre città, e più ancora in quella delle molteplici opere di carità e di edificazione umana comune che costellano il continente. Questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere. Essa è il nostro presente e anche il nostro futuro. Essa è la nostra identità. E l’Europa ha fortemente bisogno di riscoprire il suo volto per crescere, secondo lo spirito dei suoi Padri fondatori, nella pace e nella concordia, poiché essa stessa non è ancora esente dai conflitti.

Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità!

Grazie.

 
 

 


BANDO DI CONCORSO “IMMAGINI PER IL FUTURO DELL’EUROPA”

Il Movimento europeo Italia, indice, con il supporto del Movimento Europeo Internazionale e della Commissione europea, la seconda edizione del bando di concorso “Images for the future of Europe”.

Il bando è rivolto alle studentesse e agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e agli studenti universitari presenti sul territorio nazionale, tra i 16 e i 25 anni.

Il concorso vuole essere un’iniziativa volta a sollecitare la partecipazione democratica da parte dei giovani e sensibilizzare in maniera apartitica e terza al tema del ruolo dell’Unione europea nel rafforzamento dei diritti, della democrazia e della sicurezza.

L’obbiettivo principale del concorso è quello di realizzare immagini significative ed espressive, tramite l’ausilio di strumenti di Intelligenza Artificiale, capaci di rappresentare le volontà, i desideri, e le necessità delle nuove generazioni nei confronti delle politiche europee. Si invitano i giovani a riflettere sulla propria visione di quella sarà l’Europa del futuro. Sarà possibile esprimersi tramite la compilazione di un PROMPT (ovvero la stesura di breve elaborato propedeutico alla generazione di immagini AI) oppure allegando direttamente le immagini complete.

Per accedere al bando di concorso e alla guida sintetica collegata:
BANDO CONCORSO
GUIDA – Come scrivere un buon “prompt”

Link al format per la candidatura

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfS0Wj4kCIi0iGqbsmyStyYKwfen3lWHoxkTbW_2tVQLOYmTg/viewform

 

 


PETIZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO

Promuovere nell’attuazione del Patto Europeo Migrazione e Asilo il

modello “Riace” per l’accoglienza e inclusione dei migranti

Il Movimento Europeo Italia, insieme al “Comitato 30 gennaio per l’europeizzazione del modello Riace”, ha presentato alla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo una petizione per promuovere il modello Riace nell’attuazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. 

Riace ha dimostrato che accoglienza e inclusione possono andare di pari passo con la rinascita dei territori e la costruzione di comunità più coese. Ora chiediamo all’Unione Europea di: 

  • Coinvolgere le autorità locali e la società civile nelle politiche migratorie. 
  • Finanziare un progetto pilota basato sul modello Riace. 
  • Promuovere un’iniziativa legislativa per garantire un trattamento equo ai migranti. 
  • Porre fine alla criminalizzazione di chi fornisce assistenza umanitaria. 

Abbiamo 90 giorni per raccogliere il maggior numero di firme possibile!

Firmare è semplice e veloce attraverso questo MODULO ONLINE.  

Vi invitiamo a sottoscrivere la petizione e a condividerla con i vostri contatti. Insieme possiamo costruire un’Europa più giusta e solidale! 

Testo della petizione disponibile in: [ITALIANO]  –  [INGLESE]  –  [FRANCESE]

 

 


 ATTIRIAMO LA VOSTRA ATTENZIONE

“Giorgio Napolitano e il Parlamento europeo”

a cura di Pier Virgilio Dastoli e Nicoletta Parisi con prefazione di Giuliano Amato  

(Editoriale Scientifica – Napoli)

prima

II volume trova la propria origine nell’evento dedicato a Giorgio Napolitano, tenutosi il 22 febbraio 2024 su invito e iniziativa del Senatore Pier Ferdinando Casini e del Movimento Europeo in Italia, nonché con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale a partire dal progetto dedicato ai “Beni comuni europei per una prosperità condivisa: opportunità e sfide del sistema Italia nella decima Legislatura europea”.

Il volume non si limita a raccogliere il testo degli interventi allora presentati da personalità che – per aver ricoperto incarichi nelle istituzioni europee e per essere state vicine a Giorgio Napolitano durante la sua esperienza di componente del Parlamento europeo – hanno voluto, prima, prendere parte all’evento e, poi, mettere a disposizione dei curatori il proprio contributo. Esso è infatti integrato da altre testimonianze – fra le quali quella espressa dalla Prefazione di Giuliano Amato – e dalla raccolta dei discorsi che Giorgio Napolitano ha tenuto nel corso della quinta legislatura del Parlamento europeo, dove Egli ha ricoperto l’incarico di Presidente della Commissione Affari Costituzionali (1999-2004). Quest’ultima scelta è stata motivata dalla volontà dei Curatori di far scaturire direttamente dalle parole del Nostro il grande contributo da Lui dato al processo di integrazione europea, attraverso l’affermazione dei valori dello Stato di diritto, della democrazia, del rispetto di diritti e libertà individuali.

Il volume vuole anche essere un ringraziamento postumo a un Presidente del Movimento Europeo in Italia (1995-2006) significativamente attivo: Egli ha riversato nell’Associazione energie intellettuali potenti, sostenendo l’idea di un’Europa politicamente integrata, secondo l’insegnamento di Altiero Spinelli e il pragmatismo di Jacques Delors (di stampo “monettiano”) fondato sulla strategia dei “piccoli passi” per costruire politiche comuni.

SOMMARIO.

 SCHEDA DI ACQUISTO LIBRO

 

 

 


LA SETTIMANA DEL MOVIMENTO EUROPEO

 

22 aprile

  • Riunione di presentazione dell’avviso di pubblicità per enti internazionalistici 2025 – Richiesta di contributi a progetti di studio, ricerca e analisi nel campo della politica estera e della promozione e sviluppo dei rapporti internazionali (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale)

 

 


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VI SEGNALIAMO

  • 29 aprile, ore 10:00-12:00, Roma. “I siti del Marchio del Patrimonio europeo: identità europea e memoria storica dell’Europa”. L’incontro avrà luogo a Roma presso Europa Experience – David Sassoli con l’inaugurazione della mostra “I siti Marchio del Patrimonio europeo”. Il Marchio del Patrimonio Europeo è un riconoscimento assegnato a siti culturali che hanno un particolare valore simbolico e/o che rivestono un ruolo importante nella storia e nell’identità europea. Questo marchio mira a promuovere la conservazione e la valorizzazione di tali siti, rendendoli più accessibili al pubblico e contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza europea. Nel 2025, la Commissione Europea ha ricevuto 21 proposte da 15 paesi UE per il Marchio del Patrimonio Europeo. Tra questi, il Teatro Olimpico di Vicenza, patrimonio UNESCO, e il Parco Naturale Regionale Bosco delle Querce, entrambi candidati italiani, hanno suscitato l’interesse della Commissione. PROGRAMMA.

 

ARTICOLI E TESTI DELLA SETTIMANA

 

 

 


ATTUALITA’

PER UN 25 APRILE VERAMENTE EUROPEO 

1. Venerdì prossimo ricorre in Italia la Festa della Liberazione. Ci si appresta a ricordare che il 25 aprile 1945, dalle città di Milano e Torino, il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia – che coordinava i non pochi e molto diversi per impronta ideologica gruppi impegnati nella resistenza armata contro l’occupazione della Germania nazista, alleata al regime di Mussolini – proclamò l’ordine di insurrezione generale.  

Si tratta di una data convenzionalmente proiettata alla memoria della liberazione, giacché la resa delle forze armate dell’Asse nazi-fascista avvenne a Caserta il 29 dello stesso mese.  

Quindi è una data simbolica che vuole ricordare a tutti a quale prezzo i cittadini italiani ripresero un percorso di democrazia che li portò, per tappe, prima a scegliere la forma di Stato repubblicana (col referendum del 2 giugno) e a contestualmente eleggere i componenti di un’Assemblea costituente, poi ad elaborare una Carta costituzionale che entrò in vigore il 1° gennaio 1948. 

Questo traguardo fu conseguito tramite una transizione complessa, a partire dal 3 settembre 1943 con l’armistizio (concluso a Cassibile e reso noto l’8) tra il Regno d’Italia e le Forze alleate. Esso determinò la resa incondizionata dell’Italia, la fine dell’alleanza con la Germania, l’inizio di un periodo di guerra civile. Fu dunque una transizione dolorosa per il Paese, divisiva, sanguinosa e traumatica. 

2. In altra parte del nostro Continente – in Portogallo – il 25 aprile è egualmente festa nazionale. Ricorre infatti l’anniversario della “rivoluzione dei garofani” – la Revolução dos cravos – che il 25 aprile 1974 pose fine al regime dittatoriale instaurato nel 1933 da António Salazar.  

Fu una rivoluzione popolare che durò un solo giorno: il suo nome, così singolare, deriva dai garofani che le forze armate progressiste portoghesi – appoggiate dalla popolazione – infilarono nelle canne dei propri fucili, a simboleggiare la volontà di avviare una transizione non cruenta. Ed infatti le vittime sembra che siano state soltanto 4. 

Si avviò quel giorno una transizione contrassegnata da due tappe fondamentali: nuovamente un 25 aprile, ma dell’anno successivo, 1975, furono eletti i componenti dell’Assemblea costituente; e nuovamente un 25 aprile, ma del1976, si tennero le elezioni politiche dell’Assemblea della Repubblica. 

3. Oggi nel nostro Continente si avverte l’esigenza di cambiamenti radicali per fronteggiare situazioni drammatiche, tra cui spicca la guerra di aggressione della Russia nei confronti di uno Stato sovrano, l’Ucraina, in spregio alla norma di diritto internazionale cogente che vuole l’intangibilità dei confini nazionali e il divieto dell’uso della forza nelle relazioni interstatuali. Ma contribuiscono fra l’altro allo sconcerto, e a quello che molti interpretano come un cambiamento epocale, anche le modalità con cui il rieletto Presidente della federazione statunitense, D. J. Trump, governa, determinando ad esempio la considerazione da parte del Sen. Mario Monti che gli USA non siano più una «democrazia liberale»[1]. E in specie quanto alla guerra russo-ucraina va sottolineato l’atteggiamento attuale di Trump (esemplificativamente riconducibile al comportamento tenuto alla Casa Bianca nei confronti di V. Zelensky il 28 febbraio scorso) rispetto al primo mandato presidenziale, quando il suo Segretario di Stato Mike Pompeo parlò al riguardo chiaramente di minaccia a «un principio internazionale fondamentale condiviso dagli Stati democratici: che nessun Paese può modificare i confini di un altro con la forza». 

Si avverte da più parti la pochezza (la ben poca autorevolezza) della comunità politica oggi denominata Unione europea, auspicando l’esigenza che essa si doti in particolare di una propria autonomia strategica. È stata chiaramente individuata la necessità di approntare finalmente una effettiva politica estera comune, comprendendovi la necessità di attrezzare una politica comune di difesa. Prendere al riguardo spunto dal pensiero di Immanuel Kant (la cui città natale oggi sta in territorio russo!) vale a rammentare, come fa A. Padoa Schioppa nel suo Destini incrociati[2], che «lo stato di pace deve essere istituito»[3] e dunque una comunità politica dev’essere in grado di difendersi a titolo individuale.

Allora si potrebbe pensare che anche l’Unione europea deve poter avere un proprio “25 aprile”: un giorno in cui il Parlamento europeo – che rappresenta i cittadini dell’attuale comunità politica europea – avvierà di propria iniziativa un processo costituente, sulla falsariga di quanto avvenne il 14 febbraio del 1984 quanto il Parlamento europeo di allora approvò, sulla spinta politica di Altiero Spinelli, la risoluzione contenente il «Progetto di Trattato che istituisce l’Unione europea». Pur non entrato in vigore, quel  progetto fu comunque una tappa importante che aprì ai successivi sviluppi istituzionali con scelte che tuttavia si sono rivelate non tutte felici. 

Oggi il preoccupante disordine mondiale dovrebbe convincere il Parlamento europeo che sono necessarie scelte istituzionali fondamentali per avviare l’Unione verso la soluzione federale, unica in grado di assicurare il governo dei tanti beni pubblici europei in condizioni di democrazia e rispetto dei principi e della pratica dello Stato di diritto.

E magari si ricordi, il Parlamento europeo, che il 25 aprile si celebra San Marco evangelista, quello secondo cui «Il tempo è compiuto» (1.15).

Nicoletta Parisi 

Dino G. Rinoldi  

 

[1] V. la Repubblica del 10 aprile 2025.

[2] Il Mulino, 2024, particolarmente p. 99 ss.

[3] Per la pace perpetua, 1795.

 

 


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