Perché è urgente riaprire il laboratorio di una Schengen per la Difesa dell’Europa
L’annuncio di Donald Trump di ritirare un sesto delle truppe americane dalle basi militari nella Repubblica Federale di Germania sarà probabilmente seguito nei prossimi mesi da analoghi annunci che riguarderanno i paesi europei considerati ormai “ostili” dall’inquilino della Casa Bianca con in testa la Spagna di Pedro Sanchez seguita dal Regno Unito di Keir Starmer e poi dall’Italia di Giorgia Meloni.
Si tratta di un nuovo e più dirompente passo sulla via della exit strategy trumpiana dal continente europeo e più particolarmente dall’Unione europea che si associa alla guerra dei dazi su cui le istituzioni europee non hanno deciso ancora se usare il bazooka europeo dello strumento anti-coercizione (ACI) essendo strattonate dai contrapposti interessi delle industrie europee ed in particolare da quelle automobilistiche tedesche.
Le posizioni ondivaghe di Donald Trump non permettono di avere una visione precisa del futuro delle relazioni transatlantiche che saranno messe a dura prova in occasione del Vertice della NATO ad Ankara che avrà luogo il 7 e 8 luglio 2026, sia se il presidente americano deciderà di partecipare sia se invierà un suo rappresentante, e che sarà preceduto in Francia dal Vertice del G7.
Nel Vertice della NATO i leader dell’Alleanza dovranno prendere quattro decisioni esistenziali per l’Europa chiarendo interrogativi rimasti per ora senza risposte dalle due parti dell’Atlantico e relative al livello della partecipazione statunitense, al ruolo degli (ex?) alleati non solo europei ma anche canadese e allo sviluppo delle industrie della difesa attualmente egemonizzate dagli americani come avviene per le armi che gli Europei inviano da oltre quattro anni all’Ucraina:
- sullo Stretto di Hormuz – nel caso in cui il conflitto armato e mediatico fra USA e Iran dovesse proseguire nei prossimi due mesi – o con la messa in opera delle proposte di Emmanuel Macron e Keir Starmer per la sicurezza marittima nell’interesse degli Europei o con l’attivazione di una guida NATO di lungo periodo sancendo così la sconfitta del regime di Teheran e la vittoria di Trump dopo il piano Project Freedom degli Stati Uniti per liberare le navi civili nello stretto mantenendo tuttavia il blocco delle navi militari,
- sulla creazione di una eventuale pianificazione coordinata degli impegni dalle due parti dell’Atlantico relativamente ai trasporti strategici, alle difese missilistiche, alla cooperazione fra i servizi di intelligence e agli scambi o cessioni delle tecnologie satellitari,
- sulla difesa delle frontiere orientali dell’Europa nel quadro dello Enhanced Forward Presence con otto gruppi tattici multinazionali che dispongono per ora di 15000 effettivi statunitensi su 25000 e che dovranno essere ristrutturati con una progressiva espansione europea fino al punto di una eventuale exit strategy trumpiana,
- last but not least sul livello delle spese degli Europei ciascuno per sé e l’Unione europea nel suo insieme partendo dalla percentuale progressiva del 5% del PIL che si sta sostanziando dal 2024 (LINK) in poderosi acquisti europei dalle industrie americane e non in investimenti strategici europei a cui si dovrebbero aggiungere i 50 miliardi di euro proposti dalla Commissione europea nel QFP 2028-2034 e che fanno parte del programma SAFE ora sub judice dopo il ricorso del Parlamento europeo davanti alla Corte di Giustizia dell’UE.
Sul tavolo del Vertice della NATO ci sarà principalmente il tema del conflitto russo-ucraino, in cui gli (ex?) alleati dovranno chiarire
- il contenuto degli accordi fra Donald Trump e Vladimir Putin,
- la linea rossa dell’Ucraina dopo più di quattro anni di dura resistenza all’aggressione russa per sapere chi vincerà e chi perderà nel negoziato di pace,
- con quale piano l’Europa intende trattare non già su eventuali cessioni di parti del territorio ucraino che spettano solo a Kiev ma sulla sicurezza futura della regione e sul ruolo europeo di Kiev che può contare ora sul prestito di 90 miliardi di euro e su una ritrovata unità a Bruxelles dopo l’uscita di scena di Viktor Orban e prima delle molte elezioni nazionali nel 2027 destinate a definire il quadro politico sul continente.
Sulla scena del conflitto russo-ucraino è mancata finora la diplomazia europea – definita come una schizofrenia catatonica – che non potrà esistere fintantoché essa si limiterà a ipotetiche iniziative sulla difesa dell’Europa e fintantoché la difesa dell’Europa non sarà considerata come una parte integrante di una vera politica estera e della sicurezza comune a cui oggi mancano purtroppo le condizioni politiche, economiche e giuridiche.
La diplomazia per la pace e cioè il ruolo dell’Unione europea come attore internazionale da una parte e la difesa dell’Europa come strumento della sua deterrenza militare e della sua autonomia strategica dall’altra sono due facce della stessa medaglia.
Esse richiedono una forte volontà politica per condividere sovranità chiuse per decenni all’interno degli Stati nazionali.
L’esperienza ci ha mostrato che il passaggio dalle sovranità nazionali alle sovranità condivise si è realizzato inizialmente con il consenso di un gruppo ristretto di popoli e di paesi nella convinzione che altri si assoceranno all’impresa comune secondo un modello di integrazione differenziata o nel quadro di un’Europa a due velocità che si distingue politicamente dall’Europa à la carte che ha attratto recentemente le simpatie di Mario Draghi e della sua tautologia del cosiddetto “federalismo pragmatico”.
Così è avvenuto per la condivisione del mercato dell’acciaio e del carbone nel 1952 con la CECA, per il mercato comune nei trattati di Roma nel 1957, per lo SME nel 1978, per la libera circolazione delle persone attraverso le frontiere nazionali con il Trattato dì Schengen nel 1985, per la moneta unica nel Trattato di Maastricht del 1993 e per la Carta dei diritti fondamentali nel 2000 che nulla hanno a che fare con le più modeste cooperazioni rafforzate introdotte con il Trattato di Amsterdam nel 1999 né con l’inconsistente cooperazione strutturata permanente che ha introdotto la PESCO nel 2017 e sessanta microprogetti ben lontani dalla realizzazione della difesa dell’Europa.
Con un grave danno per l’esigenza e l’urgenza di trasferire a metà degli anni cinquanta una parte importante delle sovranità nazionali verso una superiore sovranità politica condivisa fallì nel 1954 il progetto di Trattato per una Comunità europea di Difesa (CED) a causa della decisione della Assemblea nazionale francese di non dar luogo alla sua ratifica e all’ignavia del governo italiano presieduto dal democristiano Giuseppe Pella solo in parte compensato da un disegno di legge presentato dal successivo governo Scelba ma frettolosamente ritirato dopo il “no” francese.
La caduta della CED trascinò con sé il progetto di una Comunità Politica Europea (CPE) – ispirato da Altiero Spinelli e proposto da Alcide De Gasperi secondo i quali il metodo costituente esigeva il ruolo centrale di una assemblea parlamentare e non di una conferenza intergovernativa – e il trattato con il Regno Unito i cui strumenti di ratifica non furono mai depositati a Londra ed un accordo europeo con l’Alleanza dell’Atlantico del Nord.
Noi riteniamo che il progetto di trattato del 1952, fallito nel 1954, non possa e non debba essere resuscitato dopo settantadue anni e che, trattandosi di un trattato internazionale sul tema della difesa, non possa essere il frutto di una iniziativa parlamentare come è stato suggerito recentemente in Italia con un progetto privo di serie prospettive legislative.
Il progetto di Trattato della CED contiene inoltre aspetti politici, militari, finanziari e giuridici che ne sconsigliano la riesumazione in una situazione geopolitica radicalmente diversa da quella degli anni cinquanta:
- perché oggi non esistono le condizioni per un esercito comune che apre la strada alla fusione delle forze armate nazionali,
- perché il tema della difesa dell’Europa non può essere separato dall’avvio di una diplomazia europea per la cooperazione, per la sicurezza e per la pace,
- perché la difesa dell’Europa con le sue implicazioni militari e di investimenti nell’industria della difesa dovrebbe essere finanziata da debito comune seguendo il modello del NGEU e non da contributi nazionali che gravano sui bilanci nazionali,
- perché la mancata applicazione delle procedure di ratifica e di entrata in vigore previste dall’art. 132 di quel progetto di Trattato indebolisce o annulla le argomentazioni giuridiche di chi sostiene l’idea di una tardiva riesumazione.
Per queste ragioni noi insistiamo sulla proposta della riapertura di un “laboratorio” europeo per la rapida attuazione di una Schengen della Difesa fra un gruppo ristretto ed iniziale di popoli e di paesi a cui siano associate forme innovative di difesa civile e di un comune progetto di servizio civile transnazionale di coinvolgimento di giovani generazioni di cittadine e di cittadini europei ma anche di giovani di paesi terzi con un permesso di soggiorno permanente nei paesi aderenti alla Schengen della Difesa.
L’idea di una Schengen della difesa fu proposta nell’agosto 2016 dal governo italiano su iniziativa dei ministri degli esteri Paolo Gentiloni e della difesa Roberta Pinotti (LINK) ed è stata ora ripresa dal Commissario europeo per la difesa e lo spazio Andrius Kubilius (LINK) e, con una visione limitata alla mobilità militare fra le frontiere all’interno dell’Unione europea, dal Parlamento europeo (LINK).
L’elemento fondamentale nella creazione del “laboratorio” in materia di difesa è il riconoscimento della sua strumentalità rispetto al conseguimento degli obiettivi di cui all’art. 21 TUE nel quadro di una politica estera e di sicurezza comune che deve condurre ad una difesa comune.
In questa prospettiva sarebbe perfettamente logico prevedere l’utilizzazione, nelle forme adeguate, anche delle istituzioni dell’Unione europea compresa la Corte di Giustizia e prevedere una solidarietà comune inserendo anche il contributo di paesi terzi come il Regno Unito o la stessa Ucraina.
Le attività di difesa, di deterrenza e di peace enforcement dovrebbero nascere in modo vincolante con il corollario imprescindibile che le decisioni militari non potranno essere lasciate alla responsabilità dei Capi di Stato maggiore ma ad un organo politico sotto un controllo democratico europeo con un bilancio sovranazionale finanziato da debito pubblico e non la somma di bilanci nazionali superando i vincoli della unanimità in un sistema di sovranità condivisa.
Il governo della Schengen della difesa potrebbe essere affidato provvisoriamente ad una Alta Autorità – come avvenne con la CECA – il cui Alto responsabile risponda regolarmente al Parlamento europeo e alla sua commissione difesa (SEDE) così come il Presidente dell’Eurogruppo e il Presidente della BCE dialogano periodicamente e in modo trasparente con la commissione affari economici e monetari del PE coinvolgendo delegazioni dei parlamenti nazionali.
Il tema di un’ampia condivisine di sovranità su una questione che implica l’evoluzione dell’Unione europea verso un modello federale deve spingerci a rilanciare la logica democratica e costituente di Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi secondo i quali essa esige il ruolo centrale di una assemblea parlamentare e non una conferenza intergovernativa.
Roma, 4 maggio 2026
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[VERSIONE INGLESE] – [VERSIONE FRANCESE]
