“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”
(Martin Luther King, dal carcere di Birmingham il 12 giugno 1963)
Nel quadro della mobilitazione che avrà luogo questa settimana da Perugia ad Assisi – ispirata alla iniziativa di Aldo Capitini del 24 settembre 1961 con la “Marcia della Pace e la fratellanza fra i Popoli” e promossa ora dalla “Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace” (LINK) – il Movimento europeo ha deciso di contribuire ai dibattiti animati da molte organizzazioni italiane con una sua specifica iniziativa.
Il Movimento europeo sollecita in particolare una riflessione collettiva sul tema della giustizia sociale per un mondo in pace dove nessuno venga lasciato indietro e poi su un immediato impegno internazionale.
Il Movimento europeo ha deciso di riflettere sul tema della giustizia sociale alla vigilia del Secondo Vertice Mondiale sullo sviluppo sociale che avrà luogo in Qatar su iniziativa delle Nazioni Unite dal 4 al 6 novembre 2025 (https://social.desa.un.org).
Il Movimento europeo è convinto che non ci può essere pace e democrazia nel mondo senza giustizia sociale e che l’Unione europea deve essere attrice e protagonista per i suoi cittadini, per tutte le persone che chiedono asilo e accoglienza venendo da terre devastate dalle guerre e dai disastri ambientali, per i paesi e i popoli vicini, per il futuro della cooperazione internazionale a ottanta anni dalla creazione delle Nazioni Unite e a cinquanta anni dagli accordi di Helsinki.
Nel dibattere di giustizia sociale ricorderemo la lettera di Martin Luther King del 12 giugno 1963 dal carcere di Birmingham dove scriveva che le iniziative contro la segregazione razziale erano “prudenti e tempestive” affermando che “l’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”.
Questo è il messaggio che abbiamo deciso di lanciare il 10 ottobre dalla Sala della Provincia di Perugia accogliendo ancora una volta l’invito della “Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace”, preparandoci a partecipare alla Marcia del 12 ottobre fino ad Assisi e proponendo a tutte e a tutti un corale impegno internazionale.
A partire dal 13 ottobre dobbiamo lavorare tutti insieme per diffondere fuori d’Italia il messaggio di Assisi riunendo le città europee per la pace, la democrazia e la giustizia sociale con una mobilitazione continentale per far cambiare rotta all’Unione europea affinché essa contribuisca a fermare tutte le guerre e a garantire i diritti fondamentali in Europa e nel mondo.
Le iniziative di Perugia e di Assisi avvengono mentre un flebile segnale sembrerebbe venire dal Medio Oriente con “una possibile nuova pagina” dopo due anni di guerra come ha scritto il Patriarca latino Pizzaballa aggiungendo che “nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire e non dobbiamo farci illusioni”.
Non possiamo farci illusioni perché l’organizzazione Harakat al-Muqawama al-Islamyya (Hamas, n.d.r.) e una parte minoritaria dei movimenti pro-Pal celebrano il 7 ottobre 2023 come se quell’attacco sia stato una azione legittima di resistenza contro Israele.
Viene così annullato ogni riferimento all’aggressione terroristica che provocò oltre milleduecento vittime civili fra i giovani israeliani e si sostiene inoltre l’idea che il futuro Stato della Palestina debba andare “dal fiume al mare” cancellando così lo Stato di Israele.
Hamas si rifiuta inoltre di abbandonare il controllo di Gaza e di accettare l’esilio per i suoi leader.
Non possiamo farci illusioni perché il governo Netanyahu – e soprattutto i partiti ed i ministri di estrema destra che lo sostengono – vuole cancellare la Palestina non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania con una visione di nazionalismo teologico e sionista che presuppone la distruzione della comunità etnica e religiosa palestinese e con l’occupazione israeliana “dal fiume al mare”.
Non dobbiamo soprattutto farci illusioni perché molti sono ancora i conflitti armati nel mondo, devastanti per le popolazioni coinvolte e silenziosi agli occhi delle opinioni pubbliche, della stampa e dei media con guerre asimmetriche e frammentate.
Si combatte non solo per la conquista di territori ma per il possesso di risorse naturali, per l’affermazione violenta di identità etniche e religiose e per imporre influenze geopolitiche.
Si combatte non solo a Gaza e in Ucraina ma nello Yemen, in Siria, in Etiopia, in Somalia, in Sudan, nel Myanmar, in Afghanistan, nella Repubblica democratica del Congo e nei paesi confinanti, in Burkina Faso, nel Mali, nel Niger e nel Sudan del Sud e conflitti locali ci sono anche in America centrale e nell’America Latina.
Si combatte con l’uso di armi vendute dai paesi industrializzati ai paesi poveri del cosiddetto Sud Globale con spese militari che hanno superato nel 2024 i 2700 miliardi di dollari ed un volume di affari delle aziende di armamenti pari a 632 miliardi di dollari in buona parte investiti in attività di lobby e di corruzione.
In questa lista terrificante l’Italia e le sue industrie pubbliche e private sono al sesto posto con un volume di esportazioni pari a otto miliardi di euro.
Tutto ciò in totale assenza di un ruolo dell’Unione europea nel controllo della vendita degli armamenti mentre si predispone un piano per aumentare le spese nazionali attraverso i programmi SAFE e Readiness 2030 (ex ReArm Europe) per una cifra di 800 miliardi di euro di cui 650 miliardi in spese nazionali.
I conflitti armati aumentano perché aumentano la volontà e il bisogno economico di impossessarsi di risorse naturali e di materie rare, perché cresce il confronto violento fra etnie e religioni e perché si diffonde l’imperialismo colonialista delle vecchie e nuove grandi potenze come la Cina, la Russia e la Turchia.
L’aumento dei conflitti armati avviene nel silenzio delle Nazioni Unite la cui ragione di esistere e di progredire nel tempo è quella di contribuire alla pace anche attraverso missioni di peace enforcement (Capitolo VII dello Statuto), di mantenere e favorire i valori fondamentali proclamati nella Dichiarazione del 1948 poi definiti nei Patti del 1966 sui diritti economici, sociali, culturali, civili e politici e di raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile sulla base degli accordi adottati nel 2015.
Dal silenzio delle Nazioni Unite, diventato più assordante nel ventunesimo secolo, non può discendere la demolizione del sistema creato nel 1945.
Bisogna impegnarsi invece per il suo rafforzamento con un nuovo modello efficace di multilateralismo, con una riforma radicale del funzionamento e dei poteri del Consiglio di Sicurezza superando la logica della divisione in sovranità nazionali sviluppando la logica delle organizzazioni di integrazione regionale come l’Unione europea e l’Unione africana, con un ruolo più incisivo della Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA) anche attraverso una sua parlamentarizzazione insieme ad un metodo partecipativo affidato alle reti delle organizzazioni non governative.
Discuteremo di tutto ciò a Perugia il 10 ottobre e poi al Congresso del World Federalist Movement dal 1° al 2 novembre 2025.
Bruxelles, 6 ottobre 2025![]()
