Newsletter n.19/2020 – Riapriamo i cantieri europei

 

Nei cantieri europei, provvisoriamente chiusi da anni, potrebbero riprendere fra poco i lavori.

Si tratta del cantiere del completamento dell’UEM che comprende la realizzazione dell’Unione bancaria, una migliore organizzazione della sua governance e la revisione di tutti gli strumenti decisi durante la precedente crisi finanziaria (six pack, two pack, semestre europeo, fiscal compact) perché non basta aver sospeso lo “stupido” Patto di Stabilità.

Si tratta del cantiere della difesa per tener conto degli effetti dell’imminente e definitivo passaggio dell’uscita del Regno Unito dall’UE e per rispondere all’evoluzione della politica militare statunitense sia nel caso di una conferma di Donald Trump che di una vittoria del suo sfidante democratico Jo Biden.

Si tratta del cantiere che comprende tutto lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia all’interno del quale sono bloccati dal giugno 2018 i lavori sulla revisione del Regolamento di Dublino, la lotta alla criminalità organizzata con particolare riferimento all’evasione fiscale e il contrasto delle attività di stampo mafioso su cui il Parlamento europeo ha fatto molte concrete proposte e ha istituito di recente una sottocommissione parlamentare su proposta dei Verdi tedeschi.

Si tratta del cantiere della dimensione sociale che è rimasto sostanzialmente fermo al Pilastro Sociale adottato solennemente a Göteborg  nel novembre 2017 e ancora in attesa di essere completato con atti giuridicamente vincolanti.

Ci fermiamo sulla soglia di questi quattro cantieri sapendo che, circolando all’interno dell’insieme della costruzione europea, ne scopriremmo molti altri, alcuni dei quali dovrebbero essere completati da tempo come il mercato interno o altri, che facevano parte delle priorità della presidenza Juncker come l’agenda digitale e sono rimasti a metà; altri ancora sono sottoposti a periodiche ma provvisorie manutenzioni apparentemente ordinarie come la riforma della PAC.

La crisi provocata dalla pandemia ha aperto il nuovo cantiere di fronte al quale è stato affisso il cartello Next generation EU dentro cui sono stati trasportati tutti gli attrezzi del bilancio europeo fra cui le risorse proprie, i prestiti e le tradizionali politiche comuni.

Come sappiamo non si tratta solo di opere di normale amministrazione perché è crescente fra gli addetti ai lavori l’opinione secondo cui non bastano le ristrutturazioni ma servono interventi radicali di ricostruzione o di riconversione.

Basti pensare che la cancelleria Angela Merkel annunciò trionfante – in occasione della firma a Lisbona nel 2007 del trattato che porta il nome della capitale lusitana – che l’erede dello sfortunato trattato costituzionale adottato dalla Convenzione Giscard nel 2003 avrebbe guidato il processo di integrazione europea fino al 2057!

Approfondendo la storia delle manutenzioni europee ai trattati la cancelleria Merkel si sarebbe resa conto che l’Atto Unico ha resistito tre anni e mezzo, ancor meno i trattati di Maastricht e di Amsterdam per non parlare del confuso e inutile trattato di Nizza che è stato sottoposto a revisione ancor prima di entrare in vigore.

È la prova di quella che Altiero Spinelli aveva chiamato “l’impotenza europea” del metodo confederale o intergovernativo “per sua natura inefficace, lento, inadeguato e senza garanzia di continuità, paralitico e paralizzante”.

La nuova crisi ha messo in luce che il compromesso deciso dai governi – che hanno attribuito a una dimensione federale il controllo assoluto della sovranità monetaria  lasciando agli Stati le leve delle politiche fiscali – è saltato in aria.

Formalmente gli Stati sono ancora i padroni delle politiche fiscali – oltre che dei trattati – e le disposizioni fiscali europee sono sottoposte al vincolo della unanimità e delle ratifiche nazionali ma tutto l’armamentario bancario, finanziario e di bilancio ha annullato la flessibilità nell’azione delle politiche economiche nazionali impedendo ai governi di far fronte alle inevitabili asimmetrie all’interno dell’UEM.

Poiché non è né politicamente né economicamente immaginabile il ritorno a politiche monetarie nazionali, la conseguenza di questo stato di cose è un’opera di riconversione delle politiche di bilancio ed economiche in una dimensione federale.

Questa riconversione sarà accettabile solo se sarà accompagnata dal rafforzamento della dimensione democratica sovranazionale sapendo che l’intervento dell’Unione nelle economie degli Stati membri implicherà la creazione di strumenti federali di controllo che Tommaso Padoa Schioppa aveva definito, nel suo ultimo rapporto per la Fondazione Notre Europe, il compromesso “solidarietà-controllo”.

Sperare, com’era stato con il Trattato di Maastricht, che una convergenza sostanziale delle economie possa essere affidato solo a regole e controlli lasciando i poteri esclusivi di governo a livello nazionale, è utopistico e pericoloso. Ecco perché il passaggio contemporaneo ad una vera unione economica e politica è dirimente.

E’ indispensabile che questo dibattito si riempia in Italia di contenuti concreti che sono attualmente assenti fra le forze politiche europeiste, sapendo che una posizione forte del governo e del Parlamento italiano può spingere gli altri grandi paesi europei (Francia, Germania e Spagna) verso la soluzione federale.

 coccodrillo