Sono del 5 marzo scorso le conclusioni dell’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Ue, Juliane Kokott, in merito al ricorso della Commissione europea, proposto dinanzi alla Corte il 1° febbraio 2018, nei confronti dell’Ungheria, dopo l’approvazione in tale Stato membro, il 4 aprile 2017, di due modifiche della legge sull’istruzione superiore: “Ai sensi di tale legge, per gli istituti d’insegnamento superiore di paesi non membri del SEE, l’accesso ad un’attività in Ungheria o l’esercizio della medesima sono subordinati alla dimostrazione della conclusione di un accordo internazionale tra l’Ungheria e il loro paese d’origine; nel caso di Stati federali, tale accordo deve obbligatoriamente essere concluso dal governo centrale. Inoltre, l’attività di tutti gli istituti di insegnamento superiore esteri è subordinata alla condizione che la formazione di insegnamento superiore sia fornita anche nel rispettivo paese d’origine”. Tali modifiche hanno fatto sorgere la convinzione che si trattasse di disposizioni volte tra l’altro ad impedire all’Università dell’Europa centrale (CEU) di avere sedi in Ungheria. La CEU vede tra i suoi principali finanziatori le fondazioni “Open Society”, di proprietà di George Soros; forse non tutti sanno che Soros, pur avendo la principale sede dei suoi affari negli Stati Uniti d’America, ha origini ungheresi e che, a seguito dell’operare di questi precetti legislativi, ha dovuto cessare l’attività in Ungheria e trasferirsi a Vienna nel novembre 2019.
Come si può leggere nella parte introduttiva delle conclusioni dell’Avv. Kokott, “In questo contesto, la Commissione considera le nuove disposizioni non solo come una restrizione alla libera circolazione dei servizi, ma anche, in particolare, come una violazione della libertà delle scienze, sancita dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Inoltre, poiché uno dei due nuovi requisiti è applicabile solo agli istituti di insegnamento superiore di paesi non membri del SEE, il procedimento assume un’ulteriore dimensione specifica. In effetti, la Commissione contesta in sostanza all’Ungheria una violazione della normativa dell’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization, in prosieguo: l’«OMC»), segnatamente del GATS. Nel presente procedimento la Corte è chiamata quindi a decidere anche in quale misura il procedimento per inadempimento possa fungere da strumento per assicurare l’attuazione del diritto commerciale internazionale e aumentarne l’efficacia”.
L’Avv. Kokott ha analizzato quindi il caso e le sue conclusioni, come è noto, assumono per la Corte la valenza di una proposta di decisione, non vincolante, ma basata su un esame indipendente ed imparziale di questioni di diritto sollevate. Anzitutto, l’Avv. Kokott ha valutato se ciascuno dei vari aspetti della questione rientri entro la sfera di competenza della Corte. Una volta risolto positivamente tale quesito, ha formulato le seguenti proposte di conclusione: “l’Ungheria ha violato l’articolo XVII dell’accordo generale sugli scambi di servizi, in combinato disposto con l’articolo 216, paragrafo 2, TFUE, nonché l’articolo 13, seconda frase, e l’articolo 14, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. […] l’Ungheria ha violato l’articolo 16 della direttiva 2006/123/CE, l’articolo 49 TFUE, in combinato disposto con l’articolo 54 TFUE, l’articolo XVII dell’accordo generale sugli scambi di servizi, in combinato disposto con l’articolo 216, paragrafo 2, TFUE, nonché l’articolo 13, seconda frase, e l’articolo 14, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. […] L’Ungheria è condannata alle spese”.
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